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perché la storia di woolrich oggi è più rilevante che mai

Woolrich, con i suoi 186 anni di storia, riesce sempre a trovare il giusto equilibro tra futuro e tradizione e, per l'ultima collezione, ha scelto di unire le forze con la fotografa concettuale Jackie Nickerson.

di Jack Moss
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22 dicembre 2016, 2:00pm

La rurale Pennsylvania potrebbe non essere il primo luogo a cui si pensa quando si ha in progetto di costruire un impero dell'abbigliamento. Ma sono trascorsi 186 anni da quando il primo stabilimento Woolrich ha aperto e le cose sono decisamente cambiate. Se consideriamo l'aspro (e gelido) paesaggio in cui l'azienda originaria era ubicata, non è poi così sorprendente che si tratti del luogo in cui è nata la più vecchia compagnia d'abbigliamento d'America. In quell'ambiente avere a disposizione dei capi resistenti è una necessità.

Torniamo al 1830, ovvero l'inizio della favola di Woolrich. In quell'anno l'inglese John Rich immigrò in Pennsylvania, a Plum Run, dove fondò una piccola fabbrica di lana: oggi la conosciamo come Woolrich. Erano delle umili acque ad alimentare il mulino, permettendogli di dare vita al tessuto che all'epoca andava a vendere a boscaioli, cacciatori e minatori che vivevano nella zona. Anni dopo avrebbe utilizzato gli stessi materiali per dare vita ad una linea d'abbigliamento indossata dai soldati che combattevano la Guerra Civile e persino per una spedizione nell'Antartico nel 1936.

Per l'autunno/inverno 16 Woolrich è tornato alle origini. Grazie all talento della fotografa concettuale americana Jackie Nickerson, la campagna scattata tra i mulini della Pennsylvania riesce a raccontare due secoli di storia. Oggi i mulini sono stati trasformati in un museo di cui Nickerson è riuscita ad immortalarne i meccanismi più più complessi - dai grandi e spettrali telai ad enormi pile di lana grezza. Le modelle, vestite della nuova collezione autunno/inverno del brand, si sono letteralmente immerse nella storia di Woolrich. 

La tradizione e la storia sono tra i temi principali dei lavori di Jackie Nickerson, che si divide tra l'Irlanda e il Sudafrica. I suoi scatti, però, non si limitano ad essere dei documenti statici di un'epoca che non esiste più, ma colgono il modo in cui il passato continua a vivere attraverso tessuti culturali e tradizioni profondamente radicate in alcune comunità. Il suo acclamato libro Farm è solo un esempio della sua sorprendente abilità. Tra le sue pagine Nickerson ha immortalato i lavoratori agricoli dell'Africa subsahariana mentre affrontano il futuro, celebrando il passato e le vite di chi li ha preceduti attraverso sentiti rituali.

La tradizione è la protagonista anche di Faith, uno studio sul mondo nascosto del clero irlandese, di solito celato dalle mura di chiese e conventi. In questi ritratti intimi, Nickerson svela i volti di una comunità in cui donne e uomini consacrano le loro vite ai riti e alla contemplazione, mentre attorno a loro il mondo moderno si muove ad un ritmo incessante. Lo stesso emerge anche nella serie Sapeur, per la quale ha viaggiato fino in Congo per immortalare i "Sapeurs" di Brazzaville, normali operai che spendono i loro stipendi per acquistare completi nostalgici dal gusto bohémien, mentre il loro Paese si riprende da una sanguinosa guerra civile.

Tutto questo fa parte del bisogno innato che spinge Nickerson a documentare soprattutto il rapporto tra l'uomo e lo spazio che lo circonda, che si tratti dell'Africa, dell'Irlanda o di un altro tra gli svariati angoli di mondo che ha visitato. La campagna Woolrich, scattata solo qualche Stato di distanza dalla sua città d'origine, Boston, riflette proprio tutto questo: per Nickerson, il mulino non è un universo isolato, ma un prodotto dell'ambiente in cui inserito - un mondo che definisce il paese di Woolrich e che, allo stesso tempo, è definito da esso.

Quindi, oltre agli interni del mulino e la collezione stessa, Nickerson ha catturato l'ambiente in cui tutto questo s'insinua - laghi ghiacciati, strade desolate e infiniti cieli grigi. La fotografa è riuscita ad immortalare il rapporto simbiotico tra il brand e ciò che lo circonda: uno non potrebbe esistere senza l'altro.

Ma non solo la campagna, anche la collezione autunno/inverno 2016 è un omaggio alle origini e si basa sui tessuti originali che venivano prodotti al mulino. Reinterpretare il passato per applicarlo al futuro in modo creare dei capi sempre attuali è una delle sfide che da sempre Woolrich porta avanti. In questo caso, l'hanno fatto reinventando le iconiche Buffalo plaid shirt del 1850, realizzate con un motivo trovato negli archivi, le field jacket in cotone o i classici cappotti con la morbida pelliccia applicata al cappuccio. Tutto nasce dalla sapiente combinazione tra la resistenza che ha reso celebre Woolrich e le moderne tecnologie, per dei capi che sono praticamente impenetrabili dagli agenti atmosferici.

Il centro della collezione è il famoso Arctic Parka, creato in origine per gli operai dell'oleodotto in Alaska degli anni '70 e quest'anno riproposto in lana merino. Secondo la filosofia di Woolrich i capi storici non devono essere mai completamente reinventati, alterandone la loro originalità, ma piuttosto migliorati dalla scelta di nuovi materiali, stagione dopo stagione. Questa volta, la scelta di utilizzare lana merino è nata dalla collaborazione con un brand quasi omonimo, Woolmark. Insieme si sono prefissati di scrivere il "futuro della lana" e per farlo hanno dato vita al Merino Storm System che, come suggerisce il nome, si serve di una lana totalmente waterproof e resistente al vento.

Come le fotografie di Jackie Nickerson, l'Arctic Parka è una metafora perfetta per Woolrich: un capo che affonda le radici in una ricchissima tradizione, ma è fisicamente intrecciato ai materiali del futuro. Un futuro che, proprio ora, sta venendo sognato in un angolo della Pennsylvania, solo poche miglia di distanza dalle acque che hanno dato origine a tutto. 

Scoprite di più su woolrich.eu

Crediti


Testo Jack Moss
Foto Jackie Nickerson per Woolrich

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