Rifò, il brand e piattaforma sostenibile che celebra la circolarità della moda

Ispirato alla figura del cenciaiolo, il fondatore del brand Niccolò Cipriani ha trasformato questo storico mestiere in un'impresa sostenibile e radicale.

di Giorgia Imbrenda
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17 giugno 2022, 10:33am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Rifò, giovane brand di moda sostenibile nato nel 2017 dalla mente creativa dell’imprenditore Niccolò Cipriani.

È durante un'esperienza di lavoro in Vietnam che Cipriani osserva in prima persona gli effetti distruttivi di un’industria della moda inquinante e deleteria, tra montagne di invenduti, sovrapproduzione e inceneritori. Così decide di tornare in Italia, in particolare a Prato, la sua città, per fondare un progetto che attingesse dall’eredità secolare dell’industria tessile locale e dai processi storici di recupero e riutilizzo per aggiornarli e applicarli al presente. Nasce così Rifò, un brand ma anche un progetto più espanso che ha come obiettivo quello di dare nuova vita a materiali di scarto, diventando emblema di come l’economia circolare possa applicarsi anche all’industria tessile e alla moda.

Per saperne di più sulla storia del brand, sui valori che incarna e sui processi che lo contraddistinguono, abbiamo intervistato direttamente Niccolò per fargli qualche domanda su Rifò.

Rifò brand sostenibile emergente intervista

Ciao Niccolò! Partiamo dall’inizio. Parlaci di te, del tuo passato e di come siete arrivati a fondare il vostro brand.
Anche se potrebbe sembrare strano, personalmente non ho avuto alcuna formazione nell’ambito della moda o nel design—sono laureato in Economia Internazionale. Però, la tradizione tessile della mia regione, la Toscana, ha sempre fatto parte della mia biografia famigliare. Così, dopo la laurea magistrale, ho iniziato a lavorare in Vietnam per un programma delle Nazioni Unite e poi per l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, ed è proprio in quell’occasione che è nata l’idea di creare Rifò e di lanciare un brand con una prospettiva diversa da quelli presenti sul mercato italiano.

Quindi, da che cosa e come è nato Rifò?
Quando mi trovavo in Vietnam per lavoro, ho avuto modo di vedere con i miei occhi quanto fosse inquinante il mondo della moda. C’erano montagne e montagne di vestiti destinati alle discariche o agli inceneritori, e tutto questo a causa di una sovrapproduzione di abbigliamento su larga scala. Mi sono quindi chiesto se ci fosse una soluzione a tutto questo, ed è stato impossibile per me non pensare al passato tessile della mia città, Prato, che rigenera vecchi indumenti ormai da secoli. Così sono tornato in Italia e con l’aiuto di alcuni amici, abbiamo dato vita a un crowdfunding che è stato accolto con molto entusiasmo e ci ha permesso di iniziare la nostra avventura come start-up.

Rifò brand sostenibile emergente intervista

Che significato ha il nome del tuo brand? E come lo definiresti in tre parole?
Il nome Rifò significa “rifaccio” in toscano. Abbiamo scelto questo nome perché siamo molto legati al nostro territorio e alle sue radici anche linguistiche, e volevamo che rappresentasse al 100% il modo di parlare dei nostri artigiani. Rifò per noi significa anche ridare una nuova vita a un abito, celebrando il mestiere del cenciaiolo che fa parte del DNA della nostra città. Se dovessi definire Rifò in tre parole utilizzerei il nostro motto: “Qualità, Responsabilità, Sostenibilità.”

Siete riusciti a creare dei tessuti in felpa realizzati a partire da un filato di denim rigenerato, ad abbandonare l’uso del poliestere e a creare dei cappotti in lana rigenerata cardata. Come si struttura il processo di produzione? Dove e come producete i vostri capi?
Tutta la nostra produzione è contenuta nel raggio di 30 km dal nostro ufficio. Ci affidiamo a diversi team di artigiani del nostro distretto con cui negli anni si è sviluppato un rapporto di grande fiducia. Visitiamo i loro studi quotidianamente, in modo da seguire ogni lavorazione da vicino. La vicinanza alle fabbriche ci consente non solo di consumare meno carburante, ma anche di ridurre il prezzo finale dei nostri prodotti e di supportare l’economia locale del nostro distretto, contribuendo a creare nuove opportunità di lavoro. Allo stesso tempo, ci permette di sviluppare con le aziende nuove soluzioni e di affinare sempre di più i processi di economia circolare a cui ci affidiamo. La trasparenza per noi è fondamentale, infatti nella scheda di ogni nostro prodotto è presente la sezione “Chi lo ha fatto”, con la fotografia dell’artigiano che lo ha realizzato.

Rifò brand sostenibile emergente intervista

Quali sono i vantaggi dell’economia circolare applicata al mondo della moda e in particolare all’abbigliamento? E perché è importante e in che modo si può ridurre l'impatto ambientale di un brand?
In termini di impatto ambientale, il vantaggio principale che offre una produzione circolare riguarda il risparmio di acqua e delle sostanze chimiche. Storicamente, i cenciaioli dividevano gli stracci che recuperavano già per colorazione, così da non dover tingere il nuovo filato rigenerato. E lo facevano non per una questione di sostenibilità, ma perché era più economico, si risparmiava di tempo e di denaro sulla tintura e sul finissaggio. L’idea di ottimizzare le risorse era parte integrante del sistema economico, una caratteristica che piano piano è andata perdendosi. Noi vogliamo tornare proprio lì.

Qual è stato il momento più difficile della tua carriera finora?
Come ogni start-up, trovare le risorse finanziare e investirle bene per alimentare la crescita successiva è il momento più delicato. La fase iniziale è quella più critica, ed è dove spesso le nuove idee finiscono per arenarsi, soprattutto all’interno di un mercato della moda saturo in cui è difficile emergere. Poi, il periodo della pandemia e dei lockdown sicuramente non è stato un momento felice. Riadattarsi, riorganizzarsi, capire in che modo far continuare la produzione e poi come e dove vendere i pezzi. È stata una sfida avvincente, che ci ha insegnato a essere agili, rapidi e ha stretto i rapporti con i nostri fornitori. Infine, adesso dobbiamo affrontare un’altra sfida: far emergere il nostro brand tra tutti i nuovi marchi sostenibili (che a volte non sono realmente eco-consapevoli), mettendo i nostri valori di sostenibilità, qualità e responsabilità prima del profitto.

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Se dovessi scegliere tre designer con cui andare a cena stasera, chi sarebbero? E in quale ristorante li porteresti?
Sicuramente però sarei curioso di parlare con Vivienne Westwood, che ha fatto degli scarti e dell’upcycling una rivoluzione di stile. La porterei a conoscere l’essenza di questa città, quindi in un’osteria del centro a Prato, dove mangiare i tortelli ripieni e per dessert cantucci e vin santo.

In così poco tempo sei riuscito a realizzare collaborazioni con diversi brand. Qual è la tua opinione sulle collaborazioni?
Ovviamente ci fa sempre molto piacere quando riceviamo proposte di collaborazioni da parte di altri brand. È bello vedere come si stia diffondendo sempre di più una sensibilità verso la sostenibilità nella moda. Spesso queste sono occasioni che ci permettono di imparare molto e di condividere i nostri valori ad altre realtà.

Rifò brand sostenibile emergente intervista

Cosa c'è nel futuro del tuo brand? E dove vi vedete tra 5 anni?
Siamo nati come start-up, quindi la dinamicità è nel nostro DNA. Siamo un vulcano di idee, alcune riguardano progetti a breve termine mentre altre guardano più lontano nel tempo. Giusto un paio di mesi fa abbiamo lanciato i Textile Tours (dei tour guidati alla scoperta delle aziende che si occupano di rigenerazione tessile a Prato), mentre a inizio anno, con il progetto Nei nostri Panni abbiamo dato vita insieme a tanti partner una scuola di Cenciaioli, con la quale finanziamo la formazione retribuita di persone provenienti da attività di accoglienza ai migranti sul territorio.

Una cosa di cui siamo certi è che vorremmo continuare a promuovere anche progetti e servizi paralleli al nostro brand, non vogliamo solo produrre indumenti ma essere un vero e proprio progetto di economia circolare collaborativa. Tra 5 anni ci vediamo sicuramente in uno spazio ancora più grande, perché il team cresce a ritmi velocissimi. In ogni caso non amiamo troppo i programmi, perché crediamo che fino a che manterremo la forza per improvvisare rimarremo autentici. A parte questo, vogliamo ampliare sempre più i servizi di raccolta e creare filiere tracciabili anche su altri tipo di materiali. Sicuramente ci piacerebbe aprire dei pop up store in giro per l’Italia e all’estero e, perché no, magari un giorno avere dei negozi Rifò sparsi in giro per il mondo.

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Crediti

Testo: Giorgia Imbrenda
Immagini su gentile concessione dell’ufficio stampa Rifò

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