Ode all'irriducibile molteplicità dell'identità queer, fuori dai limiti del binarismo

"Show Me Your Queer" è un progetto fotografico in cui persone queer da tutto il mondo si raccontano e, tutte insieme, restituiscono un mosaico policromatico della loro comunità.

di Gloria Venegoni
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03 maggio 2021, 2:28pm

Prendere coscienza della propria identità è un passo importante verso l’autoaffermazione. Fare coming out permette di amarsi un po’ di più e di sentirsi parte di una community. Solo raramente, però, le narrazioni veicolate dai media mostrano il lato sereno, gioioso, leggero dei processi identitari della comunità queer, prediligendo piuttosto un tono drammatico, sofferto e disfattista e spesso applicando un filtro deformante dovuto alla feticizzazione o alla spettacolarizzazione di questi temi. Pensateci: quasi ogni personaggi di libri e film che raggiunge la piena consapevolezza della propria sessualità e identità di genere e fa coming out si trova inserito in un contesto sofferto e pesante, in cui fatica ad accettarsi o a farsi accettare e il coming out è fortemente traumatico.

Se rimane fondamentale, per intavolare discussioni oneste e rilevanti, denunciare situazioni di bullismo, violenza, emarginazione e discriminazione a cui ancora oggi la comunità LGBTQ+ è soggetta, ricondurre solo a questo una realtà multiforme e sfaccettata—quasi per definizione—risulta riduttivo, trasformando in un quadro tutto nero uno scenario che è più simile a una tela imbrattata dai colori dell’arcobaleno, delle loro infinite sfumature e dalle loro unioni proteiformi. L’esacerbata drammatizzazione a cui è sottoposta la narrazione delle storie queer non riflette infatti le moltitudini di realtà che trovano spazio all’interno della comunità, e lo stesso vale per tutte quelle rappresentazioni stereotipate, ipersessualizzate o forzatamente politicizzate, a uso e consumo del pubblico cis (leggi: queerbaiting), che non fanno altro che adombrare di filtri deformanti e disonesti le storie LGBTQ+.

All’interno di questo panorama, ci sono però alcuni progetti che vogliono riappropriarsi della rappresentazione queer e riscriverla—ve ne parliamo qui. Tra questi, c’è anche Show Me Your Queer di Gloria Berenice Moreno e Pau Beckman Nielsen, creator di base a Copenaghen che sovvertono questa narrazione attraverso un archivio di storie queer intime e personali, scritte e immortalate dalle persone persone che le vivono.

Nato per diventare un calendario di autoscatti, il progetto si è poi evoluto in una raccolta fotografica che ha la forma degli archivi antropologici—area di studio in cui si è formata Gloria—per documentare gli studi sulle subculture underground di tutto il mondo. Insomma, una versione LGBTQ+ di Before They Pass Away di Jimmy Nelson, ma con una differenza cruciale: in Show Me Your Queer le voci narranti sono quelle dei soggetti stessi delle foto, che si mettono a nudo e raccontano a cuore aperto cosa significa per loro essere queer, come questo rappresenti un atto di ribellione rispetto alle norme imposte da un sistema sociale strutturato per favorire la maggioranza cis-het (che poi, saranno davvero la maggioranza?) e in che modo hanno dovuto affrontare e scrollarsi di dosso le etichette prestabilite anche all’interno della stessa comunità queer.

Il risultato è un mosaico di storie policrome, e non è un caso che il simbolo della community sia un arcobaleno, perché le sfumature di ciascuna persona sono infinite ed è mortificante ostinarsi a incasellarle entro limiti binari eteronormati preimposti su base arbitrarie e costrutti sociali.

Ecco quindi 11 storie queer, raccontate e fotografate da chi le vive

Mathias (he/him) e Frederik (he/him)

Mathias e Frederik su sfondo nero, progetto Show Me Your Queer
Mathia e Frederik, progetto Show Me Your Queer
Mathias e Frederik, progetto Show Me Your Queer

“Le nostre foto sono state scattate poco prima che Frederik tornasse ad Amburgo, dopo essere stato a Copenhaghen da Mathias. La nostra è una relazione a distanza, e per questo abbiamo voluto concentrarci sul significato del ‘doppio’. Portare avanti una relazione vivendo in due nazioni diverse è difficile in sé, e ancora di più durante una pandemia. Desiderarsi a distanza può essere romantico, certo, ma richiede anche tantissimo impegno. Per poterci vedere ad Amburgo, il governo tedesco ha richiesto di identificarci come Lebenspartners (letteralmente “partner di vita”), una definizione impegnativa per una coppia che si è appena formata.”

Annah Ritah (they/them)

Annah Ritah, progetto Show Me Your Queer
annah ritah, progetto Show Me Your Queer
Annah Rita fotografat a testa in giù con tinta rossa in viso, progetto Show Me Your Queer

“Nelle mie foto ho scelto di esplorare l’affinità che sento rispetto all’artista Jesse Kanda, che ha rappresentato persone queer e divergenti su cartelloni pubblicitari e copertine di tutto il mondo. Le sue opere sono da sempre una fonte di ispirazione per me, spingendomi a esplorare tematiche come l’oscurità e la dicotomia tra brutto e bello, tra arte performativa e arte figurativa. Per omaggiare i soggetti di Kanda, ho deciso di mostrarmi in una postura bizzarra, con la faccia dipinta di rosso e il corpo nudo.”

“I pronomi they/them sono un aspetto nuovo della mia identità, mi fanno sentire al sicuro e a mio agio. Di solito provocano un enorme punto interrogativo sulle facce delle persone: dato che il mio corpo non veicola alcun tipo di connotato femminile o maschile, la mia persona viene percepita come anormale. Con questa ode a Jesse Kanda voglio fare capire che, invece, non lo sono.”

María Medusa (she/her)

Maria Medusa foto con luci viola e sex toy in mano, progetto Show Me Your Queer
Maria, progetto Show Me Your Queer

“Stavo attraversando un periodo difficile: soffrivo della sindrome dell’impostore, sia nella sfera lavorativa come educatrice sessuale, sia in quella personale e romantica. Non mi sentivo mai brava abbastanza, anche se in fondo sapevo di esserlo. Mi sentivo in colpa anche nella mia bisessualità e non “abbastanza queer”—qualsiasi cosa possa voler dire.”

“Il progetto di Gloria e Pau è incentrato proprio sulla celebrazione delle nostre identità e sul divertirci facendolo. Lo scopo delle mie foto era proprio quello di tessere un’ode ai sex toy, che sono una parte molto leggera del mio lavoro e della mia sfera sessuale.”

Christy (she/her, they/them)

Christy saliva peperoncino, progetto Show Me Your Queer
Christy che mangia un peperoncino davanti a uno specchio, progetto Show Me Your Queer

“Ho scelto di inserire il peperoncino nelle foto come omaggio alla mia identità culturale e alla nazione dove ho passato l’infanzia, due elementi che influenzano la mia visione dell’identità queer. Sono nata in un paesino marittimo della Thailandia, sempre pieno di turisti, autobus, mercati, e con una vita notturna frenetica. L’aria aveva l’odore di un mix bizzarro di benzina e brezza marina. Nonostante il caos della città, ho vissuto un’infanzia abbastanza tranquilla, e il momento preferito della giornata erano i pasti: per pranzo mangiavo pad krapow [piatto tipico thailandese a base di carne macinata e peperoncino NdR] guarnito con nam pla prik [un condimento tipico thailandese a base di peperoncino NdR]; il mio comfort snack preferito era mango in agrodolce con salsa al peperoncino.”

“In Thailandia affrontare collettivamente il dolore causato dal peperoncino è una sorta di rituale che rafforza i rapporti tra le persone. Ricordo che, quando andavo a trovare i miei parenti in campagna, ci ritrovavamo sempre a piangere insieme dopo aver mangiato qualcosa di estremamente piccante, era un momento importante e intimo. Ridevamo, ci prendevamo in giro, ma nonostante tutto continuavamo a mangiare. Ancora oggi, mangiare cibo piccante mi ricorda i miei luoghi d’infanzia, mia mamma, i miei cari, mia mamma e mia moglie.”

“Per me essere queer non è mai stato un tabù, sono sempre stata circondata da persone apertamente queer ed esposta alla cultura queer; la mia città natale è famosa per i cabaret con performer trans. Sono molto grata per essere cresciuta in questo contesto.”

Lukas  (he/him)

Lukas, progetto Show Me Your Queer
Lukas seminudo con petali di rosa, progetto Show Me Your Queer
Lukas, progetto progetto Show Me Your Queer

“La danza mi connette al mio io più vero. Mi ha permesso di imparare a trasmettere la mia autenticità attraverso i movimenti, ad accogliere apertamente gli input esterni e le sfide, a diventare più fluido quando mi esprimo ballando, a muovermi tra femminilità e mascolinità abbandonando ogni cliché e pregiudizio. Per me la fisicità intrinseca alla danza è una celebrazione del corpo e della mente nel momento presente—ed è anche il motivo per cui mi manca moltissimo andare ai rave.”

“La mia identità queer e il mio lavoro si completano a vicenda: in entrambe queste sfere della mia vita cerco forme espressive attraverso cui fare emergere la mia personalità nel modo più puro e onesto possibile. Credo che la creatività sia uno strumento per connettersi con sé e le altre persone a un livello più profondo, per accettarci per chi siamo, ma anche per evadere dalla realtà e fantasticare.”

Jakob (he/him)

Jakob con lumache in viso in mezzo ai boschi, progetto Show Me Your Queer
Jakob, progetto Show Me Your Queer
Jakob, progetto Show Me Your Queer

“Essere gay mi ha liberato da certe aspettative e abitudini sociali, ma non sono sicuro che il resto del mondo mi veda senza quel filtro di stereotipi. Questa consapevolezza mi permette di mettere in discussione tutto, ogni assioma calato dall’alto, chiedendomi cosa per me ha davvero senso. Queste foto vogliono comunicare il legame irriducibile tra l’essere vegano e queer. I dati di recenti studi dimostrano che il veganismo è più diffuso all’interno della comunità LGBTQ+, credo sia proprio dovuto al fatto che le persone queer sono più propense a mettere in dubbio i rapporti che si instaurano tra diverse specie, avvicinandole alla filosofia vegan.”

“Nelle foto sono ricoperto da lumache ermafrodite che vivono in una zona boscosa vicino a un lago nei pressi di casa mia. Con questi scatti volevo rappresentare il concetto antispecista secondo cui ogni specie è interconnessa alle altre, senza alcun rapporto gerarchico. Provare disgusto verso qualcosa non ha niente a che fare con l’evoluzione, ma con la cultura.”

Camilla (she/her)

Camilla con fiori nei capelli e piante dietro la schiena, progetto Show Me Your Queer

“Per tutta la mia vita ho dovuto combattere contro la mia misoginia interiorizzata, sentendo il dovere di essere ‘uno dei raga’, di non essere ‘troppo pesante’ e di cercare di non ‘prendere tutto così a cuore’. Avvicinandomi alla comunità LGBTQ+ mi sono resa conto di questi tratti estremamente tossici insiti nel mio carattere e ho accettato ogni sfumatura del mio lato più femminile.”

“Mi sono anche innamorata delle piante: dare la vita e prendersi cura di qualcosa di delicato mi ha permesso di trovare un equilibrio nella mia quotidianità. Per questo ho deciso di rappresentarmi attraverso delle immagini che rispecchino sia il mio lato femminile più dolce e sia quello più forte, a mio agio circondata dalle mie piante. Ho capito che non ho bisogno di essere ‘uno dei raga’: sono una donna, una donna forte, divertente, dolce, amorevole.”

Aiko (they/them)

Aiko con corpo ricoperto di glitter argentati e una rete da pesca, progetto Show Me Your Queer
Aiko al contrario, progetto Show Me Your Queer

“Sono in continuo movimento, sempre fluttuante. Mi sento come se stessi vivendo nell’oscurità e fossi l’unico essere a emanare luce, una piccola stella luminosa nel cielo scuro. Non lascio mai che io diventi l’ombra di me stess*.”

“La mia identità queer è come una fatina d’argento, sempre presente nel mio subconscio, sempre parte di me, sempre fluida, sempre forte e sempre presente. La porto sempre con me e la inserisco in qualsiasi cosa io faccia, nel luogo in cui passo il mio tempo, nella mia arte, nelle interazioni con la mia comunità e in qualsiasi cosa in cui io investa energia.”

Yaqub (he/him)

Yaqub con mano in fronte e graffiti sulla parete dietro di lui, progetto Show Me Your Queer
Yaqub, progetto Show Me Your Queer
Yaqub, progetto Show Me Your Queer

“Per i miei scatti ho preso ispirazione dalle fotografie di Marlon Riggs, artista interdisciplinare che ha mostrato le sfaccettature della comunità queer Black, in un periodo in cui farlo era poco commercializzabile ed economicamente svantaggioso. È un modo per trasmettere una gioia radicale e queer, per onorare la nostra storia e chi si è sacrificato per noi, ponendo le basi per un futuro migliore.”

“La bellezza della comunità queer spesso non viene rappresentata dai media, oppure subisce delle deformazioni stereotipizzanti. Ma le nostre storie sono sempre esistite e continueranno a esistere. Per questo non dovremmo dare mai per scontato le storie del movimento radicale queer, celebrando ogni attivista, advocate, artista, performer che lotta per la comunità queer.”

Siren (they/them)

Siren con vestito azzurro, coroncina nei capelli e collana di perle, progetto Show Me Your Queer
Siren, progetto Show Me Your Queer

“Dalla mia militanza politica all’interno della comunità QTIBIPOC (Persone Queer/Trans/Intersex e Black/Indigene/di colore) e dalla mia esperienza personale, posso dire di fare parte di una community capace di creare nuovi mondi semplicemente con la propria mente. Tutti i giorni pensiamo fuori dai confini del binarismo di genere e dei canoni cis e bianchi tipicamente europei. Sappiamo chi sono i nostri oppressori e ogni giorno ci ribelliamo al sistema che tenta di controllarci. Penso che essere queer, trans*, radicale e black ci dia la forza e il coraggio di immaginare futuri alternativi.” 

“Da Cancro ascendente Cancro sento una forte connessione con l’elemento dell’acqua, ho un’ossessione per l’oceano, sogno spesso creature marittime. Per questo ho scelto di vestire i panni di una sirena trans-femme, black, nonbinary e ASMR. Volevo ricreare un mondo marittimo sensuale, dove puoi abbandonarti alla voce suadente di una sirena nonbinary che ti sussurra parole dolci parole sulla rivoluzione queer: disobbedire al sistema eteronormativo, cambiare, organizzarsi collettivamente, sex party e supporto collettivo.”

Levi (they/them, its/it, she/her)

Levi sul divano con pellicia davanti a una parete verde acido, progetto Show Me Your Queer
Levi con mani in testa, progetto Show Me Your Queer
Levi, progetto Show Me Your Queer

“C’era una volta un giovane giullare della corte del principe più importante delle lande del nord, che venne accusato di aver avvelenato il re e quindi esiliato per sempre dal regno. Durante una tremenda tempesta, il povero giullare si perse in una foresta dove regnavano lupi selvaggi, volpi grigie e gruppi di linci. Dopo moltissimi anni in cattività, il giullare tornò nella città camminando a quattro zampe, più sporco di quanto qualsiasi umano fosse mai stato. Il giullare stupì il re con i suoi vestiti, che consistevano soltanto in un paio di calzoni lunghi, una camicia rubata alla domestica, e attrezzi da caccia che pendevano dalla sua cinta. Furioso, il re ordinò immediatamente l’esecuzione all’indomito giullare che una volta aveva portato gioia all’intero regno, ma che ora rispose al re ringhiando e soffiando, nascondendosi alla sua vista e istigando la curiosità della principessa. Una notte, mentre il re dormiva, il giullare si intrufulò nelle stanze della principessa, la quale, seppur con timore, accarezzò la folta e umida chioma del giullare e vide l’opportunità di fuggire dalla stretta oppressiva del padre. Saltò quindi sulla schiena del giullare e fuggì verso nuove avventure.”

“Come tantissime altre persone queer, ho subito sessualizzazione e oggettificazione al punto che non so distinguere la mia vera identità da quelle che gli altri si aspettano da me. Per questo è importante diffondere modelli di queer che dimostrino che ogni identità di genere e sessualità è legittima valide, che non si può mai presumere da come ci si presenta all’esterno e che io sono la sola persona che può decidere se in un certo momento voglio incanalare una qualsiasi vibe, che sia maschile/femminile/aliena/bossy/infantile/bimbo/remissiva/dominante/animale/dirty/dispersa/spirituale.”

“Il processo di decostruzione e sradicamento dei concetti di capitalismo e patriarcato che abbiamo interiorizzato sarà lungo e difficile. Sono schemi di pensiero che pretendono una definizione univoca e monolitica degli individui, negando la fluidità e affermando il binarismo—che non è altro che un costrutto sociale. Riuscire a vedere le persone per come vogliono essere viste e non per come vogliamo vederle richiede una rara disponibilità di ascolto e comprensione. Non si imporrà mai dei limiti e non obbedirà mai a quello che la società vuole farmi credere sia la giusta definizione di romanticismo, bellezza, attrazione e ambizione.

“Attraverso le foto ho deciso di rompere i limiti e le imposizioni che il cistem [sistema cisgender, NdR] ci impone, di disimparare ogni convinzione tossica che ci hanno insegnato, iniziando ad amarmi incondizionatamente e ammettendo che io stess* posso essere sia predatore che preda. In quanto ally della comunità BIPOC e anche per rispetto nei confronti de* mie* compagn* queer, devo riuscire a scovare quelle informazioni che mi hanno tenuto nascoste su consenso, colonialismo, supremazia bianca, storia queer e femminismo intersezionale. Si tratta di un viaggio doloroso ma necessario.”

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Crediti

Testo Gloria Venegoni
Fotografie courtesy of Gloria Berenice Moreno e Pau Beckman Nielsen

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