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cose che indosseremo nei prossimi mesi

Finita la tornata di Fashion Week, è il momento di capire cosa vedremo in vetrina da Zara nei prossimi tempi.

di Federico Rocco
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21 gennaio 2019, 2:35pm

Giunti a fine fashion month, è il momento di tirare le fila di quanto visto in passerella. Di questi tempi, si sa, l'istinto del critico è irrefrenabile. Quali saranno i trend che attecchiranno, trasferendosi dalle passerelle al mondo reale? E quali invece dimenticheremo senza troppi rimpianti? Abbiamo guardato le sfilate di Londra, Milano, Parigi e New York. Le abbiamo commentate, amate, criticate. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche, studiare e capire cosa vedremo in vetrina da Zara tra qualche mese.

Una mano in questo senso ce la dà Lyst, che ha analizzato il comportamento degli oltre cinque milioni di utenti che ogni mese cercano accessori e capi d’abbigliamento sul suo portale. Il risultato sono centinaia di spunti e ispirazioni diverse, di flussi di tendenze, micro e macro influenze racchiusi in grandi certezze. Quelli che più ci hanno convinto sono l’onnipresenza di Prada, il ritorno del tailoring, una nuova rivistazione dello stile anni ‘90 e la sempre maggior attenzione al comfort. A questi quattro, abbiamo aggiunto altrettante previsioni made in i-D. Diteci voi se abbiamo indovinato i trend che vedremo ovunque nei prossimi mesi, o se saremo i soli a indossare occhiali da sole iper-tecnici nell'immediato futuro.


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Cominciamo con il ritorno di un classico. Era il 1992 quando Helena Christensen sfilava per Versace con addosso quello che possiamo tranquillamente definire l'accessorio simbolo del decennio: l'armatura a reggiseno in pelle e fibbie oro. Fetish e super sexy, sofisticatissimo solo perché addosso alla Christensen (e alle altre poche che l'hanno indossato). Perché ne parliamo? Perché ha letteralmente invaso la collezione Versace autunno/inverno 2019 uomo, imponendosi ancora una volta come oggetto del desiderio. Stampato in movimento su camicie di popeline a righe (il contrasto funziona), su t-shirt iper attillate e trompe l'oeil, sotto giacche sartoriali e su camicie di raso per un effetto quasi a bustier, su bomber cartonati rosso shock o a bordo gioiello su piumini da sera o, per concludere in bellezza, su Donatella stessa a fine sfilata. Insomma, tempo due mesi e sarà trend topic.

Avevamo già parlato di un ritorno del tailoring imperante. Un tailoring nuovo però, non istituzionale ma più vicino allo sportswear più nell’intento che nella forma. Erano stati esempi emeriti i debutti di Kim Jones da Dior e di Virgil Abloh da Louis Vuitton, che ci avevano fatto sperare in un riavvicinamento del pubblico alla sartorialità e all’interesse per i tessuti di qualità. L’anno passato ne è stato la conferma: il primo posto dei brand del tailoring più cercati se lo aggiudica Kiton, seguito dal genderless di Gucci e quello super british di Paul Smith. Canali e Burberry compaiono in classifica, baluardi di uno stile fatto di buone maniere e tradizione non troppo coraggiosa, ma decisiva per indicare una direzione.

Il grigio è statement di lusso. A metà strada tra il bianco e il nero, passe-partout assoluto della moda maschile, lasciapassare ideale per qualunque occasione. È il colore di Monsieur Dior che di grigio aveva voluto anche le tende degli ingressi degli atelier di Avenue Montaigne, delle giacche destrutturate di Giorgio Armani e dei completi tight da giorno di Savile Row, tempio dell'eleganza bespoke d'oltremanica. Quel lusso non è finito. Ci sono voluti lo streetwear e le felpe a riportarlo in auge, di nuovo sul formal wear, al posto che gli compete. Virgil Abloh gli ha dedicato il posto d'onore nella palette della fall 2019 di Vuitton, Kim Jones da Dior l'ha studiato nei dettagli applicandolo a qualunque tessuto (dal lucido del raso al ruvido opaco del fresco lana) e contagiandolo con beige e blu, nero e kaki. E da Sandro a Dries Van Noten (dove sono comparsi in grigio anche i tie-dye), passando per Valentino e Undercover, la grey-mania ci piace e ci catapulta ancora di più in quel mondo dove la moda ha avuto origine.

La comodità delle forme è sempre una bussola utile, soprattutto per l’abbigliamento maschile e per individuarne la direzione. Tralasciando il fatto che lo sportswear sia comodo per definizione e che brand come Gucci ne facciano giustamente la propria bandiera, ci siamo abituati a un altro genere di comodità che ha più a che fare con la spontaneità, piuttosto che con lo sport. Brand come il Marni di Francesco Risso, fatto di ingombrante maglieria spaziosa, camicioni-tenda iper colorati e macro gilet imbottiti, o Sunnei, dove bomber lunghissimi in maglia, pantaloni super morbidi e la sostanziale assenza di cuciture costrittive definiscono uno stile molto ricercato e allo stesso tempo amico del comfort. Non facile, è vero, piuttosto borderline ma vincente. Estremo nell’intento più che nelle forme, e per questo lodevole. Anche nel 2019 questa comodità avrà una sua via d’espressione. Le nuovissime collezioni di Marni e Sunnei ne sono dimostrazione vivente.

Gli anni ’90 non sono finiti il 31 dicembre 1999. Impossibile determinare la data, l’occasione o il motivo materiale per cui siano tornati irruenti, ma sta di fatto che è così e che anche nell’anno nuovo guideranno le spese dei fashonisti più esigenti. Tute acetate, sneaker sempre e comunque, occhiali tech arrabbiatissimi, neon e tanto nylon da soffocare. Da Prada a Balenciaga, da N21 a Marni, anche quest’anno si festeggia quel medioevo e insieme illuminismo della moda di quando Bill Clinton era presidente, Kurt Cobain e Diana Spencer dettavano legge in fatto di stile e Matrix imperava nell’immaginario collettivo. L’eterno ritorno funziona sempre e l’operazione si ripete all’infinito, ancora e ancora.

Quando si parla di ispirazione militare spesso il frainteso è dietro l'angolo. Il camouflage non è sempre necessario e molte volte, a meno che non venga dosato col contagocce, risulta addirittura stucchevole. Ma il taglio dei capi militari e i loro dettagli spesso rendono l'effetto molto più di una stampa, per quanto iconografica. Marsine, bottoni e tasche, sfondi piega e cinture hanno letteralmente riempito le passerelle del'utlima fashion week uomo. Da Yohji Yamamoto l'esercito è quello di elegantissimi samurai in nero: anfibi morbidissimi, redingote fluide e giacche Mao ruvide, bottoni oro o smaltati, lucidi o opachi, simmetrici o no, comunque di grande ispirazione. Da Raf Simons il militare si materializza in un capo: il cappotto. Severo e lungo, non permette romanticismi. Quasi antipatico, molto Raf. Anche da Prada il militare abbonda. Se la collezione è tutta un inno al sentimento dell'essere maschio per dimostrare che anche gli uomini più rudi hanno un cuore, gli army dreamers della Miuccia hanno giacche da esercito con maxitasche, scarpacce stringate da escursione e maniche bomber montate sulla maglieria. Il mood esercito è già on.

Prada, Prada, Prada. Può un singolo brand essere identificato come un trend? Si se è il caso della storica maison milanese. Non compare nelle classiche eppure è ovunque. Soprattutto si insinua nelle collezioni altrui, per influenza e forza comunicativa è d’ispirazione ai marchi in cima alle classifiche, ne plasma la forma e ne indirizza l’andamento. La cultura del brutto e intellettuale di Gucci o Balenciaga, del Marni di Francesco Risso o della spontaneità svogliata di N21 di Alessandro dell’Acqua, da dove crediate provenga? Se su tutte queste passerelle abbiamo visto del tailoring fatto come si deve, trench in nappa nera, maglieria di ricerca, stampe dal mood d'archivio e lane dure e pungenti un motivo ci sarà, e il rimando è automatico. Non è necessario specificarlo, e nemmeno prevedere che con il nuovo anno il fenomeno non si fermerà.

Ultimo ma non meno importante. La maglieria di spessore. Può essere che l'intero sapore di una collezione venga riassunto dai pezzi di maglieria? Si, soprattutto se si tratta di collezioni autunno inverno dove il knitwear dovrebbe essere uno dei protagonisti. Come l'abbiamo vista e dove ci ha colpito? Da Marni e Prada l'abbiamo trovata monocolore indossata sopra le giacche (a girocollo in uno, a cardigan nell'altro), da Sunnei, Vuitton e Dior con jacquard super colorati e dai toni flash, sempre da Prada in toni più cupi e con jacquard interamente fatti a mano e, non a caso, in due pezzi a chiusura di sfilata (dei rozzi cuoricini di maglia colorata erano appuntati con spille da balia ai pullover, il cuore sta nella maglia quindi). Il maglione spesso è sempre un must. Dà sicurezza e sostanza, fa inverno e anche quest'anno non manca.

Cose di cui parleremo a lungo, la prima sfilata uomo di Hedi Slimane per Celine:

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Crediti


Testo di Federico Rocco