Avrà anche 25 anni, ma oggi "La Haine" è più rilevante che mai

Il capolavoro di Mathieu Kassovitz è un ritratto dei giovani esclusi dalla società, che vivono in comunità alienate e che hanno a che fare ogni giorno con razzismo e violenza da parte della polizia. Sounds familiar?

di Andrea Nazarian
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10 luglio 2020, 4:00am

Frame da La Haine

Abuso di potere. Pregiudizi infondati. Sistemi autoritari e oppressivi. I temi che si intrecciano nel film cult La Haine (1995) sono oggi più rilevanti che mai. Per faccia incazzare vedere un film di 25 anni fa documentare gli stessi identici problemi che continuano ad opprimere la società contemporanea, La Haine, diretto dal regista Mathieu Kassovitz, è un esempio di come i grandi film sono tali anche perché più generazioni ci si possono rispecchiare.

Ambientato nei sobborghi parigini, La Haine (in italiano tradotto come L'Odio) segue le vicende di tre inseparabili amici: Hubert, interpretato da Hubert Koundé; Vinz, interpretato da Vincent Cassel; e Saïd, interpretato da Saïd Taghmaoui. La pellicola documenta le 20 ore successive una manifestazione di protesta nata a seguito di un episodio di abuso di potere ai danni di Abdel Ichaha, giovane arabo amico dei tre che viene picchiato così brutalmente dalla polizia da finire in coma.

Il regista e sceneggiatore Kassovitz ha iniziato a buttare giù lo script di La Haine il 6 aprile del 1993, giorno in cui il 17enne franco-congolese Makomé M’Bowole è stato ucciso con un colpo di pistola dalla polizia parigina. M’Bowole era stato arrestato perché sospettato di aver rubato delle sigarette, ed è stato uno dei tre ragazzi disarmati uccisi dalla polizia parigina nell'arco di soli quattro giorni. La Haine era stato dunque ideato per far luce sulla violenza istituzionale e la fragilità dell'identità nazionale all'interno del contesto francese, ma la vera morte di M’Bowole e quella recitata di Ichaha documentano la violenza della polizia sulle persone nere di altre minoranze in tutto il mondo. Quelle di cui sentiamo, leggiamo e siamo testimoni anche oggigiorno.

Nel film vediamo anche le tre diverse reazioni di fronte alla brutalità della polizia. Vinz giura di voler ammazzare un poliziotto, se Abdel morirà in ospedale, Hubert invece è calmo e consapevole, facendo da mediatore tra le diverse istanze, mentre Saïd è un piantagrane che crea problemi ovunque vada. Nonostante le differenze caratteriali, però, i tre sono uniti tanto da un legame di amicizia quanto da un sentimento d'odio verso le istituzioni, che li caratterizza nelle sue sfumature e applicazioni più complesse.

A livello estetico, i tre non sono molto diversi dai giovani uomini che vediamo nelle città di oggi: vestono sportivo, vivono con una canna in mano e sono ossessionati dalla cultura hip-hop. Essendo chi nero, chi ebreo, chi arabo, e vivendo nelle banlieues parigine, Hubert, Vinz e Saïd sono gli esempi perfetti di quei discendenti delle popolazioni immigrate in Francia durante il Novecento che si trovano a dover fronteggiare quotidianamente razzismo e violenza sistemica. L'identità nazionale celebra l'unità del popolo come unico e indivisibile, ma senza tener conto delle differenze che persistono tra i suoi cittadini. In La Haine, questi valori nazionali vedono i ragazzi venir abusati da quello stesso paese che loro chiamano (o dovrebbero chiamare) casa.

La-haine-brutalità-polizia

Mentre Vinz, Hubert e Saïd camminano per le strade della città, le scene oscillano tra momenti di scherzi tra amici, scontri violenti con la polizia e istanti di noia infinita. Ogni segmento è un fermo immagine della vita all'interno di una comunità lasciata a se stessa, dove una gioventù esclusa si trova con nulla di significativo da fare. Dimenticati dalla società e privati di opportunità reali, è la forte sensazione di isolamento e di disillusione che spinge i tre amici a compiere azioni incoscienti.

Il gruppo vaga tra le banlieues, che sembrano più rovine di guerra che abitazioni di periferia. Palazzoni trascurati e macchine incendiate fanno da accessori extra per sottolineare la spaccatura dalla società e la rabbia repressa che i tre provano per il loro amico in coma. Anche se Hubert, Vinz e Saïd sono tutti cittadini francesi e potrebbero andare ovunque vogliano a Parigi, crescere nei sobborghi più poveri della città li ha alienati dal resto della capitale, come dimostra un momento di tensione tra loro borghesia, quando vengono cacciati da una vernissage in centro.

L'estetica del film è cruda, ma anche cool. Girato interamente con una Kodak 35mm in bianco e nero, i toni grigi di La Haine sono una metafora delle tensioni che ribollono tra gli oppressori e gli oppressi. Da close-up cinetici a sequenze aeree, l'intricato lavoro della videocamera umanizza i personaggi e i loro problemi, tracciando allo stesso tempo un ritratto del mondo sconnesso e rotto in cui vivono.

Per alcuni mesi durante la pre-produzione, Kassovitz e i tre attori protagonisti hanno vissuto insieme in un minuscolo appartamento della banelieue di Chanteloup, la stessa dove avrebbero poi girato la maggior parte del film. Lo hanno fatto per immergersi completamente nella vita del quartiere che volevano documentare, e anche per guadagnarsi la fiducia degli abitanti del posto. I residenti di Chanteloup hanno iniziato così a rispettare la crew dietro La Haine, capendo che il suo scopo era dare una voce alle comunità marginalizzate. Tutto questo trasforma la pellicola in una docu-fiction, più che in un mero atto performativo.

Facciamo un esempio: mentre Saïd e Hubert sono sotto custodia, la polizia abusa di loro. Ammanettati e seduti fianco a fianco, i due vengono soffocati, schiaffeggiati e insultati da due poliziotti in borghese, che vogliono dimostrare ad un ufficiale alle prime armi "come si fa." Il giovane poliziotto distoglie lo sguardo e scuote la testa di fronte al comportamento dei due colleghi, mostrando un breve lampo d'empatia. Anche un solo briciolo di umanità va però bloccato sul nascere, e allora il poliziotto titubante si sente dire: "Non fare la femminuccia con noi. La parte difficile è fermarsi appena in tempo.” La scena è incredibilmente disturbante, ma anche tristemente senza tempo. Quello che vediamo succedere sullo schermo in La Haine è prassi quotidiana nella vita reale. Semmai, vederlo riprodotto in un film di 25 anni fa rende ancor più lampante quanto poco queste obsolete istituzioni siano cambiate in un quarto di secolo.

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"La Haine attire la haine," [L'odio attira l'odio, NdT] afferma Hubert mentre cerca di calmare un Vinz particolarmente incazzato e vendicativo. Una frase incredibilmente valida ancora oggi, purtroppo. Gli attacchi d'odio danno inizio ad un ciclo vizioso e inevitabile di rabbia e odio reciproco, consumando le vittime degli atti di violenza e le persone che le circondano. E mentre continuiamo a vedere giovani neri (e giovani nere) subire ingiustificate violenze, spesso mortali, da parte della polizia, come può qualcuno aspettarsi che in queste comunità non ristagni un feroce odio verso le istituzioni che dovrebbero proteggerli, e invece li uccidono?

Ma com'è possibile che un film uscito 25 anni fa sia ancora così (dolorosamente) rilevante oggi? Non c'è dubbio che da La Haine emerga una critica sociale estremamente potente, né che il film affronti problemi ancora esistenti nel 2020, ma è pur sempre un oggetto di finzione cinematografica. Sta alle persone in carne ed ossa (politici, parliamo soprattutto con voi) implementare cambiamenti e riforme, così che magari tra altri 25 anni non sarà più necessario scrivere che La Haine è oggi più rilevante che mai.

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Questo articolo è apparso originariamente su i-D UK

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