​l’antropologia di internet secondo ​jon rafman

Abbiamo parlato con l’artista d’innocenza e perversione, del futuro dell’internet art e di quando ha reclutato 35 bambini per la sua ultima opera.

di Felix Petty
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16 ottobre 2015, 9:30am

La prima cosa che incontri entrando nella nuova mostra di Jon Rafman alla Zabludowicz Collection, è una piscina di palline. L'opera video di Jon, Betamale, è proiettata su due schermi, uno di fronte all'altro. Entrando nella piscina sprofondi tra le palline mentre le immagini scorrono; un uomo con un paio di mutande in testa, mentre si punta la pistola alle tempie; un frame di un videogioco a sfondo erotico giapponese. Un furry rimbalza su di una palla mentre indossa un'imbragatura bondage, poi passa a un altro furry che sta affondando nel fango, mentre tu affondi sempre più nella piscina di palline. In un'altra installazione, Main Squeeze, dove sei incastrato e schiacciato su di una sedia, quasi intrappolato, un po' alla Arancia Meccanica, singole immagini lampeggiano come il feed iper attivo dei tuo social media; poi un uomo muscoloso schiaccia un'anguria con le sue cosce; una donna schiaccia un insetto con il suo piede mentre una dolce pianoforte fa da sottofondo; un uomo riduce il suo computer in mille pezzi.

Ma qua non è tutto così aggressivo e bizzarro. Il piano superiore della Zabludowicz è pieno di video ipnotici dentro a sedie per massaggi e sopra materassi ad acqua, o dentro a colonne ricoperte di vetro fatte per sembrare rovine venute dal futuro. Ogni cosa coinvolge tutti i sensi, ti risucchia nei mondi e nelle community presenti nei video. L'arte di Jon Rafman si immerge in uno strano mondo che puoi trovare sotto la superficie di internet e lo trasforma in opere di poesia impressionistica. 

Jon Rafman, Mainsqueeze, 2014 (still). Video, 10:26 mins. Immagine su cortese concessione dell'artista e della Zabludowicz Collection

Esperto di antropologia e di spirito romantico, tanto quanto di tecnologia, la prima opera di Rafman, Nine Eyes, ci ha fatto viaggiare nel sublime e sbalorditivo mondo di Google Street View, o con il suo avatar, Kool Aid Man, ha programmato visite guidate nell'universo di Second Life. Con tutte le sue opere ha rivelato i desideri, le contraddizioni, le repressione e le community che prosperano online. Il pezzo forte della sua mostra però è un nuovo live action film, Sticky Drama, girato nel corso di tre mesi a Londra con 35 bambini. Attinge dalla cultura del LARP (Live Action Role Playing), come modo per continuare a esaminare il collasso della distinzione tra mondi digitali e virtuali, il vero e l'immaginato, e la sovrapposizione tra innocenza e perversione.

Sei contento della mostra? Sembra che per mettere insieme la mostra ci sia stato un grande lavoro.
Sono estremamente felice. Ho provato a mettere insieme una mostra nella quale tutti i miei video possono avere uno spazio immersivo speciale. Questo era l'obbiettivo e mi sembra di averlo centrato.

Quindi come ti sei approcciato alla mostra?
Ho sviluppato questo concetto di usare il linguaggio di quello che io chiamo "troll cave" - gli spazi della gente che passa il suo tempo online, davanti ai computer. Sono attratto da ciò, perché vivono una vita completamente virtuale, ma in questi spazi totalmente materiali e pieni di detriti delle vite di queste persone. C'è un'estrema fisicità in questo confine tra reale e virtuale. Ci sono anche attrazione e repulsione. C'è la claustrofobia, causata dall'essere completamente chiusi in uno spazio, ma c'è anche confort totale e immersione, come essere nell'utero di una madre. Da questo derivano le diverse installazioni.

All'opening hai osservato come interagiva la gente con queste installazioni?
È stata l'opening migliore e più soddisfacente cui sono stato. Non avevo compreso che avrebbe potuto ricreare il senso d'immersione con un tale successo…

Jon Rafman, Mainsqueeze, 2014 (still). Video, 10:26 mins. Immagine su cortese concessione dell'artista e della Zabludowicz Collection

C'è della tattilità in tutte le installazioni, molto diverso da come si osserva di solito una video art…
È una delle cose che ho sviluppato dal linguaggio della troll cave, che poi diventa qualcosa di totalmente diverso nella piscina di palline, e con la sedia che ti schiaccia, è un'esperienza visiva fisica, tattile, che si connette formalmente con i temi e i materiali che stai vedendo, e credo sia una cosa interessante da sperimentare. Le installazioni puntano a tutte queste sensazioni, di orrore e bellezza, attrazione e repulsione, desiderio erotico e regressione infantile, che si trovano in tutti i fetish presenti nei video. Il desiderio di stare davanti al tuo computer tutto il giorno è veramente confortevole ma è anche una forma di tortura. È uno spazio sicuro, ma anche una trappola, e quella sensazione che si prova nella piscina di palline, o mentre sei incastrato sulla sedia, è proprio così.

La nuova opera, Sticky Drama, è la prima volta in cui hai usato filmati di live action, che hai girato tu stesso. Eri nervoso all'idea di cambiare modo di girare?
È stato molto limitante, e può essere un processo faticoso, perché pensavo, "voglio includere questa parte di materiale ritrovato" e così dovevo cercare di farlo ricostruendo la situazione. Molti dei costumi sono ispirati ai costumi fai da te che ho trovato online, qualche dialogo viene da post e meme di 4chan, ma dovevo trovare nuovi modi di crearli. È stato frustrante ma è stato un bene affrontare queste sfide.

Jon Rafman and Daniel Lopatin, da Sticky Drama, 2015. Foto Tim Bowditch 

Ribalta la relazione tra il digitale e il reale in molti dei tuoi lavori, perché questo mondo immaginario è ambientato nel mondo reale.
Sì, c'è stato sicuramente un ribaltamento dei ruoli, che è quello che cercavo di fare. Penso che la dicotomia tra virtuale e reale non sia più presente, perché se t'innamori su internet, o se stai avendo tutte queste esperienze emozionali in internet, se la tua comunità è online, allora è tutto valido e reale come nella comunità fisica.

Sembra meno idealista, o utopistico, dei tuoi primi lavori, che esultavo per la bellezza trovata online.
Quella traiettoria di Romanticismo, dall'idealismo alla disillusione, che sia la rivoluzione francese o la rivoluzione dell'online, segue la traiettoria del mio lavoro. Da Nine Eyes e il mio lavoro su Second Life, che sono molto legati al romanticismo di Wordsworth, ci si basa sul contatto con la natura, anche se la natura è su Second Life e Google Street View. C'è la percezione del vagabondo romantico opposto al decadente che va in queste orribili sottoculture e scrive poesie su di esse, rigettando quasi quell'idealismo degli inizi. 

Jon Rafman, Nine Eyes, Lungomare 9, Maggio, Bari, Puglia, Italia, 2009

Il modo come ci rapportiamo e usiamo Internet ora ha in qualche modo cambiato la visione con cui approcciamo i tuoi primi lavori, come?
Credo che prima, anche se Internet fosse onnipresente nella società, non fosse così diffuso nell'arte. Questo ha reso alcune delle opere radicali, ma ora è stato assorbito nella nostra cultura, quindi sì c'è qualcosa di diverso. Prima usare internet ci sembrava eccitante. Non si trattava neanche di renderlo un feticcio; era solo mostrare come fosse una parte banale della nostra cultura, che ora credo sia stata accettata, mentre una volta era una novità.

Come descriveresti la relazione nelle tue opere tra l'innocenza e la perversione?
C'è un qualcosa che cresce in internet. Si rivolge a una cosa: il desiderio di tornare a quel primo stato d'innocenza, e quel desiderio di piacere, che è soprattutto sessuale in natura. Penso sia importante avere queste unioni tra opposti, questa complessa reazione emozionale, neanche in maniera sensazionale, perché non si tratta di esprimere o riflettere qualcosa di me, ma una sensazione poetica di com'è il mondo. È interessante come questi siano posti dove ti trovi a tuo agio e sicuro, ma anche intrappolato, come quanto è difficile uscire da una piscina di palline.

Il mix tra comodità e disagio.
Sei anche forzato a guardare queste cose, come il momento del fetish dello schiacciare in Main Squeeze, non puoi scapparvi. La sedia ha questo doppio scopo.

Jon Rafman, Mainsqueeze, 2014 (still). Video, 10:26 mins. Immagine su cortese concessione dell'artista e della Zabludowicz Collection

Come descriveresti il tuo rapporto personale con queste community che hai documentato?
Sono sempre un voyeur, un antropologo amatoriale. Ma dipende davvero dalla community, e ogni community presenta concetti diversi di autorità, concetti diversi su come far parte della community. Con Betamale ho scoperto una community di persone che giocano a questi videogiochi giapponesi degli anni 90, oscuri e a sfondo erotico, e ho fatto screen caps, e loro si sono sentiti completamente violati dal mio uso della comunità.

Diresti che è sfruttamento?
C'è sempre un senso di sfruttamento, ma questo è difficile nell'antropologia in generale. Ci sono modi diversi di sfruttare, ma penso che si possa capire quando qualcuno sta prendendo in giro, o celebrando, o criticando una community, e io non ho malizia quando prendo una cosa da un contesto e la metto in un altro. Per me è più legato alla poesia più che altro, usando citazioni e mettendo le cose in contesti nuovi. 

Jon Rafman and Daniel Lopatin, da Sticky Drama, 2015. Foto Tim Bowditch 

L'ultima parte della mostra usa Occulus Rift, che è tutto un altro tipo di realtà virtuale - una realtà virtuale letterale.
Beh mi sembrava il passaggio più logico da fare perché è così fresco, il vocabolario e la grammatica di questo mezzo non sono ancora stati scritti. Credo che Occulus Rift stia portando quello che sta succedendo a un livello successivo con questi mondi virtuali così immersivi. Perché se hai una vita di merda, un lavoro di merda e nessun amante, perché non vivere in un mondo virtuale?

Mi piace la documentazione di queste opere su Occulus Rift, perché la documentazione non è l'opera d'arte, ma lo è vedere sul mio Instagram una foto dei miei amici in questa installazione, mentre indossano le cuffie.
Sì, lo puoi mostrare, è anche interessante, un po' feticista in un certo modo, osservare una persona che ha gli occhi bendati, mentre tu li vedi vivere quell'esperienza. È stato un effetto inaspettato dell'opera, ma sta diventando sempre più intenzionale, perché in ogni mostra guardiamo sempre la gente osservare qualcosa. È di questo che tratta la mostra. Guardare persone vivere delle esperienze è a suo modo un'esperienza. Questo è voyeurismo.

jonrafman.com

zabludowiczcollection.com

Crediti


Testo Felix Petty

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