vi presentiamo i gemelli nordio, due designer di domani

Gregorio e Giovanni sono due giovani stilisti che hanno saputo distinguersi grazie al loro approccio unico al mondo della moda italiana, lontano dall'omologazione creativa e artistica che sembra caratterizzare i nuovi designer.

di Alessio de Navasques
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01 agosto 2017, 9:50am

Abbiamo conosciuto GiovanniGregorio Nordio alla sfilata Iuav di Venezia in cui i fratelli hanno presentato la loro prima collezione. Poche settimane dopo, li abbiamo nuovamente incontrati per capire quali sono le prospettive e i sogni di due giovani stilisti che si affacciano oggi sul mercato del lavoro nell'industria della moda. 

La tendenza globale sembra dirigersi verso una complessiva omologazione e verso un impoverimento della creatività, a favore di una velocità di comunicazione che rende tutto superficiale. Ma in questa intervista i gemelli Nordio ci spiegano con forza che non è così, che viviamo in un mondo che sta cambiando, in cui il nuovo sketch-book è in nostro iPhone, ma in cui la rete ci offre un'infinità di prospettive e approfondimenti. Non esistono più punti di riferimento forti, al loro posto una moltitudine d'informazioni e possibilità di ricerca in cui muoversi liberamente. Una contemporaneità liquida, dove la ricerca di moda diventa aperta, si rompono le coordinate spazio-temporali e non esistono più gerarchie stilistiche; un mondo in cui tutto viene messo in discussione, continuamente.

Nella ricerca di una propria identità, individuale e contemporaneamente nazionale, vengono rielaborati segni e personaggi, da Pinocchio a Craxi, che assumono nuovi significati e diventano simboli di un nuovo sistema culturale. Questo il processo che ha portato Giovanni e Gregorio a realizzare la collezione dal nome Tribalitalia a conclusione del percorso di studi quinquennale in fashion design allo Iuav.

Domanda a bruciapelo per rompere il ghiaccio: Giambattista Valli ha di recente dichiarato che i giovani stilisti non hanno più una loro visione personale, cosa ne pensate?
Giovanni: Penso sia come dire "non ci sono più le mezze stagioni," non significa niente. A quali giovani si riferisce? Londra? Parigi? Mosca? Berlino? Catania? Atene? Marghera?
Gregorio: Forse è solo molto annoiato.

Come può emergere l'identità personale in un mondo della moda sempre più commerciale e marketing-oriented?
Giovanni: Non lo vedo come un problema. Più i brand storici o i grandi gruppi appiattiscono la loro comunicazione, concentrandosi sul prodotto, più diventa ampio lo spazio per le nuove identità.
Gregorio: Le due cose non sono incompatibili. Basterebbe considerare l'aspetto commerciale come mezzo e non come fine. Demonizzarlo è inutile.

Avete un direttore creativo di riferimento?
Gregorio:
No, non abbiamo direttori creativi di riferimento perché preferiamo unire, mixare tutto ciò che vediamo senza concentrarci su una sola figura.

Siamo schiavi della cultura dell'immagine? E qual è il suo impatto sulla creatività?
Giovanni: L'impatto che ha sull'essere creativi è sicuramente positivo: oggi, tutti i miei amici sono molto più attenti nel consumare immagini. La selezione di quello che viene postato sui social, per esempio, è sempre più interessante.
Gregorio: No, non ne siamo schiavi. Stiamo imparando a gestire le centinaia di immagini che ci scorrono davanti quotidianamente. Basta non lasciarsene inebriare. La cultura visuale di un ragazzo del liceo oggi è vastissima rispetto a quella che potevamo avere noi qualche anno fa.

Come fate ricerca, cosa vi ispira?
Giovanni: Penso che le note e le immagini catturate con l'iphone abbiano sostituito lo sketch-book, e lo trovo interessante. Tutto questo materiale grezzo poi viene stampato, appeso, selezionato, ridisegnato. La leggerezza con cui "salviamo" sull'iPhone quello che ci interessa è fondamentale. Nello specifico, mi piacciono i lavori del graphic designer David Rudnick, l'approccio grafico e l'attitudine dei vecchi numeri di Cronaca Vera, Frigidaire, Westuff.
Gregorio: Non faccio ricerca mirata e cerco di evitare di trovare "ispirazioni". È un processo lungo, che non rispetta i tempi del progetto. Sono l'accumulo e il caso che guidano la mia attenzione verso un colore, una forma, un tessuto, una tipologia. Ma succede tutto in modo naturale. Sono libri come Viaggio al Termine della Notte o le tavole di Josè Muñoz ad avermi irreparabilmente influenzato. Sono punti di non ritorno.

Cosa serve davvero alla moda in questo momento? Cosa manca?
Gregorio: Un po' meno pr e un po' più contenuti interessanti. Non ci possiamo illudere che basti una giacca fatta bene per riuscire a comunicare qualcosa. Serve un'attitudine che superi la singola cucitura.

Com'è nato il progetto della collezione che avete presentato durante il Graduation show dello Iuav Moda?
Giovanni: Volevamo creare due capsule, che poi abbiamo deciso di unire in un unicum ricco di messaggi eterogenei. Siamo stanchi di collezioni dove un solo tema viene spalmato in maniera orizzontale su tutti gli outfit. Creare un discorso e una struttura iconografica separata per ogni outfit obbliga chi guarda lo show a cercare di indagare ogni figura che cammina in passerella. Penso che il tempo di osservazione di un singolo outfit possa essere un indicatore della validità del progetto.
Gregorio: Abbiamo riflettuto su alcuni abiti realizzati in precedenza; formalmente erano molto diversi tra loro, ma anche senza una spiegazione logica dialogavano con fluidità. Per quanto mi riguarda, il punto di partenza della collezione è stato la rivisitazione della parata di personaggi che Pinocchio incontra nella sua avventura. Pur lavorando separati ci siamo auto-imposti di evitare un tema formale comune, cercando invece alcuni micro-temi per ogni singolo outfit. Ci piace associare i personaggi creati alla moltitudine dei dialetti italiani, che a volte comunicano e a volte sono come muri tra paesi distanti pochi chilometri. L'iconografia di riferimento è quella italiana nei suoi diversi pasticci, paradossi e bellezze. Dall'immagine di copertina di Alessandra Mussolini per il suo album Italodisco Amore cantato in giapponese, all'iconografia che ruota intorno a Craxi e alla Prima Repubblica, da Collodi a una collaborazione con i ragazzi di Hardcore Italia.

Com'è la formazione di moda in Italia?
Giovanni: Alla Iuav alcuni docenti non sono stilisti, ma critici: nel confrontarmi con loro sono stato obbligato a costruire un discorso teorico, che aggiunge moltissimo alla collezione o al progetto grafico. Inoltre, Venezia è geograficamente prossima ad aziende tessili di alto livello, quindi abbiamo imparato da subito a instaurare relazioni con i diversi punti della filiera produttiva.
Gregorio: Un difetto tutto italiano è la retorica del Made in Italy. Come stilista direi che il retaggio del "ben fatto" ci limita e paradossalmente, almeno per quanto riguarda le università pubbliche, ci sono pochissime strutture che sostengono il lavoro creativo, che necessita di macchinari costosi e che non vuole esser considerato "artigianato". Il lato positivo è che siamo sempre stati costretti a confrontarci in un modo o nell'altro con aziende private presenti sul territorio.

Pensate di lanciare un vostro brand? Secondo voi c'è spazio per brand indipendenti e di ricerca?
Giovanni: Per il momento non abbiamo in progetto il lancio di un nostro brand, vogliamo continuare a fare esperienza. Lo spazio c'è, ma da un punto di vista logistico e commerciale devi esser molto preparato, non tanto a livello di design ma in fase esecutiva e di marketing.

Rimarrete in Italia? Com'è la scena italiana?
Giovanni: Sì, rimarremo in Italia. La situazione per quanto riguarda i giovani progetti non è satura come in altri posti, forse è un vantaggio.

Siete fratelli e anche gemelli, condividete sia vita che lavoro?
Giovanni: Spesso abbiamo condiviso sia vita che lavoro, vacanze comprese. Probabilmente a breve ci trasferiremo a Milano, ma vivremo in due appartamenti diversi. Finalmente.
Gregorio: Vita a volte sì, a volte no. Lavoro più sì che no. Abbiamo avuto una prima esperienza di tirocinio separati, io a Milano e Giovanni a Copenaghen. Successivamente abbiamo lavorato insieme in un ufficio stile a Treviso e concluso il triennio con una collezione comune. Due anni fa siamo andati ad Anversa per un'esperianza da Raf Simons. Durante il corso magistrale abbiamo sempre cercato di lavorare separatamente, in particolare per la collezione finale abbiamo realizzato dieci outfit a testa lavorando senza troppe interferenze. Solo una settimana prima della sfilata abbiamo costruito la line-up mescolando i venti outfit. Negli stessi mesi abbiamo seguito insieme la nuova capsule che abbiamo disegnato per Dust Magazine.

Il vostro sogno?
Giovanni: Ne ho tanti. Per ora direi mantenere viva l'ultima collezione che abbiamo prodotto.
Gregorio: Siamo gemelli, ma cerchiamo ancora di sognare separatamente. 

Crediti


Testo di Alessio de Navasques
Fotografia di Alessio Costantino 
Immagini di Archivio Courtesy of Giovanni e Gregorio Nordio

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