Chromat SS20. Fotografia di Mike Coppola/Getty Images for Chromat. 

Nel 2020 le modelle continuano a dover indossare sample size ridicole, ma forse qualcosa sta cambiando

Finalmente anche la moda si è resa conto delle taglie ridicole che impone alle modelle.

di Beatrice Hazlehurst
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18 settembre 2020, 10:04am

Chromat SS20. Fotografia di Mike Coppola/Getty Images for Chromat. 

Nel 2013, una sfilza di video musicali alquanto provocatori ha attirato l'attenzione della cultura pop. C'era Kim Kardashian mezza nuda in Bound 2 di Kanye West e la pupilla della Disney Miley Cyrus che si dondolava su una palla da demolizione, unico oggetto a coprirle il corpo. Forse, però, il più memorabile è stato il video di Blurred Lines, il pezzo cult di Robin Thicke che ha sconvolto e diviso la critica contemporanea. E sappiamo che non è stata la portata musicale del brano ad attirare così tanto l’attenzione, bensì lo sfoggio e l’esaltazione dei cosiddetti corpi “sample size”, ossia di modelle magrissime.

Questo video è infatti l’unico dei tre sopracitati ad aver innescato una reazione immediata nel pubblico, creando il mito di Emily Ratajkowski e catapultandola nel pantheon delle sex symbol, alla stregua di Kate Upton. Naturalmente, la polemica sul corpo della modella si gonfiò in modo smisurato. Improvvisamente, tutti erano completamente ammaliati dal suo corpo a clessidra, che sembrava tutto meno che reale. "Googliamo le sue misure," ha suggerito un’amica. Nell’esatto istante in cui abbiamo scoperto la circonferenza del seno, della vita e dei fianchi di Ratajkowski (circa 88.9,60.9, 86.36 cm secondo hotmodelsactress.com - ovvero una 38 italiana), è iniziato il confronto con il nostro.

Allora non lo sapevamo, ma il corpo di Ratajkowski era direttamente riconducibile a quella che per lungo tempo è stata la "sezione aurea" della moda, ossia che il metro da sarta non deve segnare una misura superiore agli 80 cm per seno e fianchi, e di 60 cm per la vita. Si pensa che questo standard sia stato impostato dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando una mancanza di tessuto comportava che i modellisti si affidassero a misurazioni più piccole per ottimizzare la produzione di capi.

Nell’ultima decade, possiamo affermare di aver raggiunto il più alto grado di massima inclusività mai registrata nel mondo della moda. L’industria è infatti gradualmente diventata un po’ meno ossessionata da taglia, etnia, età e abilità delle modelle (anche se, per ottenere questo risultato, c’è voluta una mobilitazione collettiva da parte della generazione digitale). Così, è successo che molte ragazze curvy siano diventate modelle di tutto rispetto, com’è giusto che sia—una prospettiva impensabile all'inizio del millennio. Ma se da una parte l’altezza ideale delle donne in passerella è aumentata (dai 175 cm in su) e vediamo cast sempre più diversificati, con corpi sempre più diversi, purtroppo la “sample size”, ossia la misura campione degli abiti, è variata di pochissimo.

"C'è una ragione pratica per cui la maggior parte dei modelli ha le stesse misure, e si chiama campionario", ha spiegato Tom Ford a WWD nel 2018. "Quando crei una collezione, la basi su una selezione standardizzata di misurazioni... Che un designer decida di pensarla per una taglia più grande, quello è a sua discrezione. Ma c'è una pragmaticità di fondo, c'è un motivo per cui i modelli sono di taglie standard.”

Le donne alte più di un metro e ottanta, per soddisfare gli standard della moda, dovrebbero pesare più o meno sui 52 chili, una proporzione quasi impossibile, e per nulla sana, afferma @shitmodelmgmt. L'anonimo account di Instagram getta luce sulle problematiche ancora radicate nell’industria del modelling, facendo il boom diversi anni fa, quando si è offerto come piattaforma perché i modelli e le modelle potessero raccontare le molestie subite da designer, fotografi, agenti e direttori di casting—incoraggiando altri colleghi a far sentire la propria voce e a denunciare i player del settore con comportamenti abusivi. Ora l’account usa la sua piattaforma per denunciare le ingiustizie del settore in generale, ed è rimasto uno dei pochi spazi sicuri nel mondo del modelling. Dopo aver condotto un sondaggio su 4000 modelli, il 65% ha affermato di aver sviluppato disturbi alimentari per cercare di soddisfare le misure della taglia campione. Così, SMGMT ha indetto una petizione per far aumentare la dimensione del campione dalla taglia 38 (o meno) alla 42. Ad oggi, 15.000 persone l’hanno firmata.

"Volevo sapere quanti dei miei follower fossero di costituzione una taglia campione, e la maggior parte di loro non lo era," scrive l’account sulla sua homepage. "Per ridurre le misurazioni o il peso richiesti, i modelli devono ricorrere a mezzi assolutamente disumani, come morire di fame, sottoporsi a diete restrittive, fare fin troppo esercizio fisico e altri metodi che mettono seriamente a rischio la loro salute."

Nell'ultima settimana, la critica verso le “sample size” ha raggiunto il culmine. La stylist Francesca Burns, ex Fashion Editor di i-D, ha scritto su Instagram di essere stata su un set con una modella "minuscola" (non più grande di una taglia quattro degli Stati Uniti, ossia un 38 italiana), e non era riuscita a entrare in un paio di pantaloni Hedi Slimane per Celine. Nessuno dei look di Celine che Burns aveva scelto per gli scatti era una vera taglia campione, il che ha fatto sentire sia la stylist che la modella completamente a disagio.

"Questo è inaccettabile,, ha scritto Burns. “È fondamentalmente sbagliato suggerire che questa sia la norma. Non lo è. Abbiamo una responsabilità nei confronti di coloro che ci affidano sul set, e dobbiamo assicurarci che gli standard di bellezza non siano limitati a misure completamente irreali... Le cose devono cambiare, è tanto difficile è aumentare di qualche taglia i campioni?” La caporedattrice di Fashionista Tyler McCall è stata una dei tanti addetti ai lavori del settore ad appoggiare il messaggio di Burns. Pur comprendendo il fatto che una produzione in taglia unica sia più efficiente ed economica, anche lei descrive lo standard come un "grande ostacolo per una vera ed autentica industria inclusiva.”

"Quelle misurazioni 'standard' distruggono le ragazze in così giovane età", aggiunge l'agente e direttore casting Kevin Chung. “Pillole dimagranti e allenamenti incessanti, al punto di ritrovarsi fisicamente e mentalmente incapaci di fare il proprio lavoro. È vergognoso, ma non è colpa loro... Dobbiamo essere più consapevoli dei diversi tipi di corpi e che non tutti i corpi sono in grado o dovrebbero in alcun modo raggiungere quelle misure—e va bene così. [I modelli] non dovrebbero dover modificare il proprio corpo per adattarsi a uno standard irraggiungibile."

Quando Lauren Graves è stata scoperta da IMG nel 2002, aveva 13 anni. Le prime fasi della sua carriera erano dedicate all'alta moda, anche se ora viene ingaggiata altrettanto frequentemente per casting di campagne pubblicitarie, beauty, editoriali e showroom. La pressione di lavorare nella moda fin dalla giovane l’ha resa "sempre affamata", ma ora lavora solo con piccole agenzie e boutique. Appena entrata dell’industria, cercava di mantenere una taglia 36/38, pur essendo alta 180 cm, ma dopo vari disturbi alimentari, che Graves ha affrontato con coraggio, ha raggiunto la sua taglia naturale, la 40.

"Quando il tuo sogno è fare la modella, devi per forza ascoltare le agenzie, che spesso ti dicono: 'Ehi, ascolta, ho bisogno che tu perda [X] chili, saresti molto più adatta per i casting," racconta Lauren. “Alcune ragazze sono di costituzione molto magre, ma non è così comune. Penso di poter dire che la maggior parte delle modelle devono adattare il proprio corpo agli standard dell’industria, e questo costa molti sacrifici. E comunque, la maggior parte delle agenzie ti dirà di perdere peso in ogni caso.”

Kevin concorda sul fatto che i modelli così naturalmente magri siano davvero pochi. "Ci sono una manciata di modelli che sono naturalmente magri—e questa è genetica. Ma ci sono molti più modelli che non sono taglie 36 e 38, eppure puntano a raggiungere quelle misure.

Dylan Wardwell è una di queste modelle. Sebbene debba affrontare già molte altre sfide, essendo una delle poche donne trans nel settore, soddisfa gli standard della taglia campione senza problemi, essendo così magra per costituzione. Eppure, conosce tantissimi altri modelli a cui non è permesso lavorare finché non perdono peso. Per questo motivo, nonostante le potenziali ripercussioni sulla sua carriera, riconosce che aumentare la dimensione delle taglie per i campionari sarebbe "la cosa migliore", non solo per l'industria, ma per la società.

"Non sarebbe così difficile creare un sistema più inclusivo, se i marchi si impegnassero davvero," afferma. "Penso che sia più facile dare la colpa a questo standard, come se fosse radicato o preso per assodato, invece di rendersi effettivamente conto che tutti noi come individui contribuiamo a questa cultura".

"È un po come la questione della gallina e dell'uovo", afferma Tyler. "I designer diranno che devono mantenere quelle taglie perché i modelli a cui fanno riferimento hanno quelle misurazione, così come i direttori dei casting diranno che devono assicurarsi che i modelli possano adattarsi al campione... stiamo parlando di dimensione zero o anche doppio zero, queste sono taglie quasi impossibili da raggiungere per donne adulte."

La modella curvy Chloe Vero ha sfilato per Savage X Fenty e Tommy Hilfiger, posando per copertine di riviste e campagne importanti. Vero è una di quelle "fortunate", una modella che, pur non essendo una taglia campione, viene richiesta stagione dopo stagione. E se da un lato Chloe è molto grata per il suo successo, spesso si chiede ancora se avesse mai potuto raggiungere quel successo con un corpo più minuto.

"Devo ricordare a me stessa che è proprio la mancanza di accettazione che mi fa sentire in questo modo," afferma. "Sono stata su set in cui ero davvero l'unica della mia taglia. Tutti gli altri modelli erano significativamente più magri di me e questo è stato un duro colpo. Solamente creare dei set in cui venga rispecchiata la diversità che è parte della nostra vita può garantire la formazione di uno spazio sicuro.”

Eccetto il fatto che la vita debba essere più o meno 25 centimetri più piccola dei tuoi fianchi (come per quasi tutte le altre taglie), l’industria del modeling curvy ha pochissimi standard fissi. Questo tipo di fenomeno, secondo Lauren, vale soprattutto per il settore lifestyle, che ha sfruttato un'opportunità di marketing prima ignorata: "Molti marchi commerciali e indipendenti ora lavorano con modelli che rappresentano il consumatore, perché si sono resi conto di quanto aumentino gli incassi quando ci si rivolge a grandi porzioni della popolazione."

Quando si tratta di alta moda, invece, Kevin non riesce a immaginare che delle petizioni possano apportare un cambiamento palpabile: è necessario un supporto dall'alto verso il basso. "Fino a quando le persone al potere non lasceranno posto a persone con idee diverse dalle loro, non vedremo un vero cambiamento. Le persone più in carne non dovrebbero trovarsi in difficoltà cercando la loro taglia, semplicemente perché la diversità dovrebbe essere intrinseca alla metodologia di un designer e di una produzione. Le persone non dovrebbero dirti di essere più inclusivo: è praticamente disumano anche solo il pensarlo."

Tyler condivide appieno questo sentimento. “Bisogna mantenere alta la richiesta di vedere una reale rappresentazione di corpi, e sostenere coloro che lo stanno facendo da tempo". Dylan vorrebbe un mondo in cui lei non debba essere misurata a ogni singolo casting. Mentre Chloe spera che il futuro possa dare le stesse opportunità delle taglie campione anche ai modelli curvy. Da parte sua, Kevin è già pronto a considerare obsoleti il digiuno, le pillole dimagranti e la presenza di nutrizionisti e consulenti per la salute mentale di chi lavora nel settore.

Qualsiasi cambiamento reale, dice Lauren, dovrà essere apportato dai designer. La narrazione che i vestiti "cadono meglio su figure più magre", o che con "meno tessuto" o "seno piccolo" è più facile da lavorare, continua a venire perpetrata dai modellisti e dai designer. Fino a quando non capiranno l’importanza della produzione di vestiti per corpi diversi, rimarremo tutti schiavi delle taglie campione.

"Hanno l'opportunità di rompere gli schemi con cui hanno sempre lavorato e di creare abiti che si adattino ai corpi, senza pretendere che sia un corpo ad adattarsi ai vestiti," conclude. "I designer sembrano aver paura di rompere le tradizioni, anche se, a mio parere, è proprio questo il ruolo dell’arte e delle pratiche creative."

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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