Fotografia Richard Corman

le immagini mai viste prima di basquiat nel suo atelier newyorkese

Il fotografo Richard Corman ci racconta com'è stato fotografare un giovanissimo Basquiat.

di Zio Baritaux
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10 novembre 2017, 4:14pm

Fotografia Richard Corman

Nel giugno del 1984, L'Uomo Vogue chiese al fotografo Richard Corman di scattare Jean-Michel Basquiat nel suo atelier di Great Jones Street, a New York. Ai tempi, Corman era già abituato a fotografare celebrità—era stato l'apprendista di Richard Avedon, scattando tra gli altri Madonna e Keith Haring—ma non riuscì a evitare di restare sbalordito dall'atelier di Basquiat. "Il caos creativo che regnava nel suo loft mi ha avvolto non appena entrato," ricorda Corman. "Lo spazio era una girandola di persone, dipinti, tele, colori e fumo. In un angolo c'era Basquiat, sommerso da tutto il resto e quasi invisibile." Per prima cosa, Corman chiese all'artista di allontanarsi dal resto, sistemandosi davanti a uno sfondo uniforme. "Era a suo agio, a disagio, arrabbiato, curioso e intenso," ricorda il fotografo. "Aveva appena messo su il suo personale spazio, e volevo incanalarne l'energia nei miei ritratti."

Fotografia di Richard Corman

Quel giorno, Corman scattò 79 immagini dell'iconico artista, gran parte delle quali non furono mai pubblicate. Ma oggi, in Basquiat, un portfolio pensato e pubblicato da Nicholas James Groarke di NJG, il fotografo ha deciso di condividere con il mondo una selezione dei ritratti fatti nel 1984 a Basquiat. È un'edizione che potremmo eufemisticamente definire limitata: le copie disponibili sono infatti 20, ciascuna delle quali comprende dodici stampe, tutte firmate a mano da Corman e da Ruedi Hofmann.

In un'esclusiva intervista per i-D, Corman racconta la sua esperienza di fotografo negli anni '80 a New York, il suo pomeriggio in compagnia di Basquiat, e come entrambi influenzino ancora oggi il suo lavoro.

Fotografia Richard Corman

"Non avevo nessuna intenzione di diventare un fotografo. Volevo laurearmi in psicologia, a dirla tutta. Ma poi mi sono preso un anno sabbatico dall'accademia e in quel periodo ho iniziato a usare la mia prima macchina fotografica. Fotografavo di tutto, tranne che le persone: il solo pensiero che qualcuno mi fissasse dall'altro lato dell'obiettivo mi terrorizzava. Uscivo all'alba per catturare quella luce incredibile che avvolge New York nelle prime ore del mattino. Il profilo della città che si stava svegliando mi intrigava sempre di più.

Dopo circa un anno ero completamente innamorato della fotografia, eppure non riuscivo a vedere questo hobby come una professione vera e propria. Ho fatto da assistente a un paio di fotografi, volevo fare esperienza. Un giorno, durante un colloquio mi hanno detto: 'Non sei il tipo giusto per quello che facciamo noi, ma c'è Avedon che sta cercando un assistente. Dagli un colpo di telefono.' Così sono andato al mio primo incontro con Dick. Quando ci siamo visti, lui si stava rasando prima di andare a teatro. Mi ha assunto su due piedi. Per sei mesi ho pulito bagni e pavimenti, finché non ho avuto il permesso di entrare nella camera oscura. Lentamente, ho iniziato a seguirlo anche durante i suoi viaggi, specialmente mentre lavorava a In the American West. Dick Avedon viveva per il suo lavoro, non so dire se fosse un bene o un male, e ogni giorno imparavo qualcosa di nuovo da lui. Grazie a quell'esperienza, la mia vita è radicalmente cambiata.

Fotografia Richard Corman

Nel 1983 il mio apprendistato con Avedon si è concluso. È allora che ho iniziato a trascorrere buona parte del mio tempo nel Lower East Side; allora era una zona industriale, un ghetto in cui molti edifici sembravano essere stati colpiti da una bomba. Era piena di sporcizia e disinteresse. Lì ho fotografato molti artisti—a volte su commissione, altre volte solo perché mi trovavo al posto giusto nel momento giusto. Madonna, Keith Haring, Basquiat... in quel quartiere c'era una quantità di creatività incredibile. New York è sempre stata e sarà sempre un carnevale creativo, per me.

All'epoca lavoravo di frequente con le riviste italiane. I fotografi americani facevano di tutto per poter collaborare con pubblicazioni europee, anche se ti chiedevano 40 pagine di scatti e ti pagavano magari 60 dollari in tutto. Il magazine diventava fondamentalmente tuo, ma era un modo per farsi conoscere. Era una figata, secondo me.

Fotografia Richard Corman

L'Uomo Vogue mi commissionò un lavoro con Jean-Michel. Volevo essere il più preparato possibile, ma, fino al momento in cui non sono entrato nel suo studio, non ho davvero capito cosa mi aspettava. Lo spazio era pieno di persone—Basquiat attraeva gente diversissima e per le ragioni più strane. Era carismatico, bello, tormentato e geniale. C'era questa energia incredibile nel suo studio, un sacco di fumo, gente che ballava, dipinti e musica. Era un casino, ma era fantastico. Decisi di isolarlo dal caos che lo circondava per fotografarlo. Per me, è questo che rende le immagini così interessanti: il focus è al 100 percento su di lui, non sull'energia che lo circondava e lo rendeva Basquiat.

Tutto quello che avevo con me erano una macchina Rolleiflex con due obiettivi, una luce e quattro metri di sfondo grigio di carta. L'ho appeso, l'ho fatto mettere lì davanti e ho iniziato a fotografarlo. Era a suo agio, a disagio, arrabbiato, curioso e intenso. Aveva appena creato il suo spazio e volevo incanalarne l'energia nei miei ritratti. Le sue mani, i suoi occhi, il suo linguaggio del corpo erano estremamente espressivi; attraverso la sua luminosa presenza rivelava davvero molto.

Ero un giovane fotografo, quindi per me l'obiettivo era trovare la storia nascosta negli occhi dei miei soggetti. A modo suo, Basquiat fece esattamente questo. È stato un momento magico, anche se non riuscivo ad afferrare del tutto l'importanza di tutto quello che avevo davanti. Non sapevo chi stavo fotografando, se non un'anima e uno spirito unici. Riuscivo a percepire quanto complessa fosse la sua personalità. Aveva una presenza che ti affascinava, sin dal primo istante.

Fotografia Richard Corman

Nel 1983 avevo fotografato Madonna nel suo appartamento. Si sporgeva dal balcone, guardandomi dritto negli occhi dal quarto piano del palazzo. Sapevo che era qualcuno da servire e riverire prima ancora che mi rivolgesse la parola. Era diversa da chiunque altro io avessi incontrato fino a quel momento. Ed è esattamente la stessa sensazione che ho avuto incontrando Basquiat, altra anima unica e originale. Quando c'è qualcuno che ha talento di fronte a te, te ne accorgi e basta. Non ha tanto a che fare con la bellezza fisica, quanto con ciò che i suoi occhi raccontano."

Scattai solo 79 ritratti di Basquiat, abbastanza da catturare però l'essenza di quel giorno. Non voglio assolutamente dire che siano le fotografie più intense e profonde che gli siano mai state fatte, ma credo che la loro semplicità permetta alla sua personalità di emergere con chiarezza.

Le immagini che scattai di Jean-Michel Basquiat rimarranno sempre memorabili, e la loro influenza sul mio lavoro si fa sentire ancora oggi.

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