Anthony Perkins ne Il Processo, 1962. Parigi, 2020

A Fondazione Prada apre "K", la mostra sulla solitudine che ci accomuna (e dilania) tutti

Se tutti ci sentiamo soli, ci sentiamo forse tutti meno soli?

di Benedetta Pini
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21 febbraio 2020, 12:19pm

Anthony Perkins ne Il Processo, 1962. Parigi, 2020

"Allegorismo vuoto" è la formula coniata da Romano Luperini per descrivere Franz Kafka: “Come ogni autore allegorico, Kafka rappresenta una vicenda per ‘dire altro’; ma questo ‘altro’ resta indecifrabile e dunque indicibile”. Questa modalità comunicativa è specchio del senso di diversità provato da Kafka in quanto ebreo contestualizzato nella Mitteleuropa, da cui derivano senso di colpa, sensazione di impotenza e solitudine. Potrebbe equivalere al concetto di perturbante nell’accezione freudiana: qualcosa che è estraneo e familiare allo stesso tempo, che risulta inquietante per via della sua ambiguità ineliminabile. Uno stato d’animo dunque affine al perturbante, ma non esattamente sovrapponibile, e che per questo ha richiesto la coniazione di un neologismo: kafkiano è un aggettivo che indica una situazione paradossale, angosciante, di fronte alla quale ci si arrende, senza la possibilità di reagire”.

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Martin Kippenberger ritratto nell’installazione "The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’". © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. 1994. Foto Jannes Linders

Sono queste le premesse di K, la mostra che apre oggi alla fondazione Prada di Milano: un racconto connotato come una parabola che restituisce i “moventi più oscuri della vita umana”, come osservò Walter Benjamin in merito alle opere di Kafka. Soprattutto se si pensa alle storie dei tre romanzi incompiuti dell’autore, Amerika, Der Prozess, Das Schloss, che sarebbero dovuti andare a formare una “trilogia della solitudine”. Allo stesso modo K è costituita da un’installazione che si sviluppa secondo la struttura del trittico: The Happy End of Franz Kafka’s “Amerika” di Martin Kippenberger, un’opera in tre parti, tre registri, tre medium che hanno accolto la natura incompleta di tre romanzi di Kafka e ne hanno fornito multiple letture e interpretazioni soggettive, per poi avanzare una conclusione ideale. Come in una pala di altare tradizionale, nella grande tavola centrale troviamo l’opera cardine, America, mentre di fianco i due pannelli laterali, con Il processo e Il castello. Il risultato sintetico di questo accostamento dialettico è una parabola delle inquietudini della vita, che ci dicono che “l'inconcepibile è inconcepibile, e questo si sapeva”.

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Franz Kafka "Amerika", prima edizione postuma, 1927. A cura di Max Brod (Munich: Kurt Wolff)

I tre elementi si trovano dislocati in tre diverse location della Fondazione Prada di Milano, ognuno collocato nella propria sede ideale: l’installazione scultorea in uno spazio luminosissimo, il film nella sala cinematografica, le musiche in uno spazio acustico ristretto ma slanciato; tutti presentati simultaneamente. Il percorso inizia dunque con l’opera di Kippenberger, del 1994. L’installazione vuole trasmettere la sensazione di sopraffazione e oppressione che proviamo quotidianamente e con la quale cerchiamo di convivere facendo appello ai nostri più reconditi meccanismi di difesa, in un mondo dominato da una concorrenza sfrenata e uno sfruttamento disumanizzante. Per questo l'ambiente richiama quello di un ufficio, di un luogo dove avvengono continuamente colloqui depersonalizzati e depersonalizzanti -- che poi non è molto diverso da quello di uno speed date.

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Immagine della mostra “Martin Kippenberger: The Problem Perspective” MoMA, NY, 2009. Foto Thomas Griesel. Copyright: The Museum of Modern Art, NY. Cat. no.: IN2068.50. © 2020

L'invito di Kippenberger è proprio quello di sedervi sugli spalti e immaginare di assistere a una serie di dialoghi così impostati, riflettendo sulla natura alienante di questi incontri asettici, in cui la possibilità di uno scambio e di un'interconnessione viene inibita dalla foga per la produttività. Questo accumulo di oggetti di ogni tipo all’interno di un campo da calcio, come se ci fosse costantemente una partita in gioco senza tregua né possibilità di tirarsene fuori, vuole fare emergere “i meccanismi economici e psicologici che segretamente muovono questa società e le loro diaboliche conseguenze”, secondo le affermazioni dello studioso tedesco Wilhelm Emrich. La critica di Kippenberger all’autonarrazione mitizzata degli Stati Uniti come “terra dell’opportunità e della libertà” porta a riflettere, per contrasto, sull’importanza delle relazioni e del dialogo, come suggerisce la natura stessa dell’installazione; dunque, stranamente per Kafka, si apre la possibilità di un lieto fine.

Si passa poi al buio della sala, per la visione di The Trial (Il processo, 1962) di Orson Welles, tratto dall’opera più kafkiana di tutte dal titolo omonimo. Come il romanzo, il film riflette sul senso umano di impotenza, messo in relazione con le dinamiche della burocrazia giudiziaria, sui paradossi del pudore e sull’incapacità di reagire. Questo senso di assurdo e di angoscia torna nel film trasfigurato in un umorismo nerissimo e in uno stile di regia volto ad amplificare la sensazione claustrofobica di minaccia latente, attraverso l'uso di un bianco e nero molto contrastato, di un grandangolo deformante, di inquadrature dal basso che mostrano i soffitti opprimenti e di un montaggio sempre più veloce che culmina cl climax finale. Il nostro consiglio spassionato è di rimanere fino al termine della proiezione, perché sono proprio i dialoghi finali, pregni di nevrosi ed esistenzialismo, a instaurare con gli altri elementi della mostra e le opere di Kafka “un’alleanza tra forme di turbamento”, come hanno affermato i critici.

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Tridimensionalità silenziosa e immobile, bidimensionalità sonorizzata e in movimento, infine solo il suono senza corpo. L’ultimo elemento è l’album Franz Kafka The Castle (2013) dei Tangerine Dream. Mettetevi comodi sulle poltrone e rilassatevi, abbandonatevi all’elettronica del gruppo tedesco e lasciatevi coinvolgere dall’avventura narrata dai testi (ispirati al romanzo), che poi è la storia “la storia universale dell’anima”, come l’ha definita lo stesso Kafka. Secondo Udo Kittelmann, i Tangerine Dream hanno trasformato Il castello “in una composizione elettronica profondamente emotiva, che è molto più vicina alla vita dell’anima, alla dimensione magica e cosmica della nostra esistenza di quanto dimostri di essere il nostro mondo con la sua promessa di realtà. È un’impresa intensa e coraggiosa”.

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Orson Welles e Anthony Perkins sul set del film Il Processo, 1962. Orson Welles and Anthony Perkins on the set of the movie The Trial, 1962. Solo uso editoriale/ Editorial use only. Film: Paris Europa/Ficit/Hisa © 2020, Firenze

Così come lo è K. Un’opera che riflette con lucidità sui luoghi, le politiche e le regole del mondo del lavoro, sull’immensità e la lontananza delle strutture del potere, sul linguaggio, sulla comunicazione e sulla produzione culturale.

La mostra K è visitabile alla Fondazione Prada di Milano dal 21 febbraio al 27 luglio 2020. Qui puoi trovare ulteriori informazioni sulla mostra.

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Edgar Froese - Tangerine Dream. "Laserium", primo tour USA, 1977 © Eastgate Musc&Arts, Berlino
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Tangerine Dream - Edgar Froese registra il suo battito cardiaco, 1979 © Eastgate Music&Arts, Berlino
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Immagine della mostra “Martin Kippenberger: The Problem Perspective” MoMA, NY, 2009. Foto Thomas Griesel. Copyright: The Museum of Modern Art, NY. Cat. no.: IN2068.50. © 2020
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Immagine dell’installazione di Martin Kippenberger The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Installation view of Martin Kippenberger’s The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, 1994© Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Foto/Photo Jannes Linders
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Immagine dell’installazione di Martin Kippenberger The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Installation view of Martin Kippenberger’s The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, 1994© Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Foto/Photo Jannes Linders
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Immagine dell’installazione di Martin Kippenberger The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Installation view of Martin Kippenberger’s The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’ Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam, 1994© Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. Foto/Photo Jannes Linders
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Martin Kippenberger ritratto nell’installazione "The Happy End of Franz Kafka’s ‘Amerika’". © Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam. 1994. Foto Jannes Linders
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Proiezione de "Il Processo" di Orson Welles, 1962.
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Fondazione Prada Milano
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Crediti

Testo di Benedetta Pini
Immagine per gentile concessione di Fondazione Prada

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