l'importanza di basquiat nell'epoca del black lives matter

Il dipinto Defacement di Basquiat è stato ispirato dalla morte del writer Michael Stewart per mano della polizia newyorkese nel 1983. Un nuovo progetto di Chaedria LaBouvier si propone di approfondire la conoscenza del dipinto e riaccendere il...

di Niloufar Haidari
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05 dicembre 2016, 5:11pm

15 settembre 1983. Un writer venticinquenne di nome Michael Stewart è stato picchiato fino ad essere indotto al coma da degli agenti della polizia newyorkese dopo aver messo la propria firma su un muro della stazione della metro della First Avenue. È morto 13 giorni dopo a causa di un arresto cardiaco. Questa storia, purtroppo, suona molto familiare nonostante siano passati ormai 33 anni. La polizia aveva dichiarato di essere intervenuta perché Stewart si era dimostrato violento, rendendosi colpevole di assalto ad un pubblico ufficiale prima di tentare la fuga. Stewart è poi stato picchiato fino a perdere i sensi, per poi morire a causa dei traumi subiti nella colluttazione. Gli 11 poliziotti coinvolti nel caso sono stati assolti da una giuria composta esclusivamente da bianchi.

Il modo disumano in cui Stewart è stato trattato mentre era in custodia e i processi che sono seguiti alla sua morte hanno acceso un dibattito sulla violenza da parte della polizia a danno delle persone di colore. Un altro giovane artista che è stato condizionato dall'evento è Jean-Michel Basquiat, che si è recato nello studio del suo caro amico Keith Haring per dipingere Defacement (The Death of Michael Stewart) sulla parete. Haring ha tenuto il dipinto appeso sopra il proprio letto fino alla sua morte, avvenuta nel 1990.

Sperando di sensibilizzare le persone nei confronti del dipinto stesso e soprattutto dell'importanza politica dell'arte di Basquiat, la scrittrice e attivista residente a New York Chaédria LaBouvier ha creato un progetto multimediale che esplora Defacement, Basquiat e i casi di violenza da parte della polizia a danno delle persone di colore. Il progetto è stato presentato al Williams College, Massachusetts, dove l'attivista ha tenuto una conferenza. Il dipinto è il protagonista del programma (sempre curato da lei) e attualmente si trova al Williams College Museum of Art. 

Si tratta di un'iniziativa che sta particolarmente a cuore a LaBouvier. Suo fratello, Clinton Allen, è stato ucciso dalla polizia di Dallas nel marzo del 2013. Era disarmato. Dopo che il caso è stato archiviato, lei e sua madre hanno fondato l'associazione Mothers Against Police Brutality con lo scopo di offrire supporto alle famiglie che hanno perso i loro figli per mano della polizia. L'abbiamo incontrata per parlare dell'importanza del progetto, dell'eredità di Basquiat e di come sia possibile che, trent'anni dopo la morte di Michael Stewart, si stia ancora parlando di violenze da parte della polizia e di odio razziale.

Jean Michel Basquiat, Defacement

Come ti sei appassionata all'arte di Basquiat?
I miei genitori hanno iniziato a collezionare i suoi lavori prima che diventasse tanto famoso; avevamo tre suoi dipinti appesi sopra al divano. Mia mamma non perdeva occasione di ripetermi che Basquiat era un ragazzo di colore nel mondo dell'arte e che l'arte, quindi, era un mondo che era aperto anche a me. Quella di Basquiat è una figura che è sempre stata presente nella mia vita. Quando è giunta l'ora di andare al college ho scelto il Williams College in Massachusetts. Ho sempre saputo che volevo studiare Basquiat perché, in un certo senso, sono cresciuta con lui. Ho iniziato a fare ricerche su di lui quando avevo 19 anni, prima che strumenti di ricerca come Google e Youtube fossero disponibili. Mi ricordo che durante il secondo anno di università saltavo le lezioni per andare a passare i fine settimana a New York per cercare persone che lo conoscessero nei locali di St. Mark e della Lower East Side. Alla fine sono riuscita ad incontrare alcuni suoi amici. Ricordo che quando facevo amicizia con una persona, questa me ne presentava un'altra persona, che a sua volta mi dava il numero di una terza. Questo processo mi ha permesso di incontrare moltissime persone che mi hanno insegnato molte cose su di lui. Quando parlavo con questi suoi conoscenti uno dei dipinti che venivano menzionati più spesso era Defacement, anche se non si trattava di uno dei suoi lavori più noti, visto che è sempre stato posseduto da privati. L'avevo visto solamente nei libri e non avevo idea di dove si trovasse. Poi è arrivato internet, che mi ha dato la possibilità di scoprire la storia di Michael Stewart e quanto questo dipinto sia importante.

Puoi spiegarci il progetto e l'idea alla base di esso?
Il dipinto non è solo rilevante da un punto di vista sociale, ma è anche un momento fondamentale della vita artistica di Basquiat in quanto pittore. Nella sua arte si possono trovare problematiche fondamentali relative all'identità e alla politica che non approfondiamo abbastanza, almeno da un punto di vista accademico. Lo scopo del progetto è, quindi, di fornire un livello base di conoscenza per questo dipinto. Per me è molto importante che Defacement non venga conservato in una torre d'avorio, o che rimanga appeso in un museo dove non risulta sempre accessibile alle persone. Voglio istruire, creare un dibattito, far sì che Basquiat venga preso in considerazione quando si parla del movimento Black Lives Matter e creare uno spazio digitale accessibile affinché questa ricerca esista e continui a svilupparsi.

Com'è nato il progetto?
Sono stata invitata a tornare al Williams College a causa del lavoro che stavo svolgendo con l'associazione Mothers Against Police Brutality (MAPB). All'università pensavano che fosse necessario parlare di questa problematica in un ambiente privilegiato e hanno ritenuto che io fossi la più qualificata per farlo. Penso di essere stata una delle prime scrittrici di riviste femminili mainstream ad affrontare il tema. La conferenza è andata molto bene ed ho organizzato anche dei workshop. Mi hanno chiesto di tornare quando avessi voluto fare qualcos'altro. All'epoca lavoravo anche alla retrospettiva di Basquiat a Toronto intitolata Now's The Time, che mi ha permesso di vedere Defacement per la prima volta dal vivo. Ho pensato che fosse fantastico e ho immediatamente sentito il bisogno di parlarne. Ho collaborato con loro per la creazione del progetto e sono persino riuscita a portare lì il dipinto, cosa che non mi aspettavo sarei riuscita a fare inizialmente. È molto difficile trovare qualcosa di nuovo da dire su Basquiat e ciò che noi vogliamo comunicare con questa iniziativa non è solo nuovo, ma anche importante, perché è un problema nazionale ed è un problema che era stato riconosciuto anche da uno degli artisti più influenti degli ultimi anni.

Cosa speri di ottenere con questo progetto?
Spero che questa iniziativa permetta alle persone di guardare a questo tipo di violenza con occhi diversi. Questo progetto ci ricorda che questi crimini d'odio non sono una novità, ma che accadevano già nel 1983. Credo il dipinto di Basquiat sia un dono: grazie a questa opera d'arte ci sta rendendo partecipe del suo pensiero. Credo che, vista la sua popolarità, sia importante conoscere non solo i suoi lavori, ma anche la sua prospettiva politica, che troppo spesso viene ignorata.

Quindi spero che il progetto stimoli le persone a sentirsi più coinvolti dalla sua arte e la sua politica, e a ricordare Michael Stewart, che il centro di tutto: è colui che, inconsapevolmente, ha dato via al dibattito sulla violenza da parte della polizia a New York e che poi è stato dimenticato dai più. Spero che questa iniziativa dia al suo caso l'attenzione che merita. Per quanto riguarda le violenze, credo che dobbiamo cambiare i nostri valori e con questo 'noi', intendo le persone bianche. Questa problematica è un sintomo dell'egemonia bianca. Queste cose stanno accadendo perché gli ufficiali con la pelle bianca pensano avere il diritto di uccidere persone di colore disarmate e la società, invece di condannarli, li lascia impuniti. Questo tipo di struttura sociale è stata creata dalle persone bianche per le persone bianche, per la tutela di una 'razza'. Dobbiamo davvero fermarci e chiederci cosa questo significa per noi e perché dovremmo volere una cosa simile. Le persone di colore si lamentano delle violenze che subiscono da parte della polizia da sempre, ma è necessario che le persone bianche riconoscano questa problematica perché venga riconosciuta come 'reale'. La trovo una cosa molto triste. Visto che la società funziona così, dobbiamo pretendere di più dalle persone bianche e le persone bianche devono pretendere di più da loro stesse perché, per ora, questo livello mediocre e compiacente di compassione sta mietendo molte vittime.

Come descriveresti il dipinto Defacement?
Il dipinto parla di una perdita, della morte di Michael Stewart e ciò che questo ha significato per moltissime persone. Credo che Defacement parli di un ventiduenne che è diventato una stella nel mondo dell'arte con una rapidità spaventosa e che si sta rendendo conto di quanti limiti derivino dall'essere una persona di colore in termini di integrazione e di successo professionale. Penso stia avendo delle difficoltà a concepire questa giustapposizione tra il suo infinito successo e la consapevolezza che Michael Stewart avrebbe potuto benissimo essere lui. Sta riflettendo sui limiti del progresso, dell'integrazione e su quanto sia vulnerabile il corpo di una persona di colore.

Hai scelto di esporre il quadro nella sala lettura del Williams College piuttosto che in una tradizionale galleria. Perché?
Il dipinto è sempre stato esposto in ambienti intimi e mi sembrava giusto così --  era stato eseguito su un muro dell'appartamento di Keith Hearing e lui ha dovuto ritagliarlo e metterlo in una cornice che è rimasta sopra al suo letto fino al giorno della sua morte. Poi è stato dato a una collezionista -- Nina Clemente, la figlia di Francesco Clemente. Lei e Keith avevano un rapporto davvero speciale e ritengo che lasciarlo a lei sia stato una giusta decisione. È rimasto appeso ai muri del loft in cui ha passato gran parte della sua vita e poi è stato messo in archivio in un secondo momento. Volevamo che le persone si relazionassero realmente a questo dipinto e credo che quando s'inserisce un'opera in una galleria l'approccio risulti più clinico che emotivo. Scegliere un luogo tanto intimo e accogliente è stato il nostro modo per includere Keith Haring nella storia e nel progetto, perché gli dobbiamo molto.

Crediti


Testo Niloufar Haidari

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