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marie kondo e il suo metodo non hanno senso se non sei ricco

"Avrei voluto potermi costruire anche io una vita in cui i miei oggetti mi davano gioia, ma era una vita che non mi potevo permettere."

di Keshia Naurana Badalge
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21 gennaio 2019, 11:30am

Fotografia Gary Gershoff/WireImage

Non ho scoperto Marie Kondo nella sezione di auto aiuto in una libreria del centro, né tra gli scaffali di design a casa di un amico architetto che ha scelto di vivere all'insegna del minimal. L'ho scoperta una notte di tre anni fa, mentre avevo davanti a me una pila con tutti i miei vestiti, e in mano tutti i soldi che mi restavano per il mese successivo. Così ho chiesto a Google cosa avrei dovuto vendere per cercare di non morire di fame. Internet aveva una risposta, Marie Kondo.

Il suo mantra, imparai subito, era: tieni solo ciò che ti dà gioia. Le mie cose non mi davano gioia, ma non ero sicura di potermi permettere di sostituirle con cose che mi avrebbero riempito il cuore di gioia. E poi io neanche stavo cercando felicità o pace dei sensi. Io cercavo cibo.

Di alcune cose non andavo particolarmente orgogliosa: confezioni su confezioni di salsa di soia, saponette ricevute in regalo da chissà chi, chissà quando. Tenevo le piccole cose perché occupavano poco spazio. Dovermene separare mi terrorizzava. E se poi avessi dovuto comprare la salsa di soia? Cosa avrei fatto nel caso in cui fosse finito il sapone? La povertà, in alcuni casi, ti spinge verso l'accumulo incontrollato.

Automaticamente, feci un paragone con la mia pessima alimentazione: sapevo perfettamente cosa avrei dovuto mangiare per avere una dieta bilanciata, ma quando non sai se puoi permetterti il tuo prossimo pasto e qualcuno ti offre del cibo gratis, beh, per quanto sia grasso, unto o poco sano, tu lo mangi e basta. Anche questo non ti dà alcuna gioia. Sai di non doverlo fare, ma da qualche parte nella tua testa continua a ronzare sempre lo stesso pensiero. "Ne hai bisogno (e qui si può intendere un oggetto fisico, o qualunque alimento ancora vagamente commestibile), ammettilo. Non ti ricordi com'è quando non ce l'hai?"

A differenza di chi accumula centinaia di spazzolini da denti o riempie il proprio garage di carta igienica, gli oggetti che possedevo erano limitati. Trasferirmi negli Stati Uniti da Singapore mi aveva obbligata a far stare tutti i miei beni in tre valigie, quelle che mi era permesso portare con me in aereo.

C'è un altro privilegio legato al possedere poche cose che ho imparato a mie spese vivendo in un paese straniero, ben prima di scoprire l'esistenza del metodo KonMari: spesso, tra un anno e l'altro di scuola o durante le vacanze invernali mi capitava di ritrovarmi senza un tetto sopra la testa. Avere pochi oggetti era fondamentale, se volevo che qualcuno 1) mi aiutasse a traslocare e 2) mi ospitasse a casa sua finché non avrei trovato la sistemazione successiva.

Com'è il metodo KonMari quando sei povero

Non avevo la necessità, come molte altre persone, di ridurre il numero di oggetti in mio possesso, insomma. Provare il metodo KonMari non era una scelta legata alla voglia di dare una svolta alla mia vita o essere più felice. Dovevo dimezzare (o più) le cose che possedevo per comprarmi da mangiare. Finita la scuola era finita anche la mia borsa di studio, che fino a quel momento era stata la mia principale fonte di sostentamento. Dovevo separarmi dai beni a cui più tenevo, perché non avevo altra scelta.

Nel corso degli anni, avevo sempre continuato ad accumulare libri. Sono stati i primi che ho fatto fuori, per due ragioni: occupano un sacco di spazio e non ne hai davvero bisogno, nel senso che puoi sopravvivere anche senza di loro, nonostante venderli mi abbia spezzato il cuore. Non potevo permettermi di affittare una cantina, e non potevo portarmeli dietro a ogni trasloco. Sono pesanti e ingombranti.

Alcuni dei miei libri avevano scritte ai margini ed erano stati evidenziati, usati, vissuti. Li ho venduti per pochi spiccioli, perché nessuno vuole libri così. Erano il primo tassello di ordine e normalità della mia vita che se ne andava.

Poi sono passata all'apribottiglie ("tanto non potrò mai più permettermi una bottiglia di vino," ho pensato), alle calze ancora senza buchi ("mi sento una poveraccia, ma tant'è," mi sono detta) e alle scarpe con le suole meno consumate ("cosa vuoi che sia la sensazione di avere i piedi bagnaticci ogni volta che piove?" è stato il commento questa volta).

Ho venduto felpe e cappotti che mi tenevano al caldo perché non mi avrebbero dato la stessa gioia di un pasto sicuro.

Sono d'accordo con Marie Kondo quando dice che vivere nell'ordine ti permette di tenere in ordine anche i tuoi pensieri. Ma io ero sempre affamata, costantemente alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, e la preoccupazione incessante di non sapere se avrei avuto abbastanza soldi per il pasto successivo è un ostacolo insormontabile nel percorso verso la gioia da lei tanto decantata.

Marie Kondo sostiene anche sia necessario ringraziare gli oggetti, prima di separarsi da loro quando decidiamo che non ci piacciono abbastanza o non ci danno gioia a sufficienza. Qualcosa ci avranno pur insegnato, no? Ecco, qui il mio problema era un altro. Non ho mai avuto abbastanza soldi da potermi permettere di comprare cose che non mi piacevano o non mi davano gioia.

Risultato finale della mia epurazione: diedi via il 90 percento dei miei vestiti in cambio di un magro aumento della mia liquidità, aumento destinato a comprare pane e pasta, fondamentalmente. Intanto, indossavo cappotti e scarpe e felpe delle mie coinquiline. Avevo venduto quasi tutto, e quel che mi restava era di pessima qualità, perché quando hai pochi soldi compri cose di pessima qualità: anche una giacca da 15 euro ti tiene al caldo, teoricamente. Magari non è impermeabile, probabilmente ti starà malissimo e durerà una stagione sola, ma questa è la grande regola dell'essere poveri: pensi a sopravvivere oggi, non a ciò che ti farà star bene domani. Lo stesso vale per scarpe a cui si scollano le suole, sciarpe in poliestere, pantaloni che sembrano fatti di carta velina. A volte non puoi permetterti di immaginare la gioia, se non è nel cestone delle offerte al supermercato.

Probabile che non fosse qualcuno come me il lettore ideale a cui Marie Kondo pensava quando ha scritto il suo manuale, eppure io mi sono ritrovata a dover scegliere tra una gioia (cibo) e un'altra gioia (vestiti decenti). Probabile che chi ritiene utili i suoi consigli è una persona che può permettersi di buttare via dieci cappotti perché ne ha altri dieci nell'armadio, e all'occorrenza può comprarsene altri dieci senza battere ciglio.

Io invece i miei due cappotti li vendetti a malincuore, rimanendo con quello peggiore, meno caldo e più brutto. Avrei tanto voluto potermi costruire una vita in cui tutto ciò che avevo mi dava gioia, ma era una vita che non mi potevo permettere, economicamente parlando.

Alcuni dei miei libri preferiti non li ho mai ricomprati, come Gaza 1956 di Joe Sacco o The Unwomanly Face of War di Svetlana Alexievich. Ancora oggi mi pento di aver buttato via alcuni album di famiglia perché erano troppo ingombranti. La coperta che ho comprato durante la mia prima settimana negli Stati Uniti, quella che ha resistito a più traslochi di quanti io stessa ne ricordi, ma che poi ho venduto quando avevo davvero fame. Per un po' ho dormito usando un asciugamano al suo posto.

Com'è riorganizzare quando sei povero

Che io avessi o meno cose da buttare via, comunque, il metodo KonMari mi ha fornito consigli sensati sul modo in cui compravo cose nuove e sceglievo di vivere.

Fare pulizia è una necessità dettata da due ragioni: disorganizzazione ed eccesso. Se non posso tagliare sul numero degli oggetti, almeno posso organizzarli decentemente. Trovare una scatola carina in cui tenere le porzioni monouso di salsa di soia, maionese, ketchup e bacchette.

Sono cresciuta in una famiglia buddista. Uno dei nostri precetti principali è il "non-attaccamento" alle cose fisiche. Come il metodo KonMari, anche il Buddismo incoraggia la gratitudine verso le entità inanimate, senza però dirti che possederli ti farà sentire meglio. Insegnamento che torna utile anche nei mesi dei saldi: ti dà la sicurezza di non aver bisogno di altro, per quanto scontato l'altro sia.

E non fraintendetemi: non sono una fan dell'anti-consumismo. Sono convinta che i beni materiali possano dare felicità. La mia famiglia è sempre stata povera. Non sono mai riuscita a dimenticare lo sguardo di mia madre quando vedeva in vetrina jeans decenti, non quelli di pessima qualità che poteva permettersi. Vorrei chiederle, ora che può comprarsi anche le versioni che in passato le erano economicamente proibite, se davvero la fanno stare meglio e sentire più felice.

Personalmente, mi vesto quasi solo con cose di seconda mano. Più che per la gioia che mi trasmettono, le ringrazio perché mi tengono al caldo.

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Questo articolo è originariamente apparso su i-D US.