si possono fotografare le parole?

"Quello che faccio è prendere le mie immagini e avvicinarle alle parole, guardarle legarsi e ascoltare il nuovo significato che sussurrano insieme."

di Laura Ghigliazza
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18 luglio 2019, 7:59am

Molto spesso mi chiedo come si faccia a essere riconosciuti come unici in un mondo e in un settore in cui facciamo tutti le stesse cose. Ogni giorno capita di incrociare sguardi e pensieri con persone che la maggioranza definisce singolari.

Le conosci, ci parli, a volte sfati un mito, a volte si confermano inafferrabili.

Federica Calzi da quando ci siamo sorrise a distanza di qualche sedia ha instillato in me un dubbio cocente. Non capivo se dal modo in cui si spostava la frangetta cortissima nascondeva qualcosa di più. Mi sono persa per un po' nelle poche foto che mostra e nelle poche parole che scrive, scoprendo solo poi che le foto erano cartelle strabordanti e le parole erano quaderni interi.

Non so come si fa a essere riconosciuti come unici oggi, ma di certo si capisce se quello che crei è prezioso. E così:

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Ciao Federica! Iniziamo dando qualche coordinata spazio temporale ai lettori? Dove sei nata e cresciuta? Cosa ti piace del posto in cui vivi e hai mai cambiato città?
Provincia, un paese tra i paesi del basso lodigiano, si somigliano un po’ tutti. I nomi delle vie li sai a memoria, riconosci le persone quando le vedi arrivare da lontano dal modo in cui corrono, camminano, vanno in bicicletta. Quando cerchi qualcuno sai dove andare per trovarlo, quando vuoi evitare qualcuno invece è impossibile. Sono cresciuta dentro lo spazio di una bottega, nella vetrina del macellaio; è rosa per le tende sbiadite e ci sono delle piante, tante. Sono arrivate lì di anno in anno cercando riparo dall’inverno, troppo grosse per restare nelle loro case, troppo pesanti in primavera per venire a riprendersele. Se mi chiedono “dove vivi?” rispondo Bertonico, se penso a ciò che amo e odio di più allo stesso tempo rispondo Bertonico.

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Quando e da cosa è partita questa voglia di scoprire nuovi posti? In base a cosa li scegli?
Nella prima metà della mia vita mi sono spostata pochissimo. Dieci giorni al mare in Versilia, una frazione sperduta, niente negozi e ristoranti, solo tanto terreno incolto, cespugli che tagliavano le caviglie e l’odore di bruciato la sera, saliva dagli orti. Gli alberghi avevano nomi di donne, Irene, Elsa, Marisella, si andava in spiaggia sempre, anche con il cielo blu quando il mare gettava sulla sabbia una distesa di tronchi. La domenica d’estate la passavo a Montelana, il posto dove è nata la famiglia di mia madre. La televisione prendeva solo la RAI ma il segnale era debole, il tempo di mangiare i tortelli e non si vedeva più nulla. C’era un pollaio, lo usava mio padre per appenderci i salami, diceva che lì venivano buonissimi - oggi il tetto è crollato, un bellissimo albero svetta al suo posto. Ho iniziato a spostarmi quando ho capito che le immagini che sentivo più care non si sarebbero riprodotte, così mi sono messa a cercarle altrove, guidata dal sedimento che i luoghi antichi della mia vita hanno lasciato in me.

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Così su due piedi, se dovessi passare tutto il resto della tua vita in un solo luogo, dove vivresti? E perché?
Durante ogni viaggio c’è sempre un momento in cui penso “ecco, qui ci vivrei”. Può essere una città, la via che scende una costa oppure una stanza minuscola con un balcone, due sedie e la vista sopra i tetti di zinco. La verità è che temo di sciupare l’idea dei luoghi che incontro e che amo, di vederli dissolversi nella quotidianità. Sento forte il rischio di sviluppare sintomi da trapianto, una mancanza profonda delle strade che conosco a memoria, percorse così tante volte da conoscerne ogni buca. Forse l’unico luogo in cui potrei passare il resto della mia vita è quello in cui già sto, nel tentativo di fare l’operazione inversa, cioè trapiantare qui quello che ho amato altrove.

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So che hai una predilezione per la fotografia analogica. Ti va di raccontarci i motivi per cui tendi a preferire un metodo non digitale per la produzione di immagini?
In generale per me fare fotografia è un esperimento. Mi affido molto a ciò che capita, provo a non forzare le immagini, le lascio libere di accadere e mi lascio libera di scattare fotografie che poco c’entrano con la richiesta iniziale. Il metodo analogico è la naturale conseguenza di questo approccio, rivela come al solo variare di un gesto ogni immagine sia potenzialmente un’infinità di altre immagini. Porta a scattare meno e meglio, al buio della camera oscura l’imperfezione non è un problema ma una risorsa, e quando finalmente l’immagine affiora sul foglio di carta si è colti da meraviglia.

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Guardando le tue immagini la prima definizione che mi viene in mente è poesie visive. C’è una delicatezza sublime nel modo in cui scatti che nobilita ed eleva ogni soggetto, celebrandone la bellezza intrinseca. Come sei arrivata a questa cifra stilistica?
Mi sono accorta nel tempo che il mio sguardo è attratto da atmosfere semplici, dal modo in cui le persone accostano gli oggetti, dalle parole che scelgono per parlare del gatto o di come affettare i gambi della verdura. Sono circondata da una bellezza silenziosa e la ritrovo nei luoghi che vivo, poco incantati, molto reali. Quello che faccio è prendere le mie immagini e avvicinarle alle parole anche se sono nate in circostanze differenti, guardarle legarsi e ascoltare il nuovo significato che dicono insieme.

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Credi che per realizzare dei buoni progetti fotografici sia necessario andare lontano dalle cose che si hanno tutti i giorni sott’occhio?
Durante il mio primo viaggio in Giappone non ho visto il monte Fuji, la stagione sbagliata e l’aria pesantissima non lo permettevano. Al secondo viaggio in primavera le premesse erano migliori ma di fatto ha piovuto molto, quasi da perdere le speranze. L’ultima sera a Tokyo nel salotto della famiglia da cui alloggiavo il papà allungandomi un bicchiere di vino alla prugna mi ha detto “domattina sali sul tetto”. Non mi sono fatta troppe domande, ho bevuto il bicchiere e dopo poche ore quando ho messo piede sull’ultimo gradino il Fuji era là, sopra tutta la città, luminoso e bellissimo. Rientrata in Italia ho percorso la solita strada al solito orario come ogni lunedì e laggiù in fondo, dritto davanti a me oltre il benzinaio si vedevano le Alpi. Le montagne di sempre come si vedono da quella strada eppure in quel momento mi sono emozionata. Loro erano le stesse mentre io le guardavo come mai prima. A questo serve andare lontano.

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Spesso le tue fotografie sono abbinate a un breve testo o qualche riga di descrizione. Com’è nato questo bisogno di fondere le due cose? Che cosa aggiungono le parole a ciò che una foto non potrà mai dire?
La scrittura per molto tempo è rimasta privata, scrivevo per ricordare dei dettagli, delle frasi che estrapolate dal contesto parevano bellissime. Mi sono sentita strattonata più volte da fotografia e scrittura, come se dovessi decidere tra una e l’altra. Ora ho capito che fotografare senza scrivere mi fa sentire mutilata, con le parole posso tracciare un sentiero attraverso il quale avvicinarsi alle fotografie lasciando la libertà di seguirlo oppure di percorrere un’altra strada.

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La tua fotografia probabilmente per i colori tenui e il bilanciamento competitivo mi ricorda a tratti quella di Francesca Woodman. E’ una delle fotografe a cui ti ispiri? E chi altro c’è nell’olimpo dei tuoi artisti preferiti, quelli a cui guardi con ammirazione e su cui ti interroghi nel cercare di sviluppare un tuo personale gusto estetico?
Trovo il lavoro di Francesca Woodman al contempo bellissimo e spaventoso, le sue immagini rendono l’inquietudine un soggetto reale. Molti dei miei riferimenti appartengono alla cinematografia, Lazzaro Felice di Alice Rohrwacher per la vegetazione e il tempo fuori dalla Storia, i colori delle scene quotidiane in Le Bonheur di Agnès Varda, le polaroid di Tarkovskij, le atmosfere grottesche di Yorgos Lanthimos, i personaggi inafferrabili di Antonioni, la Natura cupa di Lars von Trier. Battiato, Nick Cave, Pavese e Dylan Thomas perché scrivono immagini familiari mentre per l’unione di fotografia e parole il lavoro di Alessandra Piolotto Photo Trouvée mi fa volare lontanissimo senza spostarmi di un millimetro.

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Cosa cambia di te quando fotografi una persona rispetto a quando ti concentri su un luogo? Usi un approccio diverso?
Per molto tempo ho detto che mi occupavo di ritratto finché mi sono accorta che lentamente la mia attenzione si era spostata sugli elementi naturali. Quando osservo un paesaggio vedo un contenitore di stati d’animo, un telo sul quale proiettare qualcosa di me. Le persone restano il paesaggio più delicato che conosco, spesso per paura di compromettere la loro natura decido di non fotografarle.

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Infine una domanda più leggera: nella tua bio di Instagram ti definisci storyteller, specificando che il traduttore automatico lo trasforma in cantastorie. Mi sembra una bella parola, che ben definisce il lavoro dei creativi oggi. Ti ci ritrovi? Oppure sono solo stronzate da social media?
Soffro le definizioni ma volevo essere sintetica e dire in due parole qualcosa sul mio lavoro. Quando ho finito di digitare Photographer and Visual Storyteller non ero soddisfatta, poi ho cliccato ‘visualizza traduzione’ e Google ha fatto il resto. Cantastorie è l’incastro perfetto, una bellissima espressione démodé che racchiude il desiderio di raccontare.

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Altro giro, altro fotografo. Vi presentiamo qui Piero Percoco, artista pugliese che ruba millesimi di secondo alle giornate infinite del Sud Italia:

Crediti


Intervista di Laura Ghigliazza
Fotografia di Federica Calzi

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