Dune, l'epopea fantascientifica con Timothée Chalamet e Zendaya

Ottime notizie per i fan di Frank Herbert: il film è fedelissimo al romanzo. E anche per i cinefili più nerd: quasi tre ore che dimostrano perché non potremmo mai vivere senza la sala cinematografica.

di Benedetta Pini
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16 settembre 2021, 1:25pm

Il film più atteso da mesi, il titolo che la 78a Mostra del Cinema di Venezia ha potuto sfoggiare nella guerra fredda col Festival di Cannes—che si è invece vantata di un altro film con Timothée Chalamet, The French Dispatch di Wes Anderson. Stiamo ovviamente parlando di Dune, circondato da un hype enorme per diversi motivi. Prima di tutto, la mossa (furbissima) di ingaggiare nel cast due degli attori più in vista del momento, Timothée Chalamet e Zendaya. E poi per l’operazione in sé: non è la prima volta che un regista prova a raccogliere e riattivare l’eredità del leggendario romanzo di Frank Herbert, un classico di fantascienza densissimo, con una solidissima fandom in tutto il mondo che ne conosce ogni pagina a memoria ed è pronta ad assalire chiunque non ne rispetti l’integrità.

Come ci ha ricordato il documentario Jodorowsky’s Dune (2013) di Frank Pavich—al cinema dal 26 agosto 2021—, il primo a tentare l’impresa monumentale di trasporre sul grande schermo Dune è stato il regista cileno, imbarcatosi in un progetto troppo ambizioso che è crollato sotto il peso delle sue stesse premesse, soffocato da un sistema produttivo, quello hollywoodiano, tanto capace di sostenere e trasformare in oro le idee solide e prevedibili quanto di sabotare quelle più libere e visionarie, che di certezze al botteghino non ne possono dare.

Dopo di lui, Lynch tentò la stessa impresa, riuscendo purtroppo a portarla a termine. Purtroppo perché fu l’unico film non indipendente del regista statunitense, privato del final cut e costretto ad assecondare le esigenze del sistema produttivo di cui sopra, complice di un appiattimento creativo, estetico e narrativo a cui Jodorowsky si ribellò e a cui Lynch si piegò, pentendosi ancora oggi: “Dune è un’enorme e gigantesca tristezza nella mia vita. Non è il film che avrei fatto se ne avessi avuto il pieno controllo,” racconta nel documentario di Pavich.

Ora, torniamo a noi. La trama di Dune è nota e rimane piuttosto fedele al romanzo, ma vi rinfreschiamo la memoria: la storia del film inizia nell'anno 10191 ed è ambientata nell'universo di Dune, dove le "case"—una sorta di sistema feudale tipo Game of Thrones in versione intergalattica—vivono in relativa pace tra loro, sotto gli auspici dell'imperatore intergalattico. Il pianeta principale in cui si sviluppa il film di Villeneuve è il pianeta sabbioso di Arrakis, dove viene estratta una rarissima sostanza psichedelica, conosciuta informalmente come "spezia" o “melange”, ​​che permette gran viaggi allucinogeni, di allungare la vita umana di centinaia di anni e di sbloccare le capacità più profonde, come la preveggenza e le percezioni spazio-temporali. Per tutti questi motivi, è la merce più ricercata e costosa dell’Impero, nonché la causa di guerre secolari tra le case per il controllo di Arrakis e il monopolio sulla spezia.

Nel momento in cui prende il controllo del pianeta Casa Atreides, il cui erede al trono è niente meno che Timothée Chalamet aka Paul, figlio del Duca Leto (Oscar Isaac), le premesse di una guerra ci sono tutte—una guerra che rimanda immediatamente a quelle post-colonialiste del nostro presente. Dune di Villeneuve riprende gli stilemi narrativi del viaggio dell’eroe dell’epica classica, un individuo dotato di poteri straordinari esule di una guerra sanguinaria e destinato a un disegno più grande, nato con l’obiettivo messianico di assicurare un futuro alla sua stirpe e al suo popolo e sconfiggere le forze malvagie interessate a impossessarsi della spezia.

“Adattarsi o morire. Questo era il mio mantra durante la lavorazione di Dune. Il deserto ha i suoi modi per riportarti al tuo vero io, e liberarti dalle abitudini marce. Devi evolvere per sopravvivere all’esperienza. La realizzazione di questo film è la risposta a una vecchia chiamata, con radici più profonde di quanto immaginassi,” dichiara il regista. “Riguardava il destino, la fede e l’istinto, l’alienazione coloniale e il libero arbitrio,” continua. “Ho parlato di Frank Herbert come il mio nuovo profeta, e del suo romanzo come la mia Bibbia. La natura era il mio Dio. Il silenzio, il mio Spirito Santo. I venti della realtà spostano le sabbie, scolpiscono nuovi paesaggi, cancellano i punti di riferimento: ho pregato per evitare di perdermi.”

Premesse monumentali per un esito altrettanto epico, portato a termine co un calibrato compromesso tra visione creativa, gusti della critica ed esigenze produttive, mettendo tutto al posto giusto, dal cast agli effetti speciali, dalla sceneggiatura alle ambientazioni, dalla messa in scena ai contenuti. “Dune è stato sognato e approntato per l’esperienza cinematografica. Il grande schermo non è semplicemente un altro format, è il centro del linguaggio cinematografico. La forma originale. Quella che resisterà alla prova del tempo.” In un momento storico in cui la pandemia rischia di dare il colpo di grazia alla sala cinematografica—e in alcuni casi lo ha già dato, portando alla chiusura molti cinema storici—, un film come questo vuole essere un omaggio ma anche un reminder.

Le ampie, lente inquadrature della galassia e delle dune di sabbia di Arrakis, le orde tribali degli spietati Harkonnen, i primi piani sulla popolazione indigena dei Fremen dalle iridi azzurre, la sceneggiatura concitata, tutto è enorme, maestoso, grande e, allo stesso tempo, iper dettagliato, dalla CGI ai costumi, dalle ambientazioni ai dialoghi, dalle scene di azione ai momenti più intimi ed empatici.

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Il film incede con un ritmo imponente—e vi ricordiamo che questa è solo la prima parte—, prendendosi tutto il tempo necessario per illustrare la complessità dell’universo di Dune e dei personaggi che lo popolano—schivando l’errore di Lynch di un trattamento compresso, veloce e confuso—e sviluppare un film con un impatto sensoriale sinestetico che prende alla lettera le premesse del cinema postmoderno.

Una solennità che, sulle quasi tre ore di durata—a cui se ne aggiungeranno altrettante per la seconda parte—, incombe sul film fin dai primissimi istanti senza sfumare mai, consolidandosi di minuto in minuto in una solennità plumbea e carica di un pathos costante, faticoso e affaticante. Manca l’aria, ci si sente soffocare in sala, e forse era proprio questo l’intento di Villeneuve, che traccia in modo più e meno manifesto paralleli tra l’universo di Dune e il nostro mondo, altrettanto asfissiante e angosciante, ammantato da un’angoscia costante, da una minaccia incombente che sembra non lasciarci più da quel fatidico marzo 2020.

Crediti

Testo: Benedetta Pini
Immagini: © 2021 Warner Bros. Entertainment Inc. All Rights Reserved. Courtesy of Warner Bros. Pictures and Legendary Pictures

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