Elisabeth von Samsonow, Performance Munich 1, fotografia di Juergen Teller

nella “the parents’ bedroom” di elisabeth von samsonow e juergen teller

L'artista austriaca Elisabeth von Samsonow ci racconta “The Parents’ Bedroom Show” a Venezia fino al 30 Ottobre, che la vede complice in un dialogo diretto con Juergen Teller.

di Alessio de Navasques
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26 settembre 2019, 3:01pm

Elisabeth von Samsonow, Performance Munich 1, fotografia di Juergen Teller

La camera da letto dei nostri genitori come archivio delle emozioni che proviamo. Questa è la madeleine proustiana che porta alla luce una delle artiste austriache più conosciute al mondo, Elisabeth von Samsonow. Tra le altre cose, Elisabeth è filosofa, attivista, docente presso l'Accademia di Belle Arti di Vienna e tra le fondatrici del progetto Dissident Goddesses.

The Parents’ Bedroom Show, a cura di Christian Bauer e promossa da Zuecca Projects, nasce da una performance realizzata nel 2018 in uno spazio pubblico a Monaco di Baviera e documentata dal grande artista tedesco Juergen Teller. La tensione tra la sfera pubblica e l'intimità—gravitando attorno al concetto Freudiano della Urszene, o "scena originaria" che dir si voglia—ha dato origine al progetto in cui il fotografo non è un semplice testimone nel documentare la performance, ma è egli stesso un “complice" che lavora attraverso le manipolazioni temporali a disposizione del medium fotografico. Poiché esiste una connessione costitutiva tra la performance e i media che la presentano come fotografia e video, la mostra vuole rendere esplicito come questa connessione possa essere intesa come un esperimento artistico di riconfigurazione del tempo, che mette in discussione l'idea stessa di vita e morte.

Ne abbiamo parlato direttamente con Elisabeth, durante una visita fatta proprio insieme a lei alla Biennale di Venezia. Tra un'opera e l'altra, tra una calle e una passeggiata, la discussione si è spostata fluidamente da The Parents’ Bedroom Show al femminismo, toccando molti dei temi che agitano oggi la nostra sfera sociale.

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Elisabeth von Samsonow, Performance Munich 2, fotografia di Juergen Teller

Iniziamo dal titolo, The Parents' Bedroom Show. Che cosa significa per te?
La camera da letto dei genitori è una sorta di topos, dalla mia prospettiva ha una valenza scultorea e contiene un messaggio, quasi come fosse un archivio dei diversi tipi di emozioni. Immaginiamo e fantastichiamo intorno al concetto di camera da letto, ed è anche molto interessante pensare al ruolo sociale che ha, a come sia collegata all'idea di intimità e di privacy. Con questa connessione tra pubblico e privato, la camera da letto è diventata il mio campo di ricerca. Ho iniziato ad essere davvero intrigata dal mobilio delle camere da letto.

Quella che hai usato nella performance è davvero la stanza dei tuoi genitori?
No, ma potrebbe esserlo. In realtà potrebbe essere di più quella dei miei nonni, dato che sono arredi degli anni Trenta. È come una storia infinita: la camera dei miei genitori, che poi era la camera dei loro genitori e così via. Ha anche a che fare con la scelta del set della mia performance, la Maximillian Strasse di Monaco. Ho vissuto molti anni qui, conosco la città e la sua storia. È qui che è nato il nazismo, qui che Hitler ha tenuto molti dei suoi discorsi.

Quindi anche il luogo ha una sua importanza all'interno della performance?
Sì, anche a livello subliminale.

Ed è stato tutto molto spontaneo, non hai chiesto permessi, esatto?
No, nulla di tutto ciò.

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Elisabeth von Samsonow, Performance Munich 3, fotografia di Juergen Teller

Qual è stata la reazione delle persone?
Erano tutti molto interessati. Questo non è un progetto storico, è un progetto psicologico: è sulla comprensione, sul rendersi liberi dal passato. Nella mia performance c'è un processo di decostruzione: ogni elemento della camera da letto è un playground per me. Così ricompongo la mia vita. Non c'è fatalismo: quando sai chi sei, puoi giocare.

Com'è nato il progetto della mostra a partire dalla performance?
È stato un po' come tornare indietro e fare una sorta di editing, creare un sistema che la spiegasse in modo autonomo. Mentre parlavo con Jurgen di fotografia e del suo legame con la morte nei media, ho pensato che avevo realizzato delle riprese di mio padre proprio quando stava morendo, ma non avevo mai avuto il coraggio di guardarle. Jurgen era interessato e avrebbe voluto vederle: quando le ho cercate, non le ho mai più trovate. È come se una sorta di autocensura si fosse impossessata di me. Lui stesso, inoltre, ha in effetti una relazione molto forte con il tema della parentalità: è estremamente legato a sua madre e c’è una strana storia a proposito del suicidio di suo padre. Penso che lui sia stato il partner ideale per questo progetto. Poi c’è stata l’occasione della collaborazione con Zuecca Projects per fare una mostra durante la Biennale di Venezia. È stato un format per certi versi perfetto: la mostra è nata così, da differenti strati e vettori, che si sono incontrati nel topos della camera da letto.

Raccontami della tua collaborazione con Jurgen Teller: come è stato lavorare con lui?
È iniziata per caso, ma si è rivelata essere un'ottima idea. Jurgen è perfetto per fotografare una performance: è abituato ed è abilissimo a lavorare con le donne davanti all'obbiettivo, perché considera il suo lavoro come una co-performance con la modella. Interagisce in modo molto forte, in una maniera tale da garantire uno sguardo che non è mai neutrale. La fotografia di moda per lui è una questione di sincronicità davanti alla macchina: è per questo che ha molto a che fare con l'atto performativo.

C'è un collegamento tra la tua scelta di lavorare con un fotografo come Jurgen e l'immagine della donna, del corpo femminile nel mondo della moda?
Jurgen ha una relazione speciale con le donne: non c'è sessimo nel suo sguardo, non le oggettifica, è giocoso e, allo stesso tempo, prende molto seriamente il femminile. Penso ci sia da parte sua un'apertura verso una nuova forma di percezione del corpo delle donne.

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Elisabeth von Samsonow, Performance Munich 4, fotografia di Juergen Teller

L'allestimento che hai voluto per le foto le rende simili ad immagini sacre...
Quelle foto scandiscono il tempo mitico della performance. E penso davvero che il tempo della performance sia sacro, in un certo modo. Ci sono molti modi per presentare delle immagini, io ho scelto questo perché si rifà alla tradizione himalayana, permettendo anche di coprirle, non solo di mostrarle. Se fossi qui alla mostra per un po' di tempo, cambierei ogni giorno l'allestimento, svelandole a turno.

Hai parlato di tuo padre, ma invece qual è il ruolo della figura materna in questo lavoro?
Questo lavoro è anche un lavoro a ritroso sulla madre, per legittimarla. Intendo il ruolo di madre in senso politico, nella sua qualità simbolica. Per me la maternità è un fatto collettivo.

Parliamo di femminismo: quanto fa parte della tua ricerca?
Ha iniziato presto ad esserne parte, da quando studiavo filosofia a Monaco e ho visto quanto fosse un campo prevalentemente maschile. Fino al XX secolo non ci sono state filosofe e anche oggi sono comunque poche. Ma il femminismo non è un fenomeno singolo, io lo vedo come un tema intergenerazionale, una trama costruita in modo complicato anche dai legami tra madri e figlie, dal complesso di Elettra.

E tu in che modo lo affronti?
Il mio approccio è intimo, ma cerco anche di mostrare le aspettative irrisolte e un certo narcisismo del femminismo. È un gioco politico e la parità non è mai stata raggiunta realmente, né negli anni '70, né oggi.

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Dettaglio della mostra, Fotografia di Andrea Gaiani

Ti consideri un'attivista?
Come filosofa, baso tutto sulla dimostrazione. Uso piattaforme diverse, ad esempio nel il mio progetto Dissident Goddesses c'è una rivisitazione della società matriarcale in termini sociologici, politici, economici.

Come combini il fatto di essere una filosofa con l'essere un'artista?
All'inizio era difficile: per i miei professori non avrei dovuto promuovere il mio lavoro. L'ambiente accademico era esclusivo, settoriale, diviso in dipartimenti. La mia carriera artistica segue molto la concettualizzazione dell'arte, la trasformazione e l'ibridazione di campi differenti. Ora è molto più facile.

Puoi anticipare qualcosa del tuo prossimo progetto?
È quasi una conseguenza del lavoro che ho fatto con Jurgen. Sto lavorando ad una performance fotografica, che tuttavia non è mai avvenuta: voglio realizzare una serie di immagini fortemente connotate, che contengano riferimenti alle performance passate. Voglio che si avverta il realismo, una sorta di materialità della scatto. E voglio lavorare con la fotografia per ricreare un contenuto mitico, in chiave contemporanea.

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Spazio espositivo, Fotografia di Zuecca Project Space
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Spazio espositivo, Fotografia di Zuecca Project Space
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Dettaglio della mostra (Sexmachine), Fotografia di Zuecca Project Space
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Dettaglio della mostra (Thangkas di Elisabeth von Samsonow), Fotografia di Zuecca Project Space
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Spazio espositivo, Fotografia di Zuecca Project Space
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Elisabeth von Samsonow, Ritratto dell'artista, Fotografia di Ebadur Rahman

The Parents’ Bedroom Show è visitabile fino al 30 Ottobre 2019 presso Spazio Ridotto, Calle del Ridotto 1388, San Marco, Venezia.

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Crediti


Intervista di Alessio de'Navasques
Fotografia Ebadur Rahman, Juergen Teller, Andrea Gaiani e Zuecca Project Space.

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