Fotografia di Alexander Gabriel

"Apnea", la serie fotografica che esplora gli abissi della psiche

Il lavoro di Alexander Gabriel è un’immersione nei vortici percettivi di ansia e attacchi di panico, uno studio in forma visuale dell'inquietudine umana.

di Carolina Davalli
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15 novembre 2021, 10:25am

Fotografia di Alexander Gabriel

L’attacco di panico è indescrivibile a parole, è una sensazione complessa, grumosa e sublime, un misto di impotenza, paura e vuoto. Una sensazione che artistə, progettistə e creativə di ogni epoca hanno cercato di incapsulare con le loro pratiche, nel tentativo di comunicare la condizione psicofisica inafferrabile suscitata dai disturbi legati alla salute mentale. Così, nel corso del tempo, ha preso forma un’iconografia delle sensazioni, simbolica e fluida, che condensa percezione, linguaggio e immaginazione in un unico gesto: mostrare la propria vulnerabilità.

Ed è questa urgenza che ha portato Alexander Gabriel a realizzare Apnea, serie fotografica scattata interamente sott’acqua per restituire una cianografia del suo mondo interiore, dispiegando le sensazioni che prova durante un panico, di soffre da diversi anni. Il risultato è un viaggio sottomarino negli abissi dell’animo umano, dove poesia, inquietudine e abbandono ci costringono a tenere gli occhi aperti e trattenere il respiro.

Intervista al fotografo Alexander Gabriel su

Ciao Alexander! Raccontaci di te e di come ti sei avvicinato alla fotografia.
Ciao! Già in giovanissima età ho iniziato la ricerca di un linguaggio che mi permettesse di comunicare con l'esterno ed esprimere quello che avevo dentro. La fotografia è arrivata quasi come un gioco, è stata semplicemente il metodo con il quale ho iniziato a parlare, un alfabeto a cui poter attingere. Dopo anni ho capito che era diventata il ponte tra me e il mondo, era il mio modo per connettermi con la vita. Senza guardarmi indietro, non ho più smesso di fotografare.

Parlaci del tuo processo creativo.
Il mio processo creativo solitamente si divide in due fasi. La prima è la creazione dell'immagine, che progetto in maniera istintiva e irrazionale. In questa fase adoro perdere il controllo, lasciarmi trasportare da quello che mi suggerisce l’istinto. La seconda fase è la collocazione: visualizzo i negativi, medito, mi chiudo in camera oscura e consolido l'idea. Partendo da una poesia sfocata incomincio a scrivere un testo.

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Da dove prendi le tue ispirazioni, e ci sono delle figure, dei lavori o dei movimenti artistici a cui ritorni costantemente?
Mi lascio ispirare da tutto quello che mi circonda. Quasi sempre le contaminazioni più importanti a cui faccio riferimento sono lontane dal mondo della fotografia. Spesso le intuizioni arrivano da un libro o da un film, oppure da un’esperienza che ho vissuto e che continua a ritornarmi in mente. Mi piace pensare che si possa trovare poesia in tutto ciò che ci circonda, in un negozio di caramelle di periferia, in un barboncino che fa pipì in un centro commerciale o in una noiosissima soap opera. Dipende da quale angolazione la stiamo osservando.

Parliamo di Apnea: com’è nato questo progetto e quali sono i suoi obiettivi?
Apnea tratta il tema dell'attacco di panico, una condizione che sperimento in prima persona da molti anni. È nato per la necessità di comunicare questo disagio interiore. Tantissime persone vivono o hanno vissuto attacchi di panico nella loro vita, Apnea può essere un modo per non sentirsi soli.

Raccontaci della tua relazione con il mare. O più in generale con l’acqua.
Quando fotografo sott'acqua le cose intorno a me continuano a cambiare, mutano forma, non hanno profondità. A seconda dell'orario, la luce entra e ci mostra quello che vuole lei. Sento che può succedere di tutto quando sono li sotto, è sempre sorprendente.

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Nella serie esplori gli abissi e le vertigini delle sensazioni suscitate dagli attacchi di panico. Che ruolo gioca la fotografia in questo percorso personale?
In questo progetto la fotografia è il mezzo con cui mi sono guardato a uno specchio e ho messo sul tavolo di lavoro qualcosa che mi toccava da vicino, e nel profondo. Ma la fotografia è solo un mezzo, se non fosse stata questa pratica, sarebbe stata la scrittura o la pittura oppure altro ancora—quello che conta è la necessità di volersi mettere a nudo di fronte a se stessi e mostrarsi così al mondo.

E che responsabilità pensi debba avere unx fotogrfx (se ne ha)?
La responsabilità che ha un fotografo nel 2021 secondo me è l'approfondimento. Il mondo va troppo veloce, si producono miliardi di cose e non ci si sofferma su qualcosa per più di due minuti (o, addirittura, 15 secondi). Chi produce materiale visuale non deve farsi inghiottire da questo sistema, deve prendersi il proprio tempo per riflettere e dare il giusto valore alle proprie immagini e progetti. Questo vale in qualità di creatore ma anche di osservatore. Perciò, se sei arrivato a leggere fino a questo punto, sei già sulla buona strada.

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Gli scatti della serie sono sospesi in un’atmosfera senza tempo. Come li hai realizzati?
Quando mi immergevo, mi scollegavo dalle idee di luogo e tempo. L'acqua e il mare non c'entrano niente, sono più simili a una figura retorica. Il percorso è dentro la mia testa, perciò quando scattavo mi sforzavo a pensare di essere in un luogo surreale, onirico, lontano. Non dovevo farmi distrarre dal "qui e ora", perché in quel momento erano solamente un ostacolo.

Da immagini dinamiche e in movimento, a scatti di estrema e intima solitudine, fino a una veduta degli abissi, il tuo progetto ci guida in un percorso che sembra portarci verso un’inquietante calma apparente. Cosa c’è dopo quell’immagine?
La chiusura della serie ha un ruolo molto importante per me. L’immagine è di “un’inquietante calma apparente" proprio perché contiene un duplice significato parallelo. Dopo una sequenza di immagini cariche di soggetti e movimento ecco una tregua, una calma, una fine, tuttavia sinistra, perché nella sua oscurità vediamo quello che ci siamo lasciati alle spalle ma anche la minaccia di ciò che potrebbe tornare a presentarsi.

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Ad accompagnare la serie c’è un testo in forma poetica. C’è un ricordo specifico che associ a queste parole?
Il testo l'ho scritto di getto e rappresenta un flusso di coscienza durante un attacco di panico. Mi piace pensare al testo come a un messaggio di aiuto dentro a una bottiglia nel mare.

Qual è il tuo scatto preferito della serie, e perché?
Quello in copertina, in cui si vedono corpi senza volto galleggiare mentre interagiscono tra di loro—sembrano così distanti da noi. È come se noi fossimo lì sotto e volessimo comunicare, giocare, vorremmo essere li con loro ma ciò non è possibile.

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Guardare i tuoi scatti mi fa venire in mente la talassofobia, la paura irrazionale per gli abissi e gli specchi d’acqua. Qual è la tua paura più grande?
Ho una paura fottuta della morte e dei grandi, incompiuti, interrogativi ad essa legati. Più in generale, vengo oppresso da tutte quelle cose a cui non trovo una spiegazione—mi tormentano.

Stai lavorando su altri progetti che indagano la salute mentale?
Al momento ho diversi progetti a cui sto lavorando. Certe volte, senza neanche rendersene conto, concentriamo la nostra attenzione su temi diversi ma che guardati da lontano hanno qualcosa che li lega nel profondo, come fossero piccoli pezzi di un mosaico più grande che, in fin dei conti, è la nostra ricerca, quello che ci accende l’anima e l’interesse, e su cui torniamo ogni giorno con i nostri pensieri. La psiche umana è un abisso inesplorato dentro alla quale vorrei tuffarmi, ancora una volta, per comprendere meglio le persone—e, se sono fortunato, anche me stesso.

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Crediti

Testo: Carolina Davalli
Fotografie: Alexander Gabriel

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