On/Off, MP5

mp5 è l’artista italiana che si oppone agli stereotipi binari di genere

Abbiamo intervistato mp5, l'artista dei nuovi art-wall al Gucci Garden. I suoi lavori riflettono su questioni di genere, identità e politica, intrecciandosi a esperienze intime e sociali vissute in prima persona.

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30 gennaio 2019, 3:18pm

On/Off, MP5

MP5 è un'artista italiana che, in collaborazione con Gucci, ha lavorato negli ultimi tempi a due progetti appena svelati: una serie di nuove opere sulle pareti del Gucci Garden a Firenze, e un art-wall a Milano, in via Moscova, per sostenere il progetto Chime for Change (di cui vi abbiamo parlato qui proprio pochi giorni fa).

L'abbiamo intervistata per parlare di arte, messaggi positivi e futuro.

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On/Off, MP5

Quando hai iniziato a disegnare? Cosa ti ha avvicinato all'arte?
L'arte per me è stata in primo luogo uno strumento di comunicazione. Ho trovato nelle immagini un modo di rendere chiaro ciò che non riuscivo ad esprimere a parole.

Dove trovi ispirazione?
Posso trovare ispirazione nei discorsi delle persone, nelle dinamiche dei rapporti, nelle espressioni di un viso. Poi ci sono le cose che mi appassionano, la politica, la psicologia, le superstizioni. Colleziono libri d’arte, fumetti e stampe da sempre e poi amo il cinema e la grafica. Mi interessano molte cose, e a volte quelle cose mi sono d'ispirazione.

Hai uno studio fisico e degli assistenti?
Ho uno studio a Roma e ho l’abitudine di spostarmi di continuo, con il tempo ho imparato a mettere in una valigia tutto l’occorrente che mi serve per lavorare. A volte mi capita di avere assistenti, ma succede principalmente per la realizzazione di un murale.

Quanto ci metti a realizzare un murale?
La durata varia a seconda di molti fattori tra cui le condizioni atmosferiche, la qualità delle superfici da ricoprire e la possibilità appunto di avere un’assistente. Direi di media da due a sette giorni.

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On/Off, MP5

Com'è nato il murale per il Gucci Garden?
Quando mi hanno chiesto lavorare sui due piani del Gucci Garden ho pensato subito che avrei voluto stravolgere completamente l’architettura di quegli spazi. Firenze e gli affreschi del Rinascimento mi sono stati molto d'ispirazione; volevo mostrare una dimensione intima, quella delle relazioni tra gli individui e della ricchezza dello scambio fisico ed emotivo, inserendola in un contesto il più astratto e lirico possibile.

Al Gucci Garden hai indagato il largo spettro della sessualità, aperto anche alla condizione di disabilità, che è ancora purtroppo tabù. Cosa ti ha spinto a parlare di questo? È la prima volta nella tua carriera?
È la prima volta, ma è da tempo che ne avevo voglia. Ho amic* tetraplegic*, con difficoltà motorie, che hanno una vita sessuale attiva e felice. Poi a Parigi, tempo fa, durante un festival sul sex work ho avuto l’occasione di vedere il documentario Yes we Fuck, dove si parla di come viene vissuto il sesso dalle persone con disabilità. È dalle loro storie che ho capito che esiste discriminazione e spesso negazione del diritto al sesso. Mi sono chiesta perché anche io non avessi mai rappresentato persone disabili e così ho iniziato a farlo.

Raccontaci qualcosa del modo in cui unisci leggerezza e dramma.
È una cosa che ho imparato dal cinema, e anche da Andrè Breton. Ma soprattutto da mia madre.

Che valore ha instagram in relazione al tuo lavoro?
Ho con Instagram lo stesso rapporto che ho con gli altri social e con il mio sito. Lo aggiorno con i miei lavori e lo uso per vedere i lavori nuovi di artist* che mi piacciono.

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On/Off, MP5

Parliamo delle reazioni che hai dovuto affrontare facendo un'arte che si proietta in strada, quindi al giudizio di molti. Gli hater in strada possono essere crudeli tanto quanto quelli digitali... Esistono situazioni spiacevoli in cui hai dovuto, o devi ancora regolarmente fare i conti?
Le persone possono essere molto crudeli sui social, perché la distanza fisica un po' allenta i freni inibitori soprattutto per quanto riguarda le esternazioni dei sentimenti negativi. La strada invece ha un suo codice molto democratico, se a qualcuno non piace una tua cosa ci può scrivere sopra, può cancellarla, ma deve essere fisicamente presente. E io preferisco così.

I tuoi soggetti mettono in discussione gli stereotipi di genere – un tuo lavoro è anche l'immagine di Questione di Genere di Judith Butler, una pietra miliare della saggistica femminista e queer. Perché questa tematica è così centrale nelle tue opere?
Lavorando con le immagini e la rappresentazione dei corpi ho dovuto fare un lavoro su di me, sulla mia personale elaborazione del corpo. È comunque una ricerca costante, diciamo che quello che rappresento non può prescindere da quello che vivo quotidianamente, e nel mio quotidiano gli stereotipi fisici e di genere sono continuamente messi i discussione.

Hai appena collaborato con Gucci per aggiungere un nuovo capitolo a Chime for Change, progetto a sostegno dell'uguaglianza di genere. Parlaci di questo...
Il progetto Chime for Change mi ha convinta da subito, sia per la tematica che affronta che per la completa libertà creativa che il team di Gucci mi ha lasciato fin da subito. È un progetto che incontra la ricerca che ho compiuto negli ultimi anni ed è bello raggiungere un bacino molto vasto per una tematica così delicata e importante per me.

Direi che possiamo affermare che il tuo lavoro è decisamente proattivo e politicamente schierato. Cosa pensi invece dell'arte e della moda non politicamente schierate?
Per me è naturale che il mio vissuto si intrecci con la mia pratica artistica, ma non penso che sia inevitabile. Mi piacerebbe che artist* che stimo prendessero delle posizioni pubbliche su alcuni argomenti che ho a cuore, ma non mi aspetto né mi interessa che la loro opera abbia smaccatamente dei contenuti che riflettano le loro posizioni politiche.

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Tra pochi mesi inaugurerà al Metropolitan Museum di New York – tra l'altro con il supporto di Gucci – una mostra sul camp, per indagare i codici vestimentari queer nella storia del costume. L'abbigliamento è da sempre uno dei medium più importanti per l'attivismo omosessuale: penso alle toppe a forme di triangolo rosa o al codice Hanky. Tu che rapporto hai con la moda? Hai un tuo codice personale?
Personalmente vesto quasi sempre di nero, perché amo il rigore e l'understatement. Per quanto riguarda la moda come medium per l'attivismo, penso che gli abiti siano un elemento che rappresenta e restituisce con immediatezza lo spirito delle persone, e che può trasformarsi in un vero e proprio simbolo perché, quando è vissuto come atto liberatorio, è di facile comprensione e allo stesso tempo di grande impatto sull'immaginario. Nella fanzine di Chime è presente il lavoro di Alok, artist* e storyteller che fa della sua immagine un elemento fondante della pratica artistica legato all'identità queer e di genere. Penso che il suo sia un lavoro davvero interessante.

Oltre ai lavori murari, la collaborazione con Gucci si è evoluta anche in una capsule disponibile in esclusiva presso Gucci Garden. Parlaci di questo progetto nello specifico.
Proprio perché in tema di abbigliamento mi piace mi sembrava interessante approcciare questa esperienza nel modo più astratto possibile. Ho trovato quindi ispirazione ne l’I Ching, e negli 8 elementi che ne sono il fondamento. Mi piaceva l'idea che ognuno potesse scegliere l'elemento più vicino alla propria sensibilità e indossarlo a suo piacimento.

Prossimi progetti?
Ho alcuni progetti in cantiere e molta voglia di lavorare in studio. Sto pensando ad un progetto installativo ma anche ad una mostra ed un lavoro di video animazione.

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Crediti


Testo di Mattia Ruffolo
Immagini su gentile concessione dell'Ufficio Stampa Gucci, opere di MP5