Screenshot dal film Verdict

la nuova scuola del cinema filippino è una bomba e questo film ve lo dimostra

Il cinema di denuncia, quello vero, arriva dalle Filippine.

di Benedetta Pini
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13 settembre 2019, 1:34pm

Screenshot dal film Verdict

La violenza domestica è la forma di abuso più diffusa nelle Filippine. Per le vittime non esiste giustizia equa. Una impasse in cui incappano centinaia di donne, che si trovano di fronte a una scelta straziante: perseguire un iter giudiziario lunghissimo e costosissimo già destinato a fallire, oppure fare finta che non sia mai successo niente e provare ad avanti con la propria vita dimenticando tutto.

La storia di Joy e Dante, che vivono a Manila con la figlia Angel di sei anni, è emblematica di questa situazione senza via di uscita, radicata nella dimensione quotidiana delle classe subalterne, che spesso la prima via a cui accennavo poche righe fa neanche la contemplano. Ed è questo a fare davvero paura: la normalizzazione di un comportamento che di normale, di umano, non ha assolutamente nulla.

Un sistema che sulla carta si propone di perseguire l'equità ma che, di fatto, i pregiudizi radicati nella cultura locale, i costi esorbitanti spesso inavvicinabili per un filippino medio e la morsa dei tempi infiniti della burocrazia ne rendono impossibile l'attuazione. Perché quando il tempo necessario a raggiungere un verdetto è così lungo, il procedimento finisce per negare il suo suo stesso scopo e significato: assicurare la giustizia a tutti, allo stesso modo, riconoscere il colpevole e procedere con la definizione di una pena.

La violenza domestica non è che una casistica tra le tante che di fronte a una giustizia assente (o nel migliore dei casi negligente) sta devastando la società filippina, riducendo in ginocchio le classi medio-basse. Per questo il regista Raymund Ribay Gutierrez, 26 anni, ha deciso di girare il suo primo lungometraggio su questo argomento, andando a indagare una storia che ne rappresenta centinaia, per dare finalmente una voce a tutte quelle persone che non ne hanno una.

Questa voce è arrivata alla Mostra del Cinema di Venezia nel Concorso Orizzonti grazie alla nuova scuola di cinema filippino chiamata Found Story, di cui il film Verdict è un figlio diretto, facendo aprire gli occhi a tutto il mondo. Proprio a Venezia, proprio il giorno della prima italiana di Verdict, abbiamo incontrato Gutierrez per approfondire i delicatissimi temi che affronta nel suo film.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Com’è nato il film, e perché hai deciso di affrontare questo argomento?
A dire la verità è questo film che in qualche modo è venuto da me personalmente: è la storia vera di una donna che ho conosciuto in modo casuale. Dopo averla intervistata l’ho seguita durante il suo caso in tribunale, alla fine ha dimenticato tutto, ha perdonato suo marito, sono tornati insieme e sono andati avanti come se niente fosse successo. È stato davvero disturbante per me perché sono molto legato a mia sorella e mia madre.

L'aspetto più straziante, ai miei occhi, è la normalizzazione di queste situazioni: nelle Filippine sono diventate la quotidianità, ma non dovrebbero esserlo. Quando ho chiesto a quella donna come mai non abbia voluto proseguire la causa, mi ha spiegato che è perché costa molto denaro, tempo ed energia. Il motivo per cui ho fatto il film è proprio questo: evitare che casi del genere vengano normalizzati, perché quando succede è un punto di non ritorno e i problemi di cui bisognerebbe parlare vengono messi a tacere, invece di essere denunciati e combattuti. Così perdi in partenza.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Quindi sei partito da una storia vera. Quanto ne è rimasto e in che modo hai poi costruito il tuo film?
Dopo aver intervistato la vittima ho condotto una ricerca in merito al sistema giudiziario filippino, che ho poi completato con un corso sull'argomento, perché ho sentito l’esigenza di conoscere anche l’altro lato, quello con cui si interfaccia la vittima. Ho cercato di sintetizzare la voce, l’urgenza della vittima che si trova di fronte a un sistema giudiziario che non è in grado di assicurare equità. L’intero film è basato su situazioni reali: ho intervistato circa 20 donne con storie affini e le ho unite, prendendo spunti un po' da tutte. Sono donne che ho rintracciato sia tramite l'associazione NGO, che direttamente nel mio quartiere. Si tratta di un problema che affligge principalmente le classi più povere della società.

Ho intervistato anche i mariti per capire per quale motivo si comportino così. Alcuni di loro hanno una spiegazione logica: le loro mogli se lo meritavano perché li stavano tradendo. Ma la maggior parte non ha neanche una risposta, la percepiscono come un’abitudine senza soffermarsi troppo sulle loro azioni, sono semplicemente cresciuti all’interno di un contesto che legittimava questo comportamento, come se fosse normale. Ed è davvero preoccupante. Alcune donne hanno persino definito questi gesti come amore.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

La violenza domestica è la forma di abuso più diffusa nelle Filippine. Avevi ben chiara questa situazione prima di girare il film? In che modo è cambiata la tua prospettiva sulla società filippina durante le riprese?
Inizialmente è stato uno shock per me venire in contatto con questa storia in modo così diretto. È straziante diventare consapevoli di quanto frequentemente possano verificarsi situazioni del genere. La violenza domestica è un problema, ma il punto davvero critico, secondo me, è il processo giudiziario e il sistema burocratico. Certo, non esiste la legge perfetta. Ma non può neanche esistere una legislazione che renda letteralmente impossibile per queste donne ottenere giustizia, o comunque ottenerla in tempi che permettano il perpetuarsi di violenze e abusi.

Per questo ho deciso di concentrarmi sul processo e sul trattamento impari tra uomini e donne di fronte alla giustizia filippina, esponendo sia la parte di Dante che quella di Joy. Inoltre, non volevo focalizzarmi solo sulla violenza domestica perché si tratta di un caso emblematico, ma può capitare anche in altre situazioni che riguardano le classi subalterne.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Hai uno stile di regia claustrofobico, con la camera a mano sempre addosso ai protagonisti, e i luoghi diventano soffocanti. Direi che c’è un rapporto strettissimo tra il tuo linguaggio cinematografico e la storia che racconti, vuoi approfondire questo discorso?
Inizialmente ho scelto questo stile semplicemente perché giravo nei quartieri popolari, dove le case sono piccolissime e non potevo portarmi dietro attrezzature ingombranti. Anche la troupe era ridotta ai minimi termini, spesso eravamo solo io e il DoP. A questi motivi pratici si aggiunge poi un intento cinematografico: volevamo ricercare la spontaneità assoluta nella nostra produzione, e abbiamo cercato di comunicare questa l'autenticità sul set anche attraverso un apparato agile. E anche se qualcuno ci disturbava o c’erano rumori esterni, ho inserito tutto nel film, per il quale ho scelto un set è minimale, strutturando le scene come se fossero reali.

Attualmente nelle Filippine sta nascendo una nuova corrente cinematografica che si chiama " Found Story," fondata dal mio mentore Brillante Mendoza, a sua volte guidato da Armando "Bing" Lao. Si tratta di una scuola di filmmaking semi-documentario e semi-finzionale alternativo al cinema mainstream, che si interessa alla verità in tutte le sue sfaccettature, a persone e storie vere. Questo è il concetto che mi guida. Per Verdict ho deciso anche qui di attenermi alla filosofia di questa scuola: scrivo la sceneggiatura rimanendo fedele alla vittima; quando giro rimango fedele alla sceneggiatura; ma quando monto rimango fedele al girato (e non alla sceneggiatura) perché durante le riprese possono esserci molti imprevisti che mi interessa inglobare. Solo nella fase finale di editing torno ad attenermi alla storia iniziale. È un ciclo. In ogni passaggio rispetto sempre il punto di vista dei miei collaboratori. Voglio raggiungere la perfezione, ma allo stesso tempo si tratta di una perfezione non programmata, aperta alle imperfezioni della realtà e all’imprevedibilità.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Sei giovanissimo, hai solo 26 anni e hai già girato un lungometraggio scritto e diretto da te, presentandolo alla Mostra di Venezia. Sembra un sogno, ma per te è successo davvero. Abbiamo lettori della tua stessa età che magari fantasticano su un’esperienza del genere. Come ci sei arrivato?
È successo tutto all’improvviso, non l’ho mai pianificato. Lavoravo in un’agenzia, ma poi sono arrivato alla conclusione che non era abbastanza per me, avevo bisogno di movimento, di immagini vive. E così ho scoperto il cinema. Ma anche se mi guardo indietro, raccontare storie è sempre stata una parte di me: ogni decisione che prendevo per i miei lavori grafici era preceduta da un sottotesto, un messaggio, un significato. E continuo a farlo.

A parte questo, ci sono dei film che mi hanno ispirato e mi hanno spinto a decidere di fare il regista, come quelli i fratelli Dardenne (il mio preferito è Rosetta, 1999), ma anche i lavori di Brillante e opere italiane. Sento questo lavoro come una vocazione e una responsabilità, perché ciò che mostro nei miei film è qualcosa di molto serio. Brillante ha avviato questo movimento e i miei film sono spesso paragonati ai suoi, ma sinceramente non ci penso quando giro, gli sono grato per quello che ha fatto e che mi ha insegnato.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Cosa consiglieresti a un tuo coetaneo con delle idee e voglia di fare un film?
La cosa più importante è essere guidati da un mentore. Il filmmaking in generale è un lavoro per una persona matura, perché hai molte responsabilità. Sono davvero fortunato ad avere Brillante e Armando al mio fianco per ogni decisione. In qualche modo è una scorciatoia, sento di essere già arrivato alle persone con più esperienza in assoluto nel campo cinematografico che mi interessa.

Il film avrà una distribuzione nelle Filippine? Come credi verrà percepito?
Sì, lo proietteremo in alcuni cinema del paese. Sono un po’ preoccupato. Le classi povere filippine sono molto diverse da quelle italiane. Non li posso biasimare, devono sopravvivere. Ma sono pronto a sentire i loro commenti. Per quanto riguarda la stampa locale, non riesco a prevedere molto la reazione quando si tratta di un argomento così critico. Inoltre, la stampa filippina di settore è ancora una minoranze solo di recente le cose stanno iniziando a muoversi. I film sono un riflesso di come il regista pensa, si comporta e agisce. Quando i miei genitori hanno visto il film non se l’aspettavano per niente. Arrivo da una famiglia molto conservatrice, ma hanno accettato il film e il mio lavoro di regista, anche se nelle Filippine non viene considerato come una professione vera e propria.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

E ora cosa c’è nel tuo futuro?
Mi sono reso conto che non mi vedo nell’ambiente mainstream, forse per la situazione specifica delle Filippine: è un paese non molto ricco in quanto a tecnologia, ma straborda di contenuti e storie. Credo che sia il nostro limite, ma se conosci i tuoi limiti li puoi trasformare in un punto di forza. Il filmmaking per me è come la vita: c’è una parte seria e una parte divertente. Io in questo momento ho l’energia per raccontare la parte seria, e il risultato è Verdict. Non mi vedo molto nella parte divertente, dell’intrattenimento, ma credo che sia solo la mia prospettiva attuale e non lo escludo per il futuro.

Ora sto scrivendo un’altra sceneggiatura, ma è dieci volte più difficile rispetto a Verdict perché si tratta di un lavoro che affronta il sistema sanitario filippino, quindi serve un alto grado di conoscenza settoriale e mi devo immergere nelle ricerche. Inizierò presto.

Verdict Raymund Ribay Gutierrez

Crediti


Testo di Benedetta Pini
Immagini via ufficio stampa e trailer

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