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parliamo di frank ocean e della fotografia come sperimentazione con viviane sassen

Alyssa Pereira

Sassen ci parla della sua attuale mostra a San Francisco e dell'importanza della spontaneità.

Viviane Sassen sente una nuova energia nell'aria. Molti scatti di una delle serie più recenti della fotografa olandese, UMBRA (2015), sono avvolte dall'ombra, una metafora per temi oscuri come la perdita e la morte. Oggi però, in un café di San Francisco, Sassen mi sta spiegando con passione le nuove tecniche che sta usando per creare nuova arte. Considera questo momento della sua carriera un'occasione per essere "giocosa."

Gran parte del lavoro di Sassen si concentra sulle persone e i colori vivaci che ha incontrato durante la sua giovinezza in Kenya. Usa spesso il rosa brillante, l'arancione, il verde, stampe grafiche, tessuti, specchi e ombre e luci naturali. Il suo approccio trasforma le scene di vita quotidiana -- che il soggetto sia una persona, un fiore o una tavola di legno -- in delle surreali riflessioni sulla fisicità, sulla persona, e sul contrasto tra luce ed oscurità. I numerosi libri e le mostre di Sassen (per non parlare dei suoi lavori per la moda con magazine tra i quali i-D) le hanno conferito fama internazionale, portandola a vincere prestigiosi premi come il Prix de Rome per la sua serie Ultra Violet, scattata in Ghana.

Oggi, sorseggia un chai latte mentre mi parla di come incornicia le sue foto, dell'imprevedibilità della vita reale e quanto questa sia essenziale per il suo lavoro. "Ci sono sempre dei piccoli difetti: la luce, la situazione -- è una combinazione tra le due cose," afferma. "Mi piace lasciare spazio all'inaspettato e vedere cosa porta."

Tra il suo lavoro con gli studenti di Fotografia al San Francisco's California College of the Arts e l'esposizione della sua serie Pikin Slee insieme ai lavori dell'amica Elspeth Diederix, Sassen è riuscita a trovare del tempo per sedersi con noi di i-D e parlarci del suo progetto attuale, di come è stato collaborare con Frank Ocean e dell'importanza della spontaneità.

Quando incontri giovani fotografi come quelli del California College of the Arts, consigli loro di fare tesoro delle loro esperienze passate proprio come hai fatto tu per i tuoi lavori? 
Non proprio, perché sono molto giovani. Se li visito nei loro studi, tento di immergermi nel loro mondo e capire di cosa parlano i loro lavori -- la loro essenza. A causa del corso di studi che frequentano, tendono ad esagerare con il lato teorico. Alla fine tutti facciamo ci concentriamo prevalentemente sui ritratti, anche se molti cercano di nasconderlo -- un sacco di discorsi accademici. Non mi fa impazzire. Cerco di scavare più a fondo, fino ad arrivare al nocciolo di ciò che sono, di chi sono.

Cosa si rischia quando si teorizza troppo? Cosa va perso?
La spontaneità. L'intuizione e, per alcuni di loro, la gioia nel lavorare. Tutto è fatto in funzione di uno scopo -- è molto importante spiegare cosa fai, come lo fai e perché lo fai, in modo da riuscire a compiere i giusti passi. A volte, però, questi giovani si perdono in questo processo. Devono imparare a lasciarsi andare e ad essere più spontanei.

La mostra UMBRA aveva un taglio oscuro, pesante, ma alla fine i visitatori si trovavano davanti ad un'installazione luminosa. Volevi che gli spettatori lasciassero la galleria con il sorriso?
Quella mostra aveva come protagonista le ombre, alcune oscure, altre misteriose e tristi. Simboleggiavano la perdita e la morte. Però ho anche realizzato una serie di foto astratte con degli specchi e per realizzarla ho sperimentato con la luce, fino ad arrivare all'RGB. Quando metti insieme, le lampade rosse, blu e verdi creano una luce bianca. Credo sia stata una bella conclusione per la mostra. I visitatori le adoravano: si sono fatti un sacco di selfie.

Hai parlato della differenza tra fotografia di moda e arte, ma ritengo che i tuoi editoriali siano un punto d'incontro tra i due, perché ti permettono di lavorare con più libertà. Hai più spazio per l'espressione con gli editoriali?
Sì. Mi piace fare un po' di tutto, spaziare tra cose diverse e non concentrarmi su una soltanto. L'editoriale è una sorta di ibrido tra l'arte e la fotografia di moda. Per me si tratta di un luogo adatto alla sperimentazione, a volte persino di più dei miei stessi lavori nel campo dell'arte perché, per quanto possa suonare strano, della fotografia di moda m'importa ben poco. Lo faccio per il lato fotografico della cosa. Mi piacciono gli editoriali, sono divertenti. Sono come un parco giochi in cui posso sperimentare e fare tutto ciò che mi va di fare. È fantastico poter avere una possibilità di lavorare con persone diverse e lasciarsi ispirare da loro.

Hai lavorato con Frank Ocean per alcune foto contenute nella sua Boys Don't Cry zine -- hai potuto esprimere liberamente la tua creatività o Ocean aveva già chiaro in mente cosa voleva?
Abbiamo lavorato insieme. Siamo andati in Giappone e ci siamo rimasti un po' di tempo. Frank ha la passione delle macchine da corsa e per questo abbiamo assistito molte gare, sempre insieme. Andavamo lì, scattavamo e quando avevo un'idea la mettevamo in pratica insieme.

C'è una foto in cui regge una scatola rosa davanti al volto.
Sì, è una cosa che faccio spesso. Non gli interessava comparire in ogni fotografia. Entrambi siamo affascinati dal contrasto tra ciò che è evidente e ciò che invece viene celato, tra il pubblico e il privato. È un'ambiguità che ci accomuna. 

Di cosa ti stai occupando al momento?
Sto lavorando a più progetti. Ho pubblicato un libro dal titolo Roxanne qualche anno fa e a breve ne pubblicheremo un altro, molto diverso dal primo. La protagonista è sempre lei, solo che ci sono più nudi e molta pittura. È un libro dai toni molto vivaci, femminista, forte. Verrà pubblicato a febbraio.

Sto esponendo alla mia galleria di Johannesburg, quindi devo dedicarmi anche a nuovi lavori. Al momento mi sto cimentando con nuove tecniche. Ho sempre pensato che non avrei mai usato Photoshop per i miei lavori personali, ma solo per gli editoriali. Dopo UMBRA, però, sento un'energia diversa, nuova. Si è trattato di un progetto che ha richiesto un grande lavoro di introspezione ed è stato piuttosto pesante. Sto sperimentando in maniera giocosa nei miei lavori personali. Dipingo sulle stampe, faccio collage. Metto insieme il tutto e vedo cosa succede.

vivianesassen.com

Crediti


Testo Alyssa Pereira
Immagini su gentile concessione di Casemore Kirkeby