"Kiss" performance Santarcangelo Festival Silvia Calderoni Ilaria Codoro (Fotografia di Sara Lorusso)

questa performance riproduce un gesto che si propaga viralmente: il bacio

10 giorni, 23 performer e un numero infinito di baci: questo è "Kiss." Ne abbiamo parlato con le sue ideatrici, Silvia Calderoni e Ilenia Caleo.

di Federica Tattoli
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15 luglio 2019, 3:53pm

"Kiss" performance Santarcangelo Festival Silvia Calderoni Ilaria Codoro (Fotografia di Sara Lorusso)

Presentato in occasione del Festival di Sant’Arcangelo di Romagna, Kiss di Silvia Calderoni ed Ilenia Caleo, è un’opera/workshop/spettacolo teatrale intimo e coinvolgente che ruota attorno a un'azione tanto semplice quanto intima: il bacio.

Abbiamo intervistato Ilenia e Silvia per approfondire quest’opera intensa e capire come un sistema a due possa trasformarsi in una dinamica aperta a ben 23 performer.

"Kiss non è uno spettacolo, ma una proposta radicale e innovativa di convivenza sul palco.” Mi spiegate meglio questa affermazione con cui avete presentato il vostro progetto?
Kiss nasce come workshop alla Biennale Teatro 2018 a Venezia, dove abbiamo tenuto un laboratorio di dieci giorni con 20 performer, tutte/i con percorsi diversi alle spalle. Il laboratorio aveva come focus il bacio e la proposta di lavorarlo come azione corporea. Volevamo ripensare il bacio fuori dall’immaginario romantico, che incorporiamo attraverso il cinema, i ruoli, le narrazioni dominanti. Il bacio è un sistema a due di intimità, ma noi proviamo a trasformarlo in un sistema aperto, in una composizione di affetti e intensità. Kiss è un ibrido tra spettacolo e laboratorio, qualcosa che potremmo definire come una piattaforma di ricerca aperta; aperta allo sguardo di chi la attraversa, e che non si compone in un lavoro definitivo, un fare e disfarsi non organizzato né da una regia né da una coreografia predefinite.

23 performer, chi sono e come li avete scelti?
Il gruppo è composto da 21 performer più noi due (Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, NdR). Arriviamo entrambe da una pratica di scena, e così abbiamo scelto di non montare registicamente il lavoro, di non trasformare la nostra pratica in uno sguardo esterno, ma di lavorare la scena da dentro. Più che come un montaggio, il lavoro funziona piuttosto come un ecosistema, che si organizza e si disorganizza e si disordina.

23 è un numero dispari, e scombinato – ancora l’idea di un circuito che non si chiude, del bacio come sistema relazionale che non fa pari, ma tiene sempre un resto che apre a nuove possibili ricombinazioni. I performer sono molto giovani, è un gruppo misto di professionisti e non professionisti, un piccolo nucleo è composto da studenti dello IUAV di Venezia dove teniamo un corso, altre/i vengono dalla danza e da percorsi teatrali, altre dalle arti visive. È una scelta che abbiamo fatto per indagare e sperimentare nuovi linguaggi, mescolando attitudini sguardi corporeità differenti, e non già addomesticate alla scena.

Anche quando è aperto al pubblico, Kiss è uno spazio-tempo di ricerca, nella disposizione degli elementi scenici e dei corpi: non c’è frontalità del pubblico, né un dispositivo teatrale di luci. Lo spettacolo sarà aperto in tre giornate con durate differenti, un’ora e mezza la prima sera, e poi due ore e tre ore, in cui il pubblico sarà libero di entrare e uscire e di scegliere quanto restare. Durate diverse creeranno esperienze differenti, all’interno delle quali mettiamo in pratica dei sistemi che possono essere composti dall’interno, attraverso grammatiche condivise e variazioni. Saranno tre oggetti viventi diversi. In questo senso Kiss è un lavoro vulnerabile ed esposto al fallimento, si lavora su potenze e intensità affettive e prossimità dei corpi, è aperto all’imprevisto e la scrittura è in divenire.

Uno dei punti di partenza per la genesi di quest’opera è stato il film Kiss di Warhol, mi raccontate come mai?
Kiss di Andy Warhol è un anti-film, un manifesto anti-Hollywood. All’epoca (siamo nel 1964) i baci nel cinema dovevano seguire precise regole imposte dalla censura: non dovevano durare più di tre secondi, non potevano essere interrazziali né tra persone dello stesso sesso. Nel film Kiss ci sono 13 baci da 3 minuti e oltre, primi piani strettissimi, non c’è una storia, non c’è inizio né fine, chi guarda si trova nel pieno dell’intensità dell’azione. È una direzione estetica molto radicale, che rompe con ogni narrazione e psicologia. Stiamo provando a riattivare nel presente quel tipo di sperimentazione che era insieme sessuale e di identità, artistica e politica, dei corpi e dei linguaggi. Più che sull’estetica warholiana, abbiamo tentato di applicare alle pratiche corporee alcune tecniche compositive utilizzate da A.W. nel visivo: ripetizione, serialità, serigrafia. Ci siamo chiesti: è possibile serigrafare un gesto, un’intimità?

Cos’è per voi il desiderio?
È ciò che ci muove, un impulso amoroso e affettivo—un desiderio che ci unisce nella vita e nella nostra relazione col teatro. Ma è anche il desiderio condiviso di chi lavora in diversi ruoli nelle arti e nella cultura: avere spazi di ricerca non produttivi, non finalizzati, di indagine. E che siano sostenuti economicamente.

Cos’è l’amore?
Pensare l’amore in quanto forza fisica che avvicina i corpi tra loro. Forza che potenzia e trasforma.

Cos’è la libertà?
È un concetto ambiguo in Occidente: basti pensare alla libertà che hanno le merci di muoversi e attraversare i confini e insieme alla poca libertà di movimento dei corpi. La stessa parola, che nel sistema capitalista rimane una parola ambigua, a doppio taglio. Non è una condizione né uno status da raggiungere: è una pratica costante di riconoscimento e ridefinizione dei rapporti di potere.

Può un bacio essere ancora un manifesto?
È la domanda di partenza che condividiamo con il pubblico. Per noi è anche uno sguardo verso il futuro, la possibilità di pensare il futuro fuori dalla metafisica della fine e della catastrofe. Un futuro che può essere già qui, provando ad allenare un’intimità profonda che resiste allo sguardo, attivando una nuova percezione, un nuovo sensibile. In un tempo di respingimento dei corpi alle frontiere, ai confini, dagli spazi, vogliamo attivare la potenza politica della prossimità e del contatto, che non si traduce in un intimità solo privata.

Kiss è nuovo perché è adesso, ma anche poco fa.

Kiss è riproduzione serializzata, serigrafata, moltiplicata, di un gesto che si propaga viralmente: il bacio.

Kiss è una temporalità queer che non trascorre verso nessun paradiso.

Kiss boicotta la narrazione riorganizzando lo spazio scenico secondo un’idea di comfort e di simultaneità.

Kiss abita letteralmente la scena.

Kiss non è meritocratico.

Kiss è un multi-organismo che si muove in autonomia.

Kiss è un documentario o, volendo, un oggetto capelluto.

Kiss apre le porte e le lascia aperte per poter entrare e uscire.

Kiss può trasmettere batteri.

In Kiss le economie sono argomento di produzione di discorso.

Kiss non traduce ma converte linguaggi.

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Crediti


Intervista di Federica Tattoli
Fotografia di Sara Lorusso

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