peng xiangjie cattura il volto nascosto della cina

Fino al 16 luglio sarà possibile girare il mondo rimanendo a Torino. La mostra LATITUDES - Abitare la distanza, ospita i lavori di quattro fotografi provenienti da diverse parti del globo e noi di i-D abbiamo avuto il piacere di parlare con uno di loro.

|
05 luglio 2016, 10:00am

Peng Xiangjie si definisce un fotografo documentarista, anche se i suoi scatti onesti e taglienti realizzati con una Mamiya degli anni '70 non si limitano a raccontare, a catalogare paesaggi ed esistenze, ma trascendono l'intento documentaristico per diventare una perfetta raffigurazione della poetica del diverso. Latitudes ci invita ad abitare le distanze, ma Xiangjie fa molto di più che farci sentire vicini ad un Oriente che tra noi occidentali ha sempre suscitato ogni sorta di immaginario e fascinazione: riesce a colmare l'abisso che troppo spesso ci divide da ciò che percepiamo come "altro" rispetto a noi. Ciò che è fuori dall'ordinario rimane il protagonista indiscusso dei lavori del fotografo cinese e gli emarginati che immortala pretendono di essere guardati, ci chiedono di superare il velo di Maya ed immergerci nella loro dimensione quotidiana, nel momento in cui cessano di essere spettacolo e tornano ad essere persone. Ciò che smuove lo spettatore non è tanto la risolutezza nell'esecuzione, lo spessore sociologico o l'innegabile valenza pittorica, ma il profondo senso di dignità che questi scatti trasudano. Nella mostra torinese sarà possibile ammirare foto estratte da Wandering Tent, che segue i personaggi e le vicende di un circo itinerante, Dwarfs Empire, che ci porta nella comunità di attori e ballerini nani nel "paese dei piccoli uomini" della provincia dello Yunnan e Twins, con cui il fotografo ci invita a metter piede nella piccola città di Mojiang, famosa per ospitare un numero inspiegabilmente alto di gemelli (oltre 1300 coppie).
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Peng Xiangjie, che ci ha parlato dell'importanza della tradizione, del coraggio di essere diversi e del perché la fotografia non potrà mai essere un lavoro.

La fotografia per te è una passione, non un lavoro. Come ti sei avvicinato a questa forma d'arte e che ruolo ha avuto nella tua vita?
Agli inizi degli anni '90 lavoravo in un grande impianto di produzione di aeromobili in un sobborgo relativamente isolato nella periferia di Xi'an, Cina centrale. La mia quotidianità era semplice e noiosa e la fotografia è divenuta il mezzo per porre fine alla banalità della vita: è una via che ho scelto molti anni fa e che continuo a perseguire con sicurezza. Se la fotografia fosse un lavoro come gli altri, sarebbe molto meno divertente e sorprendente rispetto a come appare oggi ai miei occhi.

Scatti in analogico e ti servi esclusivamente di luce naturale. Si tratta di una scelta estetica o della ricerca di una totale autenticità?
Scatto in analogico principalmente per abitudine ed affezione. Al mio primo contatto con la fotografia in Cina tutti scattavano su rullino e anche il mio percorso di studi e di ricerca è profondamente legato all'uso del rullino e allo sviluppo in camera oscura. Soprattutto in un'epoca digitale come la nostra, questa scelta potrebbe suonare come un insensato attaccamento ad uno stile sorpassato, io invece percepisco il suo valore manuale e, per così dire, artigianale. In breve, ciò che mi propongo con la mia fotografia è creare un continuum con un'epoca che ho vissuto tanti anni fa e che ritengo degna di essere proseguita.

Hai allestito una camera oscura direttamente in casa tua. Si tratta di una scelta dettata dalla pura comodità o l'hai fatto perché così ti sembra di avere il pieno controllo sul processo creativo, una maggior intimità tra te e i soggetti che scatti?
La mia camera oscura si trova in casa ed è grande 14 mq. Non ne ho costruita una più grande solo per fattori economici. Avere avuto la possibilità di allestirla in casa è molto importante per me, perché così posso controllare in maniera efficace tutti i piccoli passi del lento e delicato processo di stampa. La camera oscura è come un armadio chiuso che mi separa dal resto del mondo, un luogo in cui mi immergo in uno stato intimo e privato di profonda concentrazione. Anche se cerco di operare in modo preciso e rigoroso, gli imprevisti sono inevitabili e fanno sì che il risultato sia spesso molto lontano dalle aspettative iniziali. Il processo di stampa può risultare ricco di sorprese e questa sensazione di scoperta continua è un'esperienza che mi risulterebbe impossibile ottenere con l'uso della fotocamera digitale.

Le tre serie scelte per Latitudes sono molto diverse tra loro. Credi ci sia un leitmotiv che le accomuna?
La mia fotografia si occupa di alcuni fenomeni che spesso passano inosservati all'interno della cultura mainstream cinese. Se volessimo individuare un terreno comune alle varie serie, sarebbe l'attenzione per i fenomeni non mainstream e associati alle sottoculture presenti in questo Paese.

Hai seguito un circo itinerante dal 1992 al 2002. Una dedizione rara, soprattutto ora che l'arte, nell'era di internet, sembra essere scandita da ritmi veloci e caratterizzata da una certa effimerità. Com'è nata questa fascinazione per il mondo del circo e come sei riuscito a mantenerla viva tanto a lungo?
Fin dall'infanzia, sono sempre stato una persona curiosissima. Mi ha sempre intrigato indagare le distanze e mi nutrivo degli stimoli provenienti dal modo esterno. Quando per la prima volta vidi il grande tendone della compagnia circense, capii immediatamente che io e gli attori eravamo lo stesso tipo di persone. In quel periodo mi dedicavo alla fotografia durante il mio tempo libero dal lavoro e fu così che iniziai a passare le mie vacanze con loro, seguendoli nei loro spostamenti e adottando il loro stile di vita. Pertanto, credo che la serie The Wandering Tent possa essere considerata una serie da "dilettante": il lasso di tempo che mi è servito per portarla a termine è lungo, ma i rapporti di comprensione reciproca e di amore che si sono creati tra me e i soggetti sono impareggiabili.

Ho sentito parlare del fatto che in Cina le realtà come queste stanno scomparendo o scompariranno a breve. Qual è la tua opinione a riguardo?
Le compagnie circensi itineranti sono molto rare nella Cina contemporanea. Per un lungo periodo di tempo, tali manifestazioni sono state considerate una tradizione culturale volgare o addirittura manifestazione di ignoranza. Soprattutto per la forma di alcuni spettacoli dal contenuto erotico, queste realtà sono state condannate, accusate di oscenità. Ai miei occhi, però, il circo itinerante è una delle arterie vitali della cultura popolare cinese, uno dei simboli della nostra diversità culturale romantica e allo stesso tempo tragica. Nella Cina di oggi, la rapida crescita economica spinge verso tutto ciò che è il "nuovo mondo", per cui corriamo il rischio di dimenticarci la nostra delle nostre radici culturali: questa è la vera tragedia del popolo cinese.

Soprattutto per le serie The Wandering Tent e Dwarfs Empire, hai scattato persone vittime dell'alienazione, abituate ad esibire le proprie diversità per il divertimento di coloro che si considerano "normali". Come si sono sentite quando le hai volute come protagoniste dei tuoi scatti in quanto esseri umani, abbracciando la loro quotidianità e dando loro valore anche oltre lo spettacolo?
I soggetti ripresi tra le compagnie circensi e nel paese dei nani sono abituati ad esporre i loro corpi e a mettersi in posa per le fotografie, poiché considerati interessanti ed eccentrici. Credo che queste persone, osteggiate come manichini di fronte alla nostra cosiddetta normalità, dovrebbero venire valorizzate per la loro adattabilità, perseveranza e spirito di sopravvivenza. La loro frustrazione, le sofferenze e le gioie contribuiscono a costruire un'esperienza di vita ricca e piena di sfaccettature. Sono persone diverse da noi per alcuni aspetti, ma continuano ad essere uomini e donne pieni di dignità e nobiltà d'animo.

Potresti descrivere ognuna delle tre serie con una parola ciascuna?
Dwarf Empire: sopravvivenza. Twins: amore. Wandering Tent: sulla strada.

Che rapporto si crea con i soggetti che scatti? Hai incontrato difficoltà particolari mentre li fotografavi?
Quando scatto le mie foto, la parte più difficile sta più nell'individuare il mio stato d'animo e la prospettiva nella quale mi pongo nell'affrontare il soggetto piuttosto che nell'attitudine del soggetto stesso. I personaggi che catturo si aprono all'obbiettivo, sono completamente disponibili alla macchina fotografica. La possibilità di scattare una foto soddisfacente risiede nelle mie mani molto più che nelle loro.

Ci puoi anticipare il soggetto della tua prossima serie?
Sto lavorando ad una nuova serie che si focalizza sulle attività culturali (o sub-culturali) legate al mondo dei manga (Cosplay).

Fino al 16 luglio sarà possibile visitare la mostra LATITUDES - Abitare la distanza presso la galleria IN ARCO di Torino.

 

Crediti


Testo Francesca Lazzarin
foto Peng Xiangje