nessuno fotografa il fascino della provincia italiana come jacopo benassi

In occasione della sua personale presso lo Spazio Punch di Venezia, abbiamo intervistato l'artista che meglio incarna il significato di fare arte fuori dalle grandi città d'Italia.

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17 ottobre 2018, 1:03pm

Quando si intervista qualcuno che non si occupa di parole in senso lato - uno scrittore, un politico, un pubblicitario - capita spesso che le risposte siano un po’ mosce. Un po’ formali. Un po’ come ci si aspetterebbe. È normale e anche giusto, perché la padronanza di un mezzo espressivo che si trasforma in alcuni fortunati casi in ossessione o arte parla da sé. L’utilizzo delle parole è una forzatura dovuta ai bisogni della comunicazione che pretende sempre un testo, un foglio di sala, qualche citazione per spiegare meglio.

Jacopo Benassi invece, che è un fotografo e molto altro, possiede anche questa capacità di rappresentare il proprio mondo attraverso risposte che sono militanti, ironicamente spietate e spietatamente vere. In occasione della personale appena inaugurata allo spazio Punch di Venezia, abbiamo parlato con lui della provincia italiana e di Milano, del Btomic e di La Spezia, di Jozef Van Wissem, di ciabatte, di Aki Choklat e di quei c***o di barber shop che ormai sono dappertutto.

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Cos’è stato per te il Btomic , lo storico locale di La Spezia chiuso nel 2015 di cui sei co-fondatore?
Con Federico Pepe/Le Dictateur, amico e socio fondatore del Btomic, andavamo sempre all’Atomic Bar a Milano, un locale ora chiuso, e non potendo chiamare così anche il nostro posto Federico mi ha detto: “Chiamiamolo Btomic,” e così è nato il nome.

Per me non è stato solo un locale—o club, come si dice a Milano—, ma uno spazio capace di autodocumentarsi: all’interno ho installato da subito una fotocopiatrice e fondato la mia prima publishing house per produrre le zine legate agli eventi del Btomic. È stato un esperimento!

Qual è stato l’influsso di un progetto del genere su una città come La Spezia?
Spezia è una città di provincia e le persone ci snobbavano, ci davano dei radical chic. Non ho parole per questo... Dai, mi hai visto? Comunque lo presi come un complimento.

Al Btomic veniva un sacco di gente da fuori, da Sarzana, Massa, Carrara, Firenze, Genova, Parma, Reggio, Milano... Pochi spezzini, loro preferiscono non pensare! È vero che abbiamo organizzato live parecchio impegnativi, ma al tempo stesso facevamo anche i würstel con Brezel. Bilanciavamo, o almeno cercavamo di trovare un equilibrio.

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Il tuo lavoro è legato in qualche modo alla provincia italiana?
Non riuscirei mai a vivere in una grande città. Il lavoro mi porta spesso in giro, ma torno sempre nel mio habitat, Piazza Brin, dove si trovava il Btomic. Io abito lì e il mio studio è lì. A La Spezia non vado neppure in centro perché vedere la gente che prende l’aperitivo mi mette tristezza, tipo quelli di questi locali che non metto in dubbio siano spettacolari, ma che personalmente non frequenterò mai.

Io vado nel mio bar tabacchi del quartiere dove Alessandro fa delle compilation musicali che non le senti da nessuna parte del mondo (non scherzo!), dove girano le persone vere, che mi fanno stare bene, dai barboni all’agente assicurativo. Molti dei personaggi ritratti nel libro Gli aspetti irrilevanti che ho realizzato con Paolo Sorrentino vengono da lì.

Come cambia fare un lavoro creativo o artistico vivendo in provincia piuttosto che in una metropoli? E perché hai fatto questa scelta?
Difficile spiegarlo a parole, ma ci provo. Mi sono creato un habitat, frequento poche persone e con loro organizzo cene nel mio studio. Non so se a Milano riuscirei a fare lo stesso, perché è una città in cui le distanze si percepiscono in modo più forte e le persone sono sempre in pista, o per lavoro, o per divertimento. Aver creato il mio habitat mi ha dato un giusto equilibrio. Io non scelgo mai, reagisco d’istinto.

Ti faccio un esempio: poco tempo fa il fotografo e amico Marco Delogu mi ha chiesto di realizzare un lavoro su Roma. Ho cominciato a pianificarlo e non veniva fuori nulla. Nel momento in cui ho iniziato ad agire direttamente sul posto, evitando di progettare, le cose hanno preso una piega diversa.

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Tra i personaggi che hai incontrato nella storia del Btomic quali ti hanno più colpito?
Moltissimi. Però ti dico che tra gli artisti del Btomic che mi hanno non solo colpito, ma sono diventati poi amici e collaboratori ci sono Jochen Arbeit, Julia Kent, Khan Of Finland, Fabrizio Modonese Palumbo, Jozef van Wissem, Lori Goldston, Lady Maru. Ecco, loro sono amici che non mi hanno solo lasciato un bel ricordo, ma con i quali continuo a collaborare.

La personale allo Spazio Punch, inaugurata in concomitanza con la doppia personale di Carlos Casas e Saodat Ismailova, curate entrambe da Saul Marcadent e Augusto Maurandi, è un racconto di queste relazioni che mi hanno condotto a realizzare un video, presentato in mostra per la prima volta, in cui suono il mio corpo live, accanto a un altro video fatto con Jozef van Wissem per COCO, progetto portato avanti a quattro mani con Federico Pepe.

C’è una storia, qualcosa che è successo, che ci puoi/vuoi raccontare che sintetizzi lo spirito del Btomic?
La prima volta che Jozef van Wissem doveva suonare al Btomic eravamo tutti molto eccitati perché lui aveva appena vinto la Palma d’oro a Cannes per la colonna sonora del film Only Lovers Left Alive, film di Jim Jarmusch, con il quale tra l’altro suona anche live a volte. Eravamo prontissimi, le persone ci chiedevano se era sold out, tutto pronto.

Alle sei di sera riceviamo la notizia che a causa di un problema con il volo da Amsterdam Jozef non riesce ad arrivare. Ero sconvolto, lo odiavo. Incazzatissimo, gli ho mandato anche un'e-mail, in un inglese da calci nel culo. Ricordo anche, però, che io, Lorenzo D’Anteo, Roberto Buratta, Gianluca Petriccione (i soci con me del Btomic!) ci siamo seduti attorno al tavolo e ci siamo fatti una mangiata spettacolare, ridendo su tutto. Così la pillola è andata giù. Poi abbiamo recuperato la data, Jozef si è fatto perdonare alla grande e ora siamo grandi amici!

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Come sono cambiate La Spezia, la provincia e l’Italia dal 2011 a oggi?
Sono diventate piccole metropoli, tutto arriva attraverso la rete e le province cercano di imitare le grandi città. Secondo me sbagliano, perché dovrebbero essere più genuine, più autentiche. Se pensi che questi cazzo di barber shop sono anche nei piccoli centri... due palle! E poi "movida" è una parola del cazzo, mi fa cagare! Ripeto, io sto bene in piazza Brin!

Su cosa stai lavorando ora? Quali sono le tue "ossessioni"?
Sono impegnato su diversi progetti. Uno è con la galleria Francesca Minini, che presenterà il mio lavoro ad Artissima. Collaboro da poco con il team della galleria e devo dirti che sono veramente grandi e sto bene con loro. Con Antonio Grulli invece sto lavorando a un libro su Bologna che uscirà a gennaio, con una mostra a Palazzo Bentivoglio e con la collaborazione di Gaia Vacchi.

Poi c'è una collaborazione a Roma con Marco Delogu che presenteremo al MAXXI. Tornerò anche a collaborare con il brand N°21 fondato da Alessandro Dell’Acqua. La mia ossessione sono le pantofole, che vorrei disegnare! Anzi, che ho già disegnato... spero che il mio caro amico Aki Choklat legga i-D.

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La personale di Jacopo Benassi, esposta in parallelo a quella di Carlos Casas e Saodat Ismailova, è visitabile fino al 25 novembre 2018 pressoSpazio Punch, a Venezia.

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Altra mostra di cui è un'ottima idea segnarsi nome e data, quella di Francesca Woodman:

Crediti


Testo di Jacopo Bedussi
Fotografia di Augusto Maurandi realizzata durante la messa in posa delle opere da parte dell'artista stesso.