Fotografie di Stefano Sciuto

Supèrno, il progetto di upcycling couture firmato Marco De Vincenzo

Il designer siciliano e responsabile della pelletteria di Fendi proietta l’alta moda verso una dimensione più consapevole e contemporanea.

di Marco M Latorre
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24 febbraio 2022, 4:36pm

Fotografie di Stefano Sciuto

A due anni di distanza dall’ultima collezione, Marco De Vincenzo torna alle redini del proprio brand e lo fa lanciando una linea in cui l’upcycling diventa vera e propria couture. Supèrno rappresenta il nuovo capitolo di un sogno psichedelico di moda attraverso cui riflettere sull’importanza della sostenibilità e il valore della vera artigianalità.

Ispirati da questo nuovo capitolo di Marco De Vincenzo, abbiamo voluto intervistare direttamente il designer per capire fino in fondo l’origine di questo inedito percorso creativo e raccontare un progetto che rintraccia nel gusto del decorativismo e nell’urgenza di cambiamento un immaginario credibile e potente.

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Com’è nato Supèrno?
Supèrno nasce da un desiderio di fuga e dall’osservazione più attenta del reale. Se prima partivo da un bisogno estetico idealizzato, adesso cerco di riflettere sulla contemporaneità. Nel progetto Marco De Vincenzo, la moda era principalmente incanto, ora invece sono alla ricerca di nuovi obiettivi tra cui la questione ambientale che mi ha spinto a sperimentare con una collezione di upcycling creativo. Per anni ho pensato di iniziare un progetto che potesse essere più responsabile, ma mi sono sempre imbattuto in limiti dettati dall’industria e dalla produzione—partire da abiti già realizzati è molto più complesso, in quanto il capo già esiste e devi rispettarlo.

Definisci Supèrno in tre parole.
“Necessità” di esprimere il mio punto di vista. “Reazione” a una realtà spesso ostile al cambiamento. “Ideale” in quanto fortemente desiderabile, ma non del tutto irraggiungibile.

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In che cosa Supèrno si differenzia dalle tue collezioni precedenti?
Sicuramente per una maturità e un percorso differenti. In Supèrno non parto da un’idea ma dai singoli capi. Ciò che resta intatta è la volontà di trasformare ciò che ho davanti in qualcos’altro. Ho cominciato a pensare al concetto del riciclo mentre lavoravo a un progetto editoriale e da lì ho capito che avrei voluto imprimere la mia visione utilizzando capi vintage di grande qualità trasformandoli secondo la mia estetica. Supèrno mira a ospitare pezzi unici lavorati secondo riferimenti tecnici e stilistici ben precisi. Ho sempre sostenuto che il limite fosse il vero motore del mio lavoro e che dal limite dei mezzi nascessero cose fantastiche.

La nuova linea è realizzata con capi che hanno avuto una vita precedente: come riesci a fare coesistere l’approccio sostenibile e il concetto di couture?
Il progetto nasce dal mio amore per il vintage e dal desiderio di limitare la sovrapproduzione nel settore moda. Non riesco a pensare alla moda sapendo di essere l’artefice della rovina di qualcos’altro—considerare la mia passione come qualcosa di dannoso mi inquieta. Sento l’esigenza di comunicare chiaramente che si tratta di un progetto di upcycling perché ancora oggi persiste l’idea che questo processo sia distante dal mondo del lusso. La couture parte da un principio di unicità e allo stesso modo il vintage—certi capi sono introvabili ed è una fortuna poterli indossare. Il vintage è un concetto moderno e sostenibile di alta moda e se lo si arricchisce con un design contemporaneo allora diventa una doppia couture e il risultato è senza dubbio affascinante.

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Hai definito la tua visione come un “sogno psichedelico”. Spiegaci meglio cosa intendi.
Sono da sempre legato a questo concetto e il fatto che l’aggettivo “psichedelico” venga associato alle mie collezioni per via del loro decorativismo mi diverte moltissimo, dunque ho deciso di farlo mio. Questo mondo così insolito fa parte di me e mi attrae costantemente, definendo senza dubbio uno dei codici più forti della mia estetica.

È da poco uscito Mondovisione, un volume in cui hai selezionato 50 look d’archivio per reinterpretarli secondo la tua personale visione. Com’è nata l’idea di questo progetto?
Quando ho ripreso le redini del marchio, ho avuto modo di rivedere tutti i pezzi del mio archivio—più di 6000 in dodici anni. Una volta radunati ho deciso di catalogarli riscoprendo capi che quasi non ricordavo, ciascuno identificativo di un preciso momento della mia esperienza personale e creativa. Inizialmente, l’idea era di realizzare un libro che raccontasse il meglio delle diverse collezioni, poi però, rivedendo i prototipi e i capi che non avevano mai visto la luce della passerella ho capito di voler celebrare ciò che avevo scartato, mondi che avevo deciso di non esplorare fino in fondo. Ho selezionato 50 look per renderli protagonisti di questo volume celebrativo edito da Electa, un regalo che mi sono fatto per dare un senso al percorso svolto finora.

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Dopo sei anni di collaborazione con LVMH hai ripreso in mano il tuo brand. Come mai?
Durante le ultime collezioni iniziavo ad avvertire un po’ di stanchezza e sentivo che la mia visione e quella del gruppo stavano andando verso strade differenti. Ho pensato che l’unico modo per onorare la fatica fatta nei primi dodici anni del brand fosse di tornare indietro ed essere totalmente responsabile di ciò che avrei fatto da quel momento in poi, così ho deciso ricomprare il marchio. La pandemia ci ha poi obbligati a un momento di pausa di cui avevo bisogno; ho smesso di ideare e ho iniziato a nutrirmi di tutto ciò che potessi senza uno scopo preciso. Ho atteso il segnale giusto che mi facesse capire come e quando ripartire perché in qualche occasione non ne ero certo: l’istinto mi ha poi suggerito cosa fare. È stato davvero incredibile riscoprirmi uguale a com’ero quando ho iniziato!

Oltre a essere un designer indipendente e il responsabile della pelletteria di Fendi, sei anche tutor in Polimoda. Come vedi la nuova generazione di creativi?
Sono per il secondo anno tutor all’interno del master in Fashion Design in Polimoda ed è un’esperienza pazzesca. Seguendo ragazzi giovanissimi mi rendo conto di quanto custodiscano una fragilità di vivere il reale che si riflette appieno nelle loro collezioni—molti partono dal dolore e dalla perdita per sviluppare il proprio concetto di moda. Probabilmente, questo non riuscire a decodificare certi eventi tragici è dato dal fatto che la vita che sperimentano è perlopiù virtuale. Mi è capitato di vedere persone con un grosso potenziale, capaci di definire intensi percorsi mentali partendo dall’astratto e arrivando al concreto. Sono felice di scoprire questi aspetti perché mi consentono di comprendere meglio le nuove generazioni, per me è fondamentale ricevere costanti impulsi ed essere pronto ad accoglierli. Credo che dovremmo riscoprire il piacere del pensiero, della dedizione e del lavoro e sono convinto che se raccontassimo di più ciò che vive dietro una collezione vedremmo solo effetti positivi e saremmo molto più educati alla bellezza.

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Cosa pensi del Metaverso e quali sono le sue possibili interazioni col sistema moda?
Ho studiato molto l’argomento e credo che non abbiamo ancora tutti gli elementi per comprenderne realmente le potenzialità e gli effetti di questo fenomeno—alcune cose possono essere immaginate, altre devono invece essere sperimentate. Non so se mi attrae del tutto, sicuramente mi fa riflettere. La cosa che più mi incuriosisce è la possibilità di confrontarsi con l’impossibile creando cose che non esistono nel reale, quello che invece mi preoccupa è la tendenza sempre più evidente di volersi rifugiare in una realtà parallela.

Sicuramente questo sarà un buon mezzo per avvicinarsi alle nuove generazioni e magari identificare una nuova sostenibilità—con le nuove tecnologie i grandi brand possono realizzare mappature e profili dei clienti ideali e questo fa sì che si riesca a produrre in maniera più intelligente. Se il Metaverso fosse un luogo in cui poter avere contatto con l’oggetto ed essere sicuro di ciò che stai acquistando sarebbe fantastico. Questi mezzi sono efficaci solo se messi nelle mani giuste, l’importante è riuscire a decodificarne correttamente i messaggi.

Cosa dobbiamo aspettarci dai tuoi prossimi progetti?
Ultimamente sono abituato a cogliere tutte le opportunità che mi si presentano davanti: aspettatevi dunque qualcosa che non ho ancora fatto. Dalle esperienze future voglio oggi più che mai imparare. Supèrno è un mondo sconosciuto come tutti i progetti e le realtà verso cui mi sono lanciato, il vero segreto è conoscere ciò che non conosco ancora e fare ciò che ancora non ho avuto modo di sperimentare—sono sicuro sarà un’esperienza unica.

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Fotografie di Rosario Rex di Salvo
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Fotografie di Rosario Rex di Salvo

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Crediti

Testo: Marco M. Latorre
Lookbook: Fotografie di Stefano Sciuto
Ritratti di Marco De Vincenzo: Fotografie di Rosario Rex di Salvo
Editor at Large: Gloria Maria Cappelletti

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