Crowd #9 (Sunset Five), 2013 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

l'america più folle e incoerente arriva a milano negli scatti di alex prager

Trovarsi fisicamente di fronte alle opere di Prager è un'esperienza destabilizzante, ma che tutti dovrebbero provare.

di Alina Cortese
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17 settembre 2019, 5:00am

Crowd #9 (Sunset Five), 2013 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

Alex Prager e le sue opere sono finalmente arrivate in Italia. La Fondazione Sozzani a Milano ospita infatti dal 15 settembre Silver Lake Drive, esposizione curata da Nathalie Herschdorfer che raccoglie dieci anni di carriera della fotografa e regista e il cui nome si rifà al suo omonimo libro, pubblicato nel 2018.

Le foto in grande formato, le donne protagoniste di questi ritratti, i colori saturi e il dialogo che si crea tra fotografia e video immergono da subito lo spettatore nel cuore della mostra, rendendo impossibile staccare lo sguardo dalle opere dell’artista statunitense. Memori della nostra intervista del 2015, abbiamo colto al volissimo l'occasione offerta da Fondazione Sozzani per poter ammirare dal vivo il suo lavoro. E va detto: trovarsi fisicamente di fronte alle opere di Prager è un'esperienza destabilizzante, ma che tutti dovrebbero provare. Prima di analizzare il corpus presente in mostra, però, facciamo un piccolo passo indietro.

Nata a Los Angeles nel 1979, Alex Prager è fin da bambina immersa nel mondo del cinema. Vive un'infanzia tranquilla accudita dai nonni, ma a 13 anni si trasferisce in Svizzera, tornando poi negli Stati Uniti pochi anni dopo. Al suo ritorno nella città natale finisce in un vortice di lavoretti e insoddisfazione, sente che la sua creatività non è premiata e cresce dentro di lei il desiderio di fare di essa il suo lavoro. Inizia così una ricerca personale: va ad ascoltare concerti, visita musei, fino a quando, a 21 anni, non assiste a una mostra di William Eggleston al Getty Museum.

Il lavoro del fotografo statunitense, che unisce la perfetta narrativa della realtà quotidiana al colore vivido e materico, rende evidente a Prager come la fotografia possa essere la forma espressiva che cercava da tempo. Insomma, la risposta arriva così, come un fulmine a ciel sereno, e Alex compra una Nikon di seconda mano e il materiale per la camera oscura, anch'esso usato. Nel giro di una settimana, inizia la sua carriera artistica.

Los Angeles è fonte di ispirazione e scenario di molti dei suoi scatti, una street photography che si rifà al lavoro del sopracitato William Eggleston, ma anche ai grandi Diane Arbus, Henri Cartier-Bresson e Cindy Sherman, esperti nel congelare un attimo preciso della vita quotidiana. Nel 2007 la sua prima mostra monografica, dal titolo Polyester, è presentata alla Robert Berman Gallery a Santa Monica e solo tre anni dopo partecipa a una collettiva al MoMa di New York.

In questi anni continua a studiare e ad arricchire la sua ricerca fotografica, sperimenta con il video e, sempre nel 2010, esce il corto Despair. L’arrivo alla creazione di opere video è quasi naturale per Alex, cresciuta a Los Angeles e da sempre circondata dall’industria cinematografica. I suoi scatti, infatti, sembrano dei fermi immagine tratti da un film noir, dove noi vediamo solo un frammento di una narrazione più ampia che ci porta a interrogarci sulla storia che sta dietro a quella immagine. Con i film, Prager può costruire un’opera più completa e che crea una sensazione diversa nello spettatore, grazie anche alla musica, al movimento e al ritmo della storia. Due linguaggi che combaciano perfettamente nel lavoro dell’artista, andando a creare uno stile unico ed immediatamente riconoscibile, sebbene ogni sua serie non abbia un evidente fil rouge.

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Eve, 2008 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

Scatti saturi di colore, studiati meticolosamente, tratti da un momento né passato né futuro, dove troviamo donne sofisticate e impeccabili, assorbite da un evento del quale non possiamo venire a conoscenza: sono queste le caratteristiche più evidenti del lavoro di Alex Prager. Eroine in balia dell’emotività, che cercano di sfuggire al giudizio della folla ritrovandosi in situazioni al limite dell’assurdo. Esempio lampante dell’importanza del pensiero degli altri è il film del 2016 La Grande Sortie, dove una ballerina deve affrontare il terrore di scena.

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Lois, 2009 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

Arriviamo così al quasi qui ed ora, quando a Milano inaugura Silver Lake Drive. E dobbiamo ammetterlo: Nathalie Herschdorfer è riuscita a rappresentare fedelmente il lavoro di Alex Prager nell’esposizione in Fondazione Sozzani. La prima stanza chiarisce fin da subito le tematiche dell’artista, presentando quattro scatti in grande formato che rappresentano le donne protagoniste del lavoro dell’artista. Lois, Deborah, Eve e Julie dialogano tra di loro attraverso scene quotidiani surreali ed emozioni, i colori sgargianti degli abiti e del trucco marcato creano un legame profondo esaltando l’estetica di Prager.

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Crowd #3 (Pelican Beach), 2013 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

Uno spazio aperto introduce alla seconda stanza, tuttavia la presenza di un’immagine al vivo sull’intera parete crea come un sipario, separando un tema dall’altro. Lo spazio è dedicato alla serie Compulsion, in cui ogni opera è composta da due scatti: un occhio e una scena di vita. Gli sguardi sono penetranti, ma non volgono mai in direzione dell’altra fotografia che ritrae momenti catastrofici e magnetici, come a mostrare un totale disinteresse a ciò che accade intorno a loro.

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Crowd #9 (Sunset Five), 2013 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

Nella terza e ultima stanza sono esposte fotografie che rappresentano più persone in diversi scenari. Luoghi affollati come una strada, una sala cinematografica, una spiaggia dove l’artista è in grado di far risaltare la sua capacità cinematografica. Le scene sono perfettamente costruite, Alex Prager decide cosa farci vedere attraverso inquadrature, colori e composizione. Le donne sono protagoniste silenziose, vestite di colori saturi, sempre truccate, e magnetizzano il nostro sguardo inconsapevole. Anche quando non sono presenti, l’artista fa percepire la loro mancanza, come nell’opera Culver City, scattata dal basso—prospettiva molto apprezzata a registi come Quentin Tarantino—dove è stato lasciata un’ampia porzione di cielo come a sottolineare questo vuoto. La mostra termina con Face In The Crowd, film del 2013 che viene riprodotto attraverso l’utilizzo di tre schermi posti a ferro di cavallo, permettendo allo spettatore di sentirsi lui stesso all’interno della folla.

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3:14pm, Pacific Ocean and Eye #9 (Passenger Casualties), 2012 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

In definitiva, Alex Prager si pone come una delle voci più influenti del panorama fotografico contemporaneo, riuscendo a creare immagini uniche attraverso passione e dedizione. Opere che possono essere vissute appieno dal vivo grazie al loro grande formato, sentendoci per un attimo dentro l’enorme film che rappresenta l’universo visivo dell’artista dall’artista.

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3:14pm, Pacific Ocean and Eye #9 (Passenger Casualties), 2012 Courtesy Alex Prager Studio and Lehmann Maupin, New York, Hong Kong and Seoul

La mostra è visitabile alla Fondazione Sozzani a Milano fino al 6 gennaio 2020, trovate qui tutte le informazioni necessarie.

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Crediti


Testo di Alina Cortese
Immagini su gentile concessione dell’ufficio stampa Fondazione Sozzani

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