Fotografia su gentile concessione di Emmanuel Angelicas

cinquant'anni di periferie urbane dimenticate

Fotografie che ritraggono quella parte delle città che tutti preferiamo non vedere, ma che esiste eccome.

di John Buckley
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07 novembre 2018, 11:07am

Fotografia su gentile concessione di Emmanuel Angelicas

Dopo aver preso in mano per la prima volta una macchina fotografica all'età di sette anni, Emmanuel Angelicas ha continuato per quasi 50 anni a documentare le periferie di Sidney. Durante un periodo storico caratterizzato da aspre tensioni di matrice razziale e sociale, il lavoro di Emmanuel è sempre riuscito a celebrare la bellezza dei suoi soggetti. Grazie a un'incrollabile fiducia nel prossimo, le fotografie di questo artista sono un vero e proprio high five alla cultura popolare, un documento prezioso che testimonia l'esistenza di realtà che la storia tende a dimenticare. Con il passare del tempo, il suo stile è rimasto semplice ma sovversivo, libero da restrizioni e tecnicismi.

Il progetto Marrickville potrebbe essere definito un banchetto per gli occhi di ritratti ultraterreni, ed è probabilmente il miglior riassunto possibile del lavoro documentaristico di Emmanuel, che in passato è stato paragonato proprio per la sua vena realista a Diane Arbus e Robert Mapplethorpe. Lo abbiamo incontrato, curiosi di come uno spaccato dell'identità culturale australiana possa diventare simbolo universale delle dinamiche che governano la società contemporanea.

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Se dovessi usare il minor numero di parole possibile, come descriveresti questa serie?
Marrickville è la mia casa. È il luogo in cui cresciuto e dove tutt'ora vivo. Quindi il progetto Marrickville è la mia vita, vista attraverso le mie fotografie.

Com'è stato crescere lì negli anni '70?
Ricordo gli anni '70 come un periodo felice e triste insieme. Mia madre aveva 44 anni quando mio padre morì. Ha indossato il nero per dieci anni e non si è mai risposata. Ha lavorato sodo e si è assicurata che in un modo o nell'altro a me e mio fratello non mancasse mai nulla. Era una tuttofare nelle fabbriche illegali di Marrickville, stirava e incollava le etichette di abiti che sarebbero poi finiti nei grandi magazzini. La pagavano due centesimi di dollaro all'ora. Grazie ai suoi contatti, crescendo ho ottenuto il permesso di fotografare ciò che accadeva in questi sweatshop. Prima di quei reportage, invece, mi ero sempre considerato un ritrattista.

Tornando a Marrickville, negli anni '70 era senza dubbio un quartiere difficile. Ci viveva un mix di inglesi, irlandesi e immigrati dell'Europa meridionale appartenenti in larga parte alla classe operaia. Le tensioni razziali portavano spesso a risse e violenze. Era un periodo complicato, in cui i pericoli erano all'ordine del giorno. Non so bene come, ma in qualche modo ce l'ho fatta. Vivevamo al limite, ma l'atmosfera tesa che si respirava per le strade, nel mio caso, era bilanciata dalla certezza di avere una casa, un rifugio in cui mi sentivo al sicuro. Alcuni sostengono di poter vedere questa ambiguità nel mio lavoro.

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Come sei entrato in contatto con i tuoi soggetti, vista la tua giovane età all'epoca?
Ho iniziato a fotografare la mia famiglia e i miei amici all'età di sette anni. Erano i più vicini a me. Sono il discendente di immigrati greci, quindi siamo molto legati alle nostre tradizioni. Siamo forti, passionali e pieni d'amore. La nostra porta di casa è sempre stata aperta a tutti, e spesso le persone si presentavano da noi con cibo, bevande e storie meravigliose. Questo mi ha permesso di crescere in un ambiente caldo, intimo e sicuro. Tutti erano amici, tutti si salutavano con abbracci e baci. Era un amore da cui era impossibile fuggire, e che ho poi scelto di condividere con le persone che ho incontrato per le strade di Sidney.

Ci sono fotografi che ti hanno particolarmente ispirato?
No, non proprio. Durante l'università questo è stato un problema. I miei docenti si arrabbiavano perché spesso mi rifiutavo di andare alle mostre o studiare il lavoro di altri fotografi. Poi, nel mio percorso post-laurea ho incontrato il fotografo Max Pam, che è diventato il mio mentore.

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La serie si sviluppa nell'arco di più decenni. In che modo il tuo rapporto con i soggetti e l'ambiente circostante è cambiato nel tempo?
La relazione con i miei soggetti è sempre rimasta la stessa. Intima, personale e diretta. Per quanto riguarda l'ambiente, mi adeguo ai suoi cambiamenti.

Quindi il tuo approccio alla documentazione fotografica di Sidney si è modificato nel corso degli anni?
No, non è cambiato affatto. La visione e l'approccio sono gli stessi di sempre.

È stato l'amore per il bianco e nero o quello per la coerenza ad averti portato a evitare il colore in tutto il progetto?
L'amore del bianco e nero, senza dubbio.

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In che modo l'avvento della fotografia digitale ha influito sulla serie?
Per me non si tratta di strumenti e attrezzature, bensì di intento e rivelazione finale. Dall'inizio degli anni '00, fare street photography è diventato sempre più difficile. Oggi la gente è alienata. Mettigli davanti una macchina fotografica e all'improvviso spalancherà gli occhi, innervosendosi e ponendosi in modo aggressivo. I social media non hanno avvicinato le persone. Anzi, ci hanno fatto allontanare dalla realtà. Oggi per strada non vedi persone curiose, hanno tutti paura.

Credi che se avessi sette anni oggi, documenteresti Marrickville con lo stesso entusiasmo che avevi negli anni '70?
Assolutamente. Ogni volta che scatto a Marrickville, a casa mia o per strada, sono ancora un ragazzino di sette anni troppo curioso che immortala tutto e tutti con la sua macchina fotografica, pieno di amore e disposto a condividerlo.

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Cosa ci possiamo aspettare dal tuo futuro?
Attualmente sto lavorando a un libro e una mostra sulla serie di Marrickville. Sono in programma per il 2020, quando saranno 50 anni esatti dall'inizio del progetto.

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D AU

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