ho fatto parte di una performance di marina abramović

Com'è lavorare al fianco della body artist più famosa al mondo? L'abbiamo chiesto alla musicista e performer Ingrid Schorcher.

di Eloisa Reverie Vezzosi
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16 settembre 2015, 9:10am

Marina Abramović, Portrait With Scorpion (Open Eyes) (2005)

"L'artista è universo" (paragrafo 7 dal Manifesto di Marina Abramović).
Alcuni conoscono il suo nome, alcuni il suo corpo, altri le sue parole e provocazioni. Alcuni sanno delle sue origini serbe, alcuni del suo importante amore con Ulay, altri del suo "metodo". C'è chi l'ha vista tagliarsi le mani con 10 coltelli diversi, c'è chi le ha messo una pistola tra le dita, chi l'ha guardata negli occhi piangendo, chi ha seguito i capi Givenchy sfilare l'11 settembre 2015 alla Settimana della Moda di New York secondo le sue direttive di "nuova vita, speranza e soprattutto amore", e c'è chi aspetta il suo funerale, la sua ultima opera d'arte annunciata.

Ma volete sapere la verità su Marina Abramović?
Siamo tutti degli illusi. Nessun tipo di conoscenza e nessun tipo di sapere potrà mai legarsi a pieno alla creatività "disturbing" dell'opera della body artist e performer più famosa e potente al mondo. Possiamo solo tentare. Possiamo solo continuare a venerare come una dea la donna che sostiene che "l'artista non dovrebbe trasformare sé stesso in un idolo" (paragrafo 1 dal Manifesto).
Come riuscire allora ad appagare la nostra curiosità pur mantenendo la nostra rispettosa devozione?
Ho chiesto alla performer, diplomata in fisarmonica, appassionata di musica, danza, recitazione e scultura, Ingrid Schorcher di raccontare le sue ore trascorse con Marina Abramović in occasione della performance del 20 settembre 2014 alla Fondazione Beyeler di Basilea.

Qual è il tuo rapporto con l'arte?
Arte per me è sviluppo interiore, rappresenta il rapporto che nasce tra me e gli altri. Vuol dire creare a partire dal potenziale del singolo; "creare" indica lo sbloccare, lo sfidarsi sempre sia esplorando campi nuovi, sia approfondendo quelli già conosciuti. L'atto artistico spesso è un nuovo punto di partenza, una momentanea perdita di identità che ti arricchisce e ti fa crescere. Personalmente poi vivo l'arte attraverso la musica. Ogni campo artistico (danza, musica, scultura, pittura, performance) "attira attenzione" attraverso parametri musicali che creano tensione con ripetizioni, crescendo, pause, dinamiche, sfumature espressive... Spazio, tempo, forma rappresentano e tengono vivo il pensiero d'artista.

Cosa pensavi di Marina Abramović e delle sue performance prima di conoscerla di persona?
L'aspetto che mi ha sempre e più affascinato nell'arte è l'autenticità e la permanente ricerca di essa tramite la perdita del proprio ego. E Marina, secondo me, rappresenta questo a pieno. È una persona che riesce a perdere se stessa per "andare oltre" e per realizzare opere che rappresentano progetti artistici molto personali e spirituali. "Andare oltre", ovvero, superare la morte, sublimare il dolore, creare un vero e proprio rapporto con gli spettatori (cfr. "The artist is present" al Moma nel 2009). Mi colpisce emotivamente soprattutto la sua ricerca spirituale che si interroga su domande esistenziali - da dove siamo venuti, l'essenza divina... e che riesce, secondo me, a collegare e integrare nelle sue performance.

È stata la prima esperienza di questo genere a cui hai mai partecipato?
È stata la prima solo con Marina. Avevo già partecipato a una performance di Allora & Calzedilla dal titolo "14 Rooms" (14-22 giugno 2014) presentata all'Art Basel insieme a Fondation Beyeler e Theater Basel.

Come si è svolto il tutto: dalla selezione alla settimana di preparazione?
Per semplificare: avevamo una mezza giornata di casting composta da una serie di esercizi; per chi veniva selezionato, seguiva un'altra mezza giornata per le prove. Il secondo giorno c'era già lo spettacolo. Eravamo 30 performer e dovevamo restare chiusi in cubi con solo la testa visibile. Ogni cubo si trovava in mezzo a un tavolo e mentre tutti i VIP e celeb mangiavano, noi stavamo immobili a guardarli.

Potresti descriverci e raccontarci in dettaglio i tuoi giorni con Marina Abramović?
Mi trovavo nel cubo accanto al suo tavolo. Dopo la performance mi ha abbracciato, ringraziato e fatto i complimenti. È stato quando siamo rimasti noi 30 soli con lei per circa 15 minuti. Eravamo in cerchio: avevamo gli occhi chiusi e ci tenevamo a vicenda le mani. Respiravamo insieme. Sentivo contemporaneamente la forza del gruppo e la sua presenza importante quanto affettuosa, celebre e umana. Lì ho potuto scambiare con lei due parole. Mi ha incoraggiato a continuare a fare la performer. Io sicuramente andrò a frequentare il suo "camp". Conoscerla da vicino mi ha profondamente colpito. Mi ha "impressionato" la sua persona. Tanti dicono il contrario, a me non importa.

Cosa ti rimarrà per sempre impresso nella memoria?
Il momento dello sguardo intenso e lungo degli occhi di Marina. Mi sono sentita a lei molto vicina, come se lei mi comprendesse e mi capisse meglio di qualsiasi altra persona al mondo. Per un attimo siamo state amiche. È stato un attimo intimo con le lacrime che mi scendevano dagli occhi e il cuore che mi batteva forte mentre interiormente provavo una grande pace e calma.

Un'espressione, una frase, un pensiero dell'artista che ti ha particolarmente colpito?
Oltre al "You really have to work as a performer" che mi ha detto abbracciandomi, in generale mi ha colpito la sua idea di "freeing body". "Il corpo deve superare alcune prove per ricollegarsi alla mente."

L'artista "è stata presente"?
Assolutamente sì.

Qual è la tua opinione riguardo al rapporto che Marina Abramović ha recentemente stretto col mondo della musica, della moda e con artisti di altri campi?
Credo che col tempo Marina sia diventata molto consapevole delle leggi politiche ed economiche che governano il mondo. A mio avviso però lei non ha come obbiettivo il guadagno o il desiderio di diventare più famosa e conosciuta di quanto non sia già. Anzi, al contrario. Se prima l'unico bisogno che aveva era quello di esprimersi come artista, in questo momento ritengo che stia cercando di vivere l'arte come mestiere cercando di trarne un guadagno e di comportarsi nel modo più professionale possibile. Ha imparato a usare il suo potere e i suoi rapporti in maniera intelligente e utile aiutando anche giovani artisti, promuovendoli, facendo beneficenza e rispettando i bisogni dell'umanità. Questa sua autenticità arriva direttamente al pubblico. Non tutti capiscono l'arte di Marina ma è uno strumento che colpisce tutti. E poi chi sono io per giudicare? Non esiste bene o male. Anche il rifiuto può portare a risultati personali importanti...

Cosa pensi di Marina Abramović adesso che sei stata "da lei formata" e che hai vissuto una sua opera?
Non si può mai dire di "aver vissuto" una sua opera. Ho conosciuto invece un nuovo lato di me stessa. 

Crediti


Testo Eloisa Reverie Vezzosi

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