abbiamo intervistato KOKOKO!, il collettivo che fa musica elettronica in congo

Hanno portato la vita notturna di Kinshasa, Congo, direttamente all'Ortigia Sound System, ed è stata un'esplosione di energia!

di Elena Viale
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02 agosto 2019, 7:26am

La prima volta che ho sentito i KOKOKO! era novembre, ero a Milano e in teoria di pessimo umore, ma all'improvviso stavo ballando come un'adolescente TV senza pensieri - cosa che non sono mai stata. Perciò, sentirli nella cornice di un castello normanno della Sicilia Orientale all’Ortigia Sound System lo scorso weekend, circondata dalla presabene generale, è stato quasi commovente.

I KOKOKO! sono un collettivo nato nel 2016 a Kinshasa, la capitale del Congo, dall’incontro tra il producer francese débruit e “il diavolo di Lingwala” Makara Bianko. Fanno musica dal ritmo serrato con strumenti DIY, ma soprattutto i loro live sono come una coloratissima cartolina da un viaggio a cui avresti voluto partecipare.

Ho parlato con loro della vita notturna di Kinshasa, di politica e, ovviamente, di musica.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Qual è la storia dei KOKOKO!? E perché preferite considerarvi un collettivo piuttosto che una band?
I KOKOKO! Sono nati nel 2016 a Kinshasa dall’incontro di Makara Bianko e débruit. Dopo aver suonato un po’ insieme ed essersi sperimentati a vicenda, i due hanno deciso di registrare alcuni pezzi. Ma la vera energia della nostra musica l’abbiamo sentita per la prima volta suonando insieme a un block party a Ngwaka [quartiere di Kinshasa, NdR]. Eravamo sempre circondati da artisti e ballerini, e tutti collaboravano ai nostri video, quindi siamo diventati qualcosa di più di una band.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

La vostra musica affonda le radici nella vita notturna di Kinshasa. Potete descrivercela un po’?
Kinshasa è una città rumorosissima, la notte cala sempre alle 18.00 perché si trova sull’Equatore, e da quel momento inizia a mescolarsi la musica dei bar, delle discoteche, delle chiese e degli ambulanti ad altri suoni riconoscibilissimi, per esempio quello dei megafoni dei venditori di ricariche telefoniche. Sono suoni molto “elettrici” (quando c’è l’elettricità), distorti, vibranti, unici.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Un vostro concerto è un’esperienza non solo musicale, ma a 360°...
La vita a Kinshasa è così, molti sono artisti o performer e nemmeno se ne accorgono. Noi non vogliamo essere come le altre band, perché ogni aspetto del progetto fa parte dell'esibizione: la nostra immagine e la nostra attitudine entrano nell’esperienza del pubblico, quindi ci mettiamo tutto, senza risparmiarci.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Nell’ about del vostro sito c’è anche una critica allo sfruttamento delle risorse del Congo da parte dei paesi Occidentali. Che spazio occupa la coscienza politica nella vostra musica?
Parlare di politica è pericoloso, cerchiamo sempre di farlo in modo laterale, usando parole simili a quelle che non puoi dire o anche solo esprimendo la nostra energia e la voglia di scrollarci di dosso la frustrazione. La nostra è la terza città dell'Africa, ci vivono 12-15 milioni di persone, perciò è necessario farsi notare per emergere da questo caos visivo e sonoro. E la musica è il nostro strumento per farlo.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

La vostra musica sembra avere un doppio scopo: presentare al pubblico locale nuovi ritmi e attirare l'interesse del mondo nei confronti della vostra locale. È così?
Sì, la nostra musica è una novità in città, anche se è già fonte di ispirazione per i musicisti emergenti. Soprattutto, siamo una band internazionale: attecchiamo ovunque con la nostra musica, è un’energia che supera i confini.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Perché avete cominciato a usare strumenti DIY?
L’aspetto DIY è una parte di noi. Abbiamo cominciato perché affittarli era troppo costoso, per non parlare di comprarli, quindi abbiamo copiato quelli già esistenti. Presto abbiamo anche cominciato a sperimentare e inventare nuovi strumenti con quello che trovavamo, e funzionava. Tutto fa un suono, ma a noi importava anche le forma, infatti alcuni strumenti sono come delle sculture.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Secondo voi la musica che ruolo svolge all'interno della società?
Permette di lasciarsi andare, divertirsi, scuotersi, stringere i pugni, sorgere, contestare, ribellarsi, vivere il momento e altro ancora.

Fotografia di Salvatore Di Gregorio

Memorie di Ortigia?
La reazione del pubblico è stata straordinaria. Moltissimi ci hanno scoperti lì, e noi li abbiamo rapiti.

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Crediti


Testo di Elena Viale
Fotografia di Salvatore Di Gregorio

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