Kaia Gerber, fotografia di Willi Vanderperre

No, non è stata la quarantena a far scoprire il concetto di casa ai designer di moda

L'ambiente domestico è fonte d'ispirazione per intere collezioni da decenni. Qui ne ripercorriamo le dinamiche.

di Alexandre Zamboni
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13 maggio 2020, 5:00am

Kaia Gerber, fotografia di Willi Vanderperre

Know your Fashion History è la nuova rubrica di i-D Italy in cui ripercorriamo i momenti salienti della storia della moda contemporanea, che ne influenzano e manipolano il presente determinandone spesso il futuro. Ogni articolo si propone di raccontare fenomeni legati all’industria della moda, i suoi personaggi chiave e le sue ripercussioni—mai senza un pizzico di ironia.

Oggi partiamo dai trend #pillowchallenge, #homecouture, #jacquemusathome e, infine, #iorestoacasa, per riflettere sul rapporto tra la moda e gli elementi tipici dell’ambiente casalingo dagli anni '80 a oggi.

#iorestoacasa è l’hashtag che negli ultimi mesi abbiamo visto ovunque sui social, immancabilmente associato a immagini d'interni domestici, tra camerette, soggiorni, sale da pranzo o terrazzi. In breve tempo, così, la parola "casa" ha espanso il proprio campo semantico, diventando un termine contenitore all'interno del quale trovano spazio—oltre alle caratteristiche fisiche e tecniche che lo definiscono e al concetto di luogo sicuro a cui rimanda—tutte quelle emozioni riconducibili allo stato d'animo specifico della quarantena. Anche perché mai prima d'ora abbiamo avuto modo di conoscerla così bene, adattandola a ogni nostra esigenza, desiderio e attività. Vi abbiamo creato i più disparati e assurdi diversivi per contrastare la noia. L’abbiamo girata, esplorata e riscoperta. È diventata contemporaneamente una torre d’avorio, un rifugio e una prigione.

Durante il lockdown sono nate su Instagram varie challenge che hanno chiamato gli utenti a dare libero sfogo al loro spirito creativo, utilizzando solo ciò che normalmente si trova in un'abitazione. Alcune di queste si sono poi trasformate in tendenze virali che, inconsapevolmente, hanno portato a curiose ibridazioni tra il mondo della moda e del design domestico. Prima fra tutte, la #pillowchallenge, in cui influencer (o presunti tali) di tutto il mondo hanno utilizzato il proprio cuscino per creare look discutibili, spesso addobbati con i loro costosissimi accessori sponsorizzati.

Poi è stato il momento della challenge lanciata dal giornalista di moda e meme-lord George Serventi, che richiedeva anche una certa preparazione sulla storia della moda: riprodurre momenti iconici delle passerelle; quindi largo a piatti rotti e noodles secchi. Lanciata con l’hashtag #homecouture e al motto di “Only boring people get bored”, la sfida ha coinvolto brand come McQueen, Comme des Garçons e Molly Goddard. Infine la challenge di Jacquemus: dopo aver postato sul suo feed di Instagram la foto di un bambino in punta di piedi su un'arancia e un limone, i suoi follower sono letteralmente impazziti, sbizzarrendosi con rotoli di carta igienica e ogni tipo di frutta fresca come tacchi improvvisati.

Ma non si tratta sempre e solo di trend virali e passeggeri, di distrazioni per evadere dalla realtà, perché dietro c'è molto di più. In questo caso, infatti, delle challenge apparentemente superficiali sono diventate lo spunto di una riflessione sul rapporto tra l’ambiente domestico e la moda, secondo un’operazione molto comune nel fashion design: prendere un oggetto comune e trasformarlo in qualcosa di desiderabile. Nella storia della moda sono stati molti i creativi che si sono lasciati ispirare da oggetti quotidiani, alcuni con ironia e irriverenza, altri in modo poetico, e continuano a farlo ancora oggi. Dato che sarebbe impossibile stilare un elenco completa, abbiamo deciso di selezionare i sei momenti più iconici in cui questi due mondi sono stati uniti, ripercorrendo un ideale viaggio nel tempo a tappe.

1. Il gioco delle forme: Franco Moschino, Ensemble Dinner Jacket, A/I 1989 e Jean Charles de Castelbajac, A/I 1991, Ensemble Pasta

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A cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 due irriverenti designer, l’italiano Franco Moschino e il francese Jean Charles de Castelbajac apparecchiano la tavola sui vestiti, letteralmente. Entrambi maestri dell’ironia, applicano elementi del mondo culinario su abiti dalle forme tradizionali: gonna composta di strisce di lana che imitano tagliatelle fresche, ravioli d'argento come bottoni, forchette, cucchiai e coltelli disposti su spalle, petto e maniche con un rigore militare. Il vivace contrasto tra l’eleganza dei completi e la quotidianità dei riferimenti vuole provocatoriamente farci chiedere: la moda è nutrimento del corpo e della mente? Va consumata avidamente o con parsimonia?

2. Funzionalità: Maison Martin Margiela A-I 1999

Chissà se il designer belga avrebbe mai immaginato che nel 2020 ci saremmo trovati a passare tantissimo tempo nel nostro letto. Nel 1999 Martin Margiela, re della moda decostruzionista, propone un cappotto per la collaborazione col brand Italiano Featherlite, produttore di piumoni da letto. Margiela prende in prestito uno degli oggetti più funzionali presenti nelle nostre case e lo trasforma nel cappotto perfetto, adattando la praticità del piumone in un capo comodo e rassicurante. Ormai iconico, (reinterpretato per la collaborazione con H&M nel 2012 e da Galliano per la linea Artisanal A/I 2015), il cappotto ha le maniche smontabili e può essere foderato con dei pezzi in pvc, denim e vecchie lenzuola.

3. Moda concettuale: Hussein Chalayan, A-I 2000, Afterwords

La performance ideata da Hussein Chalayan per la sfilata della collezione A/I 2000 è considerata una delle pietre miliari della storia della moda del nuovo millennio, per la sua valenza simbolica e politica. Lo stilista turco-cipriota prende ispirazione da un'esperienza autobiografica: lo sradicamento dei ciprioti negli anni '70, quando l’isola fu divisa in due tra greci e turchi, che costrinse lui e la sua famiglia a espatriare in Inghilterra. Per chi vive nella condizione di rifugiato, mobili e indumenti sono gli unici oggetti che lo legano alla propria terra, e assumono una forte valenza identitaria.

La sfilata anticonvenzionale di Chalayan, organizzata presso il Sandler’s Well Theatre di Londra, racconta proprio questa storia e questo stato d'animo: set spoglio, arredato unicamente da quattro poltrone, un tavolo da caffè, una televisione e alcuni vasi. Nell’ultima parte della sfilata il décor si trasforma lentamente: le modelle sfilano indossando abiti realizzati con i rivestimenti delle poltrone, mentre le poltrone stesse diventano delle valigie. L’ultima modella a entrare in scena entra nel buco al centro del tavolino, ne afferra le estremità e attraverso due maniglie nascoste lo solleva trasformandolo in una gonna in legno dalla linea ad A da agganciare alla sottogonna.

4. Sogno e realtà: Viktor and Rolf A-I 2005

Il duo olandese nel 2005 dedica un’intera collezione al dolce sonno di Morfeo, con camicie ispirate al correndo nuziale, giacche trapuntate e top fatti di lenzuola ricamate, abbinati a impeccabili pantaloni neri in lana. Lily Cole, Karen Elson e Raquel Zimmermann, sonnolente protagoniste dalla chioma frisée, con la testa appoggiata su morbidi cuscini che sfidano la gravità, sfilano accompagnate dalle musiche angeliche di Tori Amos. Così Viktor and Rolf trascinano gli spettatori in un sogno a occhi aperti, mentre ci chiediamo se al risveglio sarà possibile trovare un mondo diverso, forse migliore.

5. Illusione: Mary Katrantzou P-E 2011

Alla fashion week londinese della primavera estate 2011 una collezione in particolare attira gli occhi della stampa e porta alla ribalta una giovane designer greca formatasi alla celebre Central Saint Martin: Mary Katrantzou. Con un’operazione opposta al lavoro di Chalayan, Katrantzou trasporta gli interni domestici sui vestiti, lavorando con delle stampe trompe-l’oeil prese in prestito dalle foto di Helmut Newton e Guy Bourdin realizzati per la rivista Architectural Digest. Attraverso tagli precisi e costruzioni simmetriche, top e cocktail dress diventano vedute su salotti postmoderni e camere con vista. Le illusioni ottiche si sono affermate come cifra stilistica della designer greca, erede di un filone di creativi che ha come capostipite un’altra maestra dell’inganno, Elsa Schiaparelli.

6. Texture: Maison Martin Margiela P-E 2012

Per la primavera estate 2012, il team di Maison Margiela, orfano dell’omonimo designer ormai ritiratosi nel 2009, continua sulla strada decostruzionista. Le modelle sfilano su una sequenza di tappeti persiani come fossero in un salotto borghese, indossando abiti che sembrano drappeggiati con scampoli trovati per casa e giacche maschili visibilmente scomposte che lasciano gli eccessi di stoffa in bella vista. Il colpo di scena arriva verso la fine, quando gli stessi tappeti diventano dei look da sera scintillanti: un vestito senza spalline, una lunga gonna e uno scialle. I motivi tradizionali sono realizzati su materiali leggeri, morbide sete ricamate con paillettes e avvolte da cappe di plastica. Che siano da spedire? In tal caso, ho pronto l’indirizzo.

A volte le invenzioni più geniali nascono da ciò che abbiamo sotto i nostri occhi, semplicemente cambiando punto di vista. Chissà cosa partoriranno le menti dei creativi della moda dopo tutto questo tempo passato nelle loro abitazioni. Forse Nicolas Ghesquière farà una capsule ispirata alla sua collezione di CD e Demna riconsidererà l’utilità dei sacchetti per la spesa (ops, l’ha già fatto). Dopotutto, ogni creazione comporta una fase di meditazione e riflessione, una conversazione con noi stessi che necessita pace e raccoglimento. E quale posto migliore, se non la propria casa, per farlo?

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Crediti

Testo di Alexandre Zamboni

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