Tecnologizzare il femminismo: storia di Fikafutura

Marina WonderWoman, una delle fondatrici di Fikafutura, racconta la nascita del collettivo cyberfemminista, dalle memorie punk milanesi degli anni ’80 alla nascita della casa editrice cult Shake Edizioni.

di Camilla Rocca
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16 novembre 2020, 8:52am

Scansioni tratte dall'Archivio Grafton9

Se ripensiamo alla Milano degli anni ‘80, le prime cose che ci vengono in mente sono il Campari, gli Yuppie e un’aria di benessere spensierato diffusa in tutta la città. Era la cosiddetta “Milano da bere”. Ma, come in ogni altro periodo florido, c’era anche all’epoca il rovescio della medaglia, che in questo caso era la “Milano da pere”—citando Marco Philopat, esponente storico del punk italiano. Una decade, quindi, segnata da una forte polarizzazione: da una parte il benessere della classe media, dall’altra il profondo disagio degli strati sociali subalterni e la piaga dell’eroina che non accennava a indebolirsi dai precedenti anni ‘70.

Ma è proprio da questo fermento, collocato all’interno di questa cornice chiaroscurale e stratificata, che si sviluppa una fauna underground popolata da tribù urbane postmoderne. “Il primo aspetto su cui soffermarsi è il contesto: ci trovavamo in un brodo che facilitava tantissimo l’emergere di idee, approfondimenti e ricerca,” esordisce Marina WonderWoman, quando le chiedo di raccontarmi come sono nate la Shake Edizioni e il collettivo Fikafutura.

Fikafutura zine Cyberfemminismo

“Il punk fu anche un modo per incanalare tutta la rabbia che pulsava insidiosa per le vie cittadine. Parliamo di una Milano dove non c’era tanto da fare, oltre a menarsela all’infinito sulle panchine di giardini saturi di depressione, o a vagare la sera nelle poche birrerie aperte, limitandosi a consumare, tanto quei pochi discorsi politici che si origliavano ormai risultavano indecifrabili,” scrive nel libro Lumi di Punk Cristina “Xina” Veronese, una delle fondatrici del Centro Sociale Virus, a proposito degli anni ‘80 nella capitale lombarda.

Il Virus fu proprio uno dei primi centri sociali di Milano fondato dai punk, slegato quindi da quell’attivismo politico che aveva caratterizzato qualche anno prima i giovani sessantottini, ovvero “la sinistra dei compagni impenetrabili, tosti e inquadrati,” come li descrive Xina. Lo scopo era quello di creare uno spazio autogestito per far scorrere libera la creatività, in cui i vari outsider della città potessero liberamente suonare, stampare fanzine, organizzare manifestazioni controculturali. Così, a partire dall’82, iniziarono a gravitare attorno a via Correggio diverse frange di queste nuove subculture, e fino alla primavera dell’84 il Virus rimase uno dei principali centri sociali italiani, nonché il punto di riferimento nazionale del movimento punk.

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Parallelamente al panorama alternativo dell’epoca, esisteva già dagli anni’ 70 un hub intellettuale e controculturale importante, che aveva come centro pulsante la Libreria Calusca, fondata da Primo Moroni. “Era un soggetto eclettico, incredibilmente all’avanguardia e molto intelligente, era un autodidatta, cresciuto in una famiglia non ricca e con pochi mezzi. Aveva un suo bagaglio esperienziale a tutto tondo, come la frequentazione della Ligera o di giri più squisitamente politici, quelli che ora chiameremmo ‘underground’: dalla Sinistra Parlamentare, agli hippie fino ai beat, e nel frattempo fonda diverse riviste, prima di aprire la libreria”, racconta Marina.

“La Libreria Calusca era il punto d’incontro di tutti quelli che volevano fare cultura antagonista, senza appartenere a nessuna ideologia particolare,” continua. E fu proprio lì che, intorno alla metà degli anni ’80, l’esperienza dei Punx del Virus incontrò quella di Primo Moroni. Era la primavera del’84, il Centro Studi e Ricerche sulla Devianza e l’Emarginazione (CSERDE) organizzò a Milano un congresso di sociologia sulle "bande giovanili metropolitane” che prevedeva una serie di conferenze sugli studi di sociologia sottoculturale effettuati sui gruppi underground milanesi, quali metallari, rocker, mod, rockabilly, skinhead e i tanto chiacchierati punk. Questi talk, presidiati anche dagli stessi gruppi presi in analisi, sfociarono in una serie di tumulti per le strade, dando una giustificazione alle forze dell’ordine per sgomberare i luoghi occupati da queste subculture. Ovviamente, il Virus di via Correggio fu il primo, insieme al Teatro Miele e al Teatro di Porta Romana, occupato temporaneamente proprio durante il Congresso.

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La seconda metà degli anni ‘80 fu un periodo molto burrascoso per la gioventù underground milanese, che si vide improvvisamente e drasticamente ridotti i propri spazi di ritrovo e di riferimento, quelli dove nascevano le idee e prendevano forma le loro attività culturali. È in questo frangente che la relazione con Primo Moroni si rafforza e diventa fondamentale: la Calusca, già da qualche anno, offriva il proprio sostegno a chiunque avesse bisogno di stampare una fanzine, di utilizzare un ciclostilare o di vendere le proprie creazioni. Ed è proprio qui, dal connubio tra la Libreria Calusca e un gruppo di giovani punk milanesi, che nasce la rivista Decoder.

Nato nel 1986, con l’uscita del primo numero del magazine, Decoder fu il primo collettivo Cyberpunk italiano. Il loro punto di riferimento concettuale era l’omonimo film cult tedesco Decoder, uscito due anni prima. “Le discussioni che facevamo erano queste: 1) Che impatto avrà la tecnologia, in termini di mutazione antropologica 2) Come sfruttare le nuove tecnologie in termini libertari, ovvero per accrescere la libertà, come il potere le usa e come possiamo stravolgerne il senso e usarle per accrescere la libertà e la democrazia reale,” spiega Marina.

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L’anno successivo, il gruppo riuscì a evolversi, fondando una vera e propria casa editrice, la Shake Edizioni. “Grazie al supporto imprescindibile di Primo Moroni riuscimmo a presentare alla regione il progetto di una casa editrice a maggioranza femminile e di età inferiore ai 28 anni, in modo da avere accesso ai contributi istituzionali e comprare le prime strumentazioni di stampa. Ricordo che eravamo completamente allo sbando, tutt senza un soldo—lavoravamo nel monolocale di uno di noi di 12mq.”

Fu proprio la componente femminile di Shake che portò la casa editrice e collettivo ad approcciarsi a un nuovo tipo di femminismo, strettamente connesso al cyberpunk, ovvero il cyber-femminismo. “Il termine ‘femminista’ a noi non piaceva molto in quegli anni. Per noi voleva dire sabot, gonnelloni, niente trucco, quindi era qualcosa di distante da noi, in cui non ci identificavamo… A noi piacevano i tacchi alti, i vestiti in latex, il trucco. Andavamo in giro con delle minigonne talmente corte che praticamente si vedeva il sedere. Così ,all’interno di Shake nacque un altro collettivo, chiamato ‘Cromosoma X’ per ovvi motivi. Anche nella scelta del nome c’era la volontà di ammodernare dei concetti femministi. Volevamo tecnologizzare il femminismo,” spiega Marina.

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Il gruppo cyber-femminista iniziò a pubblicare articoli su Decoder firmandoli Cromosoma X, per poi creare la propria zine: Fikafutura. Grafiche retrofuturiste, finte pubblicità sagaci e ironiche, titoli d’effetto e tanta avanguardia. Le riflessioni all’interno della zine spaziano da introduzioni al tema cyborg, per i lettori che muovono i primi passi sull’argomento, fino ad approfondimenti e interviste a personalità di spicco del mondo queer e cyberpunk, come Kathy Acker e Pat Cadigan.

“È stato facile e fluido elaborare questi concetti, proprio per il contesto in cui vivevamo. Respiravamo lo spirito del tempo,” spiega Marina. “Donna Haraway e il cyber-femminismo riflettevano su che cosa renda la donna schiava. E avevamo individuato il nucleo della questione nella maternità, nel fatto che la donna si debba fare carico della continuità della specie. Me n'ero accorta per esperienza diretta: quando è nata mia figlia, nonostante io fossi femminista e suo padre un libertario, io ero quella che doveva rimanere a casa, mentre lui poteva andare a presentare i libri o ad assistere alle conferenze in Conchetta. Allatti la prole per un anno e diventa la tua cozza, piange e vuole te, e non puoi dirle ‘io sono femminista, attaccati.’

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Quella era la fregatura, l’avevamo intercettata. Ed ecco l’idea del cyborg e della prosecuzione della specie slegata dall’utero materno.” La prospettiva di Fikafutura, e del cyberfemminismo in generale, non si basa dunque su un ripensamento delle differenze di genere, ma sul loro superamento, al motto “VOGLIAMO UN MONDO POSTGENDER!”, come si legge in grassetto all’inizio del primo numero di Fikafutura. Ma per poter parlare di superamento di genere e di cyborg in Italia, è stato necessario importare un nuovo linguaggio, basato su nuovi lessemi e nuovi escamotage di scrittura che potessero aggirare la maggiore barriera linguistica Italia: la dualità maschile/femminile. Ed è così che il collettivo fu il primo gruppo in Italia ad acquisire e legittimare termini come “queer” e “transgender”, o a utilizzare l’asterisco egualitario di genere laddove la desinenza della parola definisse il genere di un insieme eterogeneo di persone.”

“Con transgender intendevamo, e intendiamo, un nuovo genere che non si identifica con la biologia,” continua Marina, “quindi non prevede necessariamente il travestirsi o il cambiare genere da maschile a femminile e viceversa. Tu sei un essere, qualsiasi che sia, e comunque la tua persona non si identifica con la tua biologia. Di conseguenza, la sessualità si può esprimere nelle sue forme più libere e ampie, non incasellabili in qualche etichetta: questo è il transgender. È il concetto di genere che viene messo in discussione, il concetto di dualità, perché è proprio quello che ci aveva fregato, in particolare le donne. E non ne parlava nessuno, come se non fosse importante.”

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L’attività editoriale di Fikafutura si interruppe nel ’99, mentre la casa editrice è tutt’oggi attiva, con il nome di Shake Edizioni Underground. Alcune persone del gruppo gravitano ancora intorno al panorama intellettuale underground italiano, mentre Marina studia e insegna meditazione. In particolare, si occupa di trattamenti sonoro-vibrazionali: “Sempre di energia si parla, ma di energia che parte dall’individuo per poi diffondersi nella ricerca della massa critica. Sono una fan di Tesla, e il suo motto è: ‘Se vuoi scoprire i segreti dell’Universo, pensa in termini di energia, frequenza e vibrazione’.”

Crediti

Testo di Camilla Rocca
Immagini: scansioni tratte dall'Archivio Grafton9

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