quel che resta della berlino non gentrificata

A sud di Kreuzberg c'è un quartiere, Neukölln, che ancora lotta contro la gentrificazione selvaggia.

di Amanda Margiaria
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21 maggio 2019, 10:34am

Di Berlino si parla spesso e volentieri in termini entusiasti: affitti bassi, una vita notturna che offre tutto ciò che si può desiderare, gente da tutto il mondo, università gratuita e un'eccellente offerta culturale. Questa narrativa si riflette in modo diretto anche sul tipo di fotografia che va per la maggiore di Berlino: tutto quello che ha a che fare con il clubbing e con la scena creativa berlinese funziona anche a livello visivo.

Eppure concentrare lo sguardo su questi aspetti di Berlino significa far finta di non vedere altri suoi elementi caratteristici e caratterizzanti: l'immigrazione ormai di seconda e terza generazione, i mercati di quartiere, le contraddizioni che la rendono così viva e dinamica, il mercato immobiliare che sta rendendo interi quartieri inavvicinabili, l'ossessione per il decoro che poi va a perdersi nelle sacche di povertà metropolitane e così via.

Ecco perché quando mi sono imbattuta nel lavoro del fotografo Bastian Thiery, non ho potuto fare a meno di contattarlo e farmi raccontare perché ha scelto di immortalare quel che resta della Berlino non gentrificata, e come questa città lo ha influenzato, oltre che ispirato ovviamente.

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Immagini tratte dalla serie Humpelfuchs

Il tuo primo libro, dal titolo Humpelfuchs, ritrae Berlino in modo nuovo e insolito. Non c'è alcuna glorificazione della vita notturna, né tantomeno una ricerca spasmodica dei suoi eccessi. Semplicemente, fotografi la città per quella che è davvero, lontano da certi cliché oggi così comuni. Come è nato questo progetto?
Vivo a Neukölln, un quartiere nella zona meridionale di Berlino che negli ultimi anni è diventato conosciuto come "la nuova Kreuzberg." Da un bel po' di tempo, di notte tra le sue strade si aggira una volpe. È da lei che è nato tutto, perché “Humpelfuchs” in tedesco significa “volpe zoppa”.
La avvistavo spesso qua e là e ogni volta provavo un fortissimo desiderio di fotografarla, ma non ci riuscivo mai. A volte non avevo con me la macchina fotografica, altre volte semplicemente scappava via prima che io riuscissi a scattare.

Poi, una notte, sono uscito per fare delle foto a un edificio abbandonato nei dintorni e lei era lì ad aspettarmi. Era incuriosita da me e dalle mie azioni, così si è messa a distanza di sicurezza—in modo tale da non sentirsi in pericolo o minacciata dalla mia presenza—e continuava a osservarmi, cercando di capire cosa stessi facendo. È stato un momento magico, come se i nostri destini fossero sempre stati destinati a incontrarsi tra quelle macerie, proprio quella notte. Nelle settimane successive l'ho cercata ovunque. Sono riuscito a trovare la sua tana, e i miei amici intanto mi dicevano dove l’avvistavano, così da circoscrivere il più possibile l’area in cui sapevo che prima o poi l’avrei rincontrata.

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Immagini tratte dalla serie Humpelfuchs

Perché hai scelto proprio la volpe come protagonista e musa ispiratrice del tuo primo libro fotografico? Ha un significato simbolico per te?
È una domanda che mi sono posto a più riprese mentre lavoravo a Humpelfuchs. In qualche modo, ero perfettamente conscio di aver interiorizzato e mitizzato l'immagine dell'animale selvatico che si trova costretto a vivere in un ambiente umano. Così, ho proiettato tutte le mie sensazioni di isolamento e alienazione sulla figura della volpe, un essere vivente per natura schivo e diffidente, che si avvicina all'uomo solo durante la notte, ma sempre con circospezione.

Il passaggio successivo è stato documentarmi in modo approfondito sulla simbologia legata a questo animale e ho scoperto, ad esempio, che nel mito giapponese di Kitsune la volpe può mutare forma e assumere le sembianze di essere umano. È stato un percorso mistico per certi versi, perché è proprio quell’aura di sublime ad avermi spinto a mettermi sulle sue tracce, fotografarla e poi inserirla al centro della narrazione di Humpelfuchs.

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Immagini tratte dalla serie Humpelfuchs

Quali sensazioni speri che Humpelfuchs susciti nell’osservatore?
È difficile da spiegare, perché non ho scattato questa serie pensando: "Ecco, questa foto devo proprio farla da questa prospettiva e con questa luce, perché voglio che una volta stampata faccia sentire chi la guarda esattamente così." Non volevo che le foto di Humpelfuchs suscitassero nel pubblico una specifica sensazione.

In realtà, è l’esatto opposto: ciò che mi piace dei libri fotografici è che spingono i lettori a usare la loro fantasia, appoggiandosi ai loro ricordi per creare uno storytelling unico e personale. Credo che un buon libro debba solo dare indizi sulla storia, non raccontarla pedissequamente. Insomma, l’idea generale di Humpelfuchs è quella di accompagnare il lettore in una passeggiata notturna attraverso Berlino, in cui ogni capitolo si sofferma su un aspetto diverso.

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

Un altro tuo progetto che mi ha colpito molto è Sonnenallee, pubblicato un paio di settimane fa dal rinomato settimanale tedesco Zeit Magazin. Ad attirare la mia attenzione è stato il modo in cui hai catturato il lato meno conosciuto di Berlino, i suoi mercati di quartiere, la sua gente e i suoi difetti. È stata una decisione presa consciamente, o più un istinto che hai semplicemente seguito perché questo è il modo in cui intendi Berlino dal tuo punto di vista?
Lo Zeit Magazin mi ha commissionato questo lavoro proprio sulla base del tipo di estetica che caratterizza Humpelfuchs. Milena, la Head Picture Editor della testata, conosceva il mio progetto precedente e sapeva che l’avevo scattato interamente nel quartiere di Neukölln. Così, quando hanno deciso di far uscire un pezzo su Sonnenallee, che secondo me è la strada più iconica di quest’area, Milena mi ha chiesto se volessi collaborare.

Sai, Sonnenallee è una strada così lunga da abbracciare realtà molto diverse tra loro: a sud ci sono case popolari circondate da un mix di ristoranti arabi e aziende, mentre andando verso nord si fanno sempre più frequenti i caffè per hipster e i bar della vecchia Berlino. La mia storia per Zeit Magazin si concentra sulla parte settentrionale, dove ho fotografato non solo i personaggi menzionati nell’articolo, ma anche l’atmosfera che li circonda e rende così speciali.

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

Qual è il tuo rapporto con Berlino dal punto di vista fotografico? Mi spiego meglio: in che modo questa città ha influenzato il tuo modo di scattare?
Per quanto assurdo possa sembrare, p
rima di Humpelfuchs ero assolutamente convinto che Berlino non avrebbe mai potuto essere il soggetto principale delle mie foto, né fare da sfondo ai personaggi che sceglievo di ritrarre. Pensavo, in tutta sincerità, che fosse davvero troppo brutta. Le vetrine orrende, il trash che dilaga ovunque, le sue strade poco luminose, la gente sospettosa di fronte a qualsiasi macchina fotografica…

Ero certo di poter scattare solo all’estero, lontano da casa e dalla Germania. Vivo qui da molto tempo, ma solo ora mi rendo conto che i difetti di Berlino sono anche ciò che più me la fanno amare, quindi sono davvero felice di aver trovato il modo di fotografarli in modo autentico. O meglio, autentico per me.

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee
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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

Credi che il resto d’Europa abbia una visione distorta di Berlino? Spesso viene considerata come la miglior città del Vecchio Continente in cui vivere, sei d’accordo?
Sì, penso che in Europa non esista città migliore in cui vivere e sì, penso che la gente abbia una visione distorta di Berlino. Sono io il primo ad averne una visione distorta e filtrata dalle mie esperienze, nonostante mi sia trasferito qui oltre 10 anni fa. Spesso mi trovo a interagire con persone appartenenti alla stessa bolla sociale, ma quando riesco ad allontanarmene ho come l’impressione di trovarmi in un posto nuovo, completamente sconosciuto. Sì, la vita notturna di Berlino è la migliore d’Europa, ma forse la sua scena creativa non regge il confronto, perché se ne parla moltissimo ma poi concretamente capita che lasci a desiderare.

E poi c’è tutta la questione urbanistica: quando penso alle decisione prese dal consiglio comunale e regionale negli ultimi anni vedo un abisso che si spalanca davanti a noi. Al posto che sviluppare progetti abitativi accessibili anche alle fasce meno abbienti, stanno vendendo vecchi edifici e terreni a prezzi assurdi. Credo che molti berlinesi sarebbero d’accordo con me nell’affermare che la crescita di questa città è fonte di grande ansia e preoccupazione.

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

Qualche esperienza assurda che hai vissuto come fotografo a Berlino?
Mentre lavoravo a Humpelfuchs ho avuto una sorta di epifania, un po’ come succede nei film dei fratelli Coen. Mi ero dato una deadline in cui avrei dovuto smettere di fotografare, mettere la macchina fotografica in un cassetto e iniziare l'editing per il libro. Due giorni prima della data prescelta ho fatto una strada diversa dal solito per tornare a casa e mi sono imbattuto per caso in una famiglia di volpi. Non sapevo se fossero le “mie” volpi, quelle che ho fotografato nella serie, ma erano giovani e giocherellone, per niente spaventate da me, così ho passato quasi tre ore acquattato nei cespugli di una zona industriale per cercare di fotografarle il più da vicino possibile.

Qualche giorno dopo sono tornato a cercarle, ma ad aspettarmi c’era solo un vecchio ubriacone che mi ha urlato di mettere via subito la macchina fotografica. Gli ho spiegato che era spenta, e che comunque non volevo fotografare lui, ma continuava a urlarmi di metterla via. Me ne sono andato, perché non avevo altre opzioni, e mentre camminavo ho pensato: “Questo tipo ha ragione, devo davvero mettere via la macchina fotografica e iniziare a lavorare all’editing.”

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

È interessante come a volte siano dei perfetti sconosciuti a darci i migliori consigli, in modo del tutto inaspettato e casuale. Ma torniamo adesso all'inizio della tua carriera di fotografo: come ti sei avvicinato in prima battuta a questo mondo? È qualcosa che ti ha sempre affascinato, oppure una passione che è arrivata più avanti con il tempo?
È successo piuttosto tardi in realtà. Avevo 22 anni quando ho passato sei settimane a New York, e mentre accompagnavo un amico in un negozio di fotografia mi sono comprato una compatta piuttosto basic.

Ho iniziato a fare foto un po’ a caso, poi qualche mese dopo mi sono trasferito definitivamente nella Grande Mela e prima di partire mio padre mi ha regalato una vecchia Nikon F3. Ero in una città a me praticamente sconosciuta, e la macchina fotografica mi ha permesso di esplorarne i quartieri in modo nuovo ed emozionante.

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Immagini tratte dalla serie Sonnenallee

Come descriveresti la tua estetica attuale?
Sicuramente è in continua evoluzione, ma se dovessi definirla oggi direi un po’ scombinata, sporca, ma anche strutturata e per certi versi romantica.

Forse in generale parlerei di “fotografia che cammina”, perché per me è essenziale muovermi a piedi per strade e vicoli quando devo scattare.

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Immagini tratte dalla serie Humpelfuchs

Credi che lavorare come fotografo ti abbia spinto a riflettere sulla tua identità?
Assolutamente sì. Prima di iniziare l’università a Berlino ho fatto un corso di Fotografia Documentaristica all’ICP di New York, dove tra gli insegnanti c’era anche il vincitore del Pulitzer Andre Lambertson. Lui mi ha spinto a mettere in discussione il mio punto di vista, costantemente: cosa volevo fotografare, come e perché.

Questo tipo di pensiero critico è cruciale nello sviluppo della propria etica. Questioni sensibili come chi sono, come voglio essere visto dagli altri, come mi presento e così via hanno un impatto diretto sul modo in cui poi fotografo e cerco di tenerlo sempre a mente. Credo che ogni fotografo sia inconsciamente attratto da determinati temi, e questo è il bello: ci sono migliaia di mondi diversi a cui ispirarsi o da cui imparare.

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Immagini tratte dalla serie Humpelfuchs

Guardando le tue foto ho avuto l'impressione di essere a teatro, intenta a osservare mille personaggi diversi dai mille caratteri diversi. Come trovi le persone che fotografi? E come ti approcci a loro?
Nella maggior parte dei casi le incontro per strada. Le vedo da lontano, mi colpiscono e così mi avvicino chiedendogli se posso fare una foto. È un po’ come se si trattasse di brevissime collaborazioni, non ho l’impressione di catturare dall’esterno un attimo fuggente, di cui sono esclusivamente spettatore.

Nel momento dell’editing, invece, mi rispecchio molto in quello che dici tu: in quella fase le persone che ho fotografato diventano veri e propri personaggi, fanno tutti parte di una storia che sono io a costruire, imbastire e finalizzare.

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Immagini tratte dall'archivio fotografico di Bastian

Qual è invece la tua relazione con i social media? Credi che Instagram ti stia aiutando ad acquistare visibilità come fotografo, avvicinandoti a un pubblico che altrimenti non ti avrebbe mai conosciuto?
È una relazione d’odio e amore insieme. Credo che oggi Instagram sia una piattaforma essenziale per presentarsi agli altri, io personalmente lo uso per rimanere in contatto con i miei amici e scoprire nuovi creativi. Mi rendo conto però che spesso lo uso semplicemente per distrarmi, e la questione dei like e follower non mi piace particolarmente, perché credo che dia vita a forme negative di competizione.

Come se la fotografia, o la creatività in generale, andasse vissuta come una gara in cui bisogna per forza arrivare primi. La miglior decisione che ho preso finora nel 2019 è stata quella di cancellare Instagram dal mio telefono, in questo modo posso usarlo solo quando sono a casa. Adesso voglio fare lo stesso con Facebook.

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Immagini tratte dall'archivio fotografico di Bastian

A quali progetti stai lavorando in questo periodo?
Attualmente sto viaggiando. Sarò prima in Inghilterra e poi in Giappone. Poi c’è un progetto a cui ho iniziato a lavorare il mese scorso in cui fotograferò ciò che sta all’estrema periferia di Berlino, intorno al suo confine.

Chi sono i fotografi a cui ti ispiri nel tuo lavoro?
Tra i miei preferiti di sempre ci sono Lars Tunbjörk, Rosalind Fox Salomon e Larry Sultan. Sfogliare i loro libri mi fa sempre sentire questo bisogno di trovare il bello nella vita di tutti i giorni. Recentemente invece mi hanno colpito ZZYZX di Gregory Halpern e An Autobiography of Miss Wish di Nina Berman.

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Immagini tratte dall'archivio fotografico di Bastian

Hai qualche consiglio per i giovani creativi che cercano di sfondare oggi nell’industria della fotografia?
Non credo di poter dare dei consigli a nessuno, anche perché io stesso mi sono laureato da poco e sto ancora cercando di capire molte regole non scritte del mondo del lavoro. Certo, potrei ripetere a pappagallo tutti i consigli (spesso non richiesti) che mi hanno dato negli anni: non tradire la tua essenza, lavora costantemente, esci dalla tua comfort zone, non aver paura di far vedere i tuoi lavori.

Ma in realtà la cosa che mi ha davvero aiutato è stato il lavoro su una pubblicazione cartacea. Durante l’università ho creato una piccola fanzine, e gli errori che ho fatto in quella sede mi hanno aiutato a capire come muovermi con il libro. Lavorare su (e per) fotografie stampate e concrete ti aiuta ad avere un’idea più definita di ciò che vuoi rispetto all’editing digitale. Anche se ci sono solo 150 copie di Humpelfuchs, i feedback e i commenti che ho ricevuto mi hanno colpito mille volte di più di qualunque like su Instagram.

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Immagini tratte dall'archivio fotografico di Bastian

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Immagini su gentile concessione del fotografo Bastian Thiery