Salvador Dalí ed Elsa Schiaparelli

la storia d'amore dimenticata tra salvador dalí e l'italia

Tra aneddoti e curiosità, spesso si tralascia quanto l'Italia abbia influenzato il Maestro del Surrealismo.

di Francesca Milano
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28 novembre 2016, 11:12am

Salvador Dalí ed Elsa Schiaparelli

Prestigiatore dell'assurdo, demiurgo di mondi paradossali e fantastici, maestro nell'arte dell'esagerazione, Salvador Dalí, con le sue performance strampalate e le stravaganze, la gestualità e i look altamente cinematografici, in quel manoscritto a cavallo tra realtà e finzione che è La Mia Vita Segreta, nel 1941 scriveva, "Gala stava risvegliando il mio interesse per l'Italia."

Se è vero che sul surrealista per antonomasia (uno che ci credeva così tanto da arrivare da affermare "il Surrealismo sono io") si sono spese fin troppe parole, che lo tratteggiano come un pittore visionario, una figura eccentrica che si distingueva per i suoi comportamenti bizzarri e sempre sopra le righe e per il suo aspetto tanto iconico quanto stravagante, quello che spesso viene tralasciato, affogato da un mare di aneddoti e curiosità, è il rapporto che legava il pittore al Belpaese. Una fascinazione che si insinua dentro di lui dall'età di 16 anni, quando scriveva: "Poi vincerò una borsa di studio per andare quattro anni a Roma e al ritorno sarò un genio, il mondo mi ammirerà. O forse sarò disprezzato e incompreso, ma sarò un genio, un grande genio."

L'Italia fu per Salvador Dalí innanzitutto culla di una profonda contaminazione culturale, affascinato dalle impronte degli artisti rinascimentali, ma anche un luogo in cui intessere proficue collaborazioni con i personaggi più in vista del panorama artistico del proprio tempo.

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Man Ray, Salvador Dalí e Gala, 1936

Nato nel 1904 a Figueres, la prima avventura di Dalí in Italia risale a quando aveva circa trent'anni, nel 1935, e venne invitato in suolo italico da Edward James, noto collezionista, pittore e poeta insieme al quale finì poi per progettare il "Divano-labbra di Mae West", fra i suoi "oggetti surreali" più famosi. Di quest'occasione l'artista spagnolo approfittò per attraversare il nostro Paese dalla costiera amalfitana fino a Torino, e, rimastone stregato, l'anno dopo soggiornò a Firenze e a Lucca. Questi due anni rappresentano un periodo tanto breve quanto centrale per la svolta verso la maturità artistica di Dalí. La sua suggestione per le avanguardie di inizio '900 venne infatti a sostituirsi con un ritrovato amore per le forme classiche, che lo rese pioniere della riscoperta del Rinascimento del secolo scorso.

Eclatante testimonianza l'opera del 1921, "Autoritratto con il collo di Raffaello", Dalí fin da giovanissimo sognava di essere "il Raffaello della sua epoca" (come scriveva nel '49), tanto che più tardi ricordò "Mi ero lasciato crescere i capelli, ormai lunghi come quelli di una fanciulla e guardandomi allo specchio amavo assumere l'espressione di malinconia, l'affascinante atteggiamento di Raffaello nell'autoritratto."

Attingendo soprattutto dalla fase manieristica, Dalí iniziò sempre più ad integrare riferimenti all'armonia e all'equilibrio dei classici nei suoi paesaggi deformati e nei suoi trompe l'oeil illusionistici dai colori brillanti. La "Madonna di Port Lligat" si rifà alla "Pala di Brera" di Piero della Francesca, la "Pietà" di Michelangelo rivive nell'opera "Eco Geologica (dalla Pietà di Michelangelo)" e in molte altre opere meno note del catalano, come "Senza titolo. Mosè da quello della Tomba di Giulio II di Michelangelo". "Perfetti realizzatori di compiutezze umane nel campo dell'estetica", la malia di Dalí si estendeva anche al Beato Angelico, al Bramante, al Palladio e a Benvenuto Cellini, del quale nel '45 illustrò una "Vita" per Doubleday&Company.

Lungi dal rappresentare soltanto un terreno fertile da cui attingere per riferimenti al passato, l'Italia entrò prepotentemente nella vita e nella carriera di Dalí anche come una fucina di costante scoperta, di novità, fibrillazione artistica e fervida immaginazione, nate dal contatto con alcune delle personalità più influenti ed eclettiche dell'arte, della moda e del cinema italiano.

Più volte dietro le quinte dei balletti a La Fenice di Venezia, nel 1948 Dalí fu scelto da Luchino Visconti, che cercava "uno scenografo bizzarro, un mago", per lavorare ai costumi e alla scenografia dello spettacolo shakespeariano "Come Vi Piace" ("As You Like It") messo in scena al Teatro Eliseo, in cui recitarono attori del calibro di Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. Sempre nel '48, l'artista visitò il Parco dei Mostri di Bomarzo, un luogo fuori dal tempo vicino a Viterbo ideato da Pirro Logorio nel XVI secolo, e tra le inquietanti figure mitologiche e mostruose scolpite nella pietra, scoprì un'incondizionata attrazione per i mostri del "bosco sacro", tanto da integrarli in alcune sue opere.

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Salvador Dalí, Divina Commedia

Negli anni '50 fu poi chiamato ad illustrare la Divina Commedia, un onore che Dalí non prese alla leggera, realizzando 102 acquerelli. Ma le visionarie illustrazioni dell'artista erano fin troppo audaci ed innovative per quel tempo, e fin troppo spesso si distaccavano dal senso letterale dei versi danteschi per affiancargli immagini tormentate, altamente metaforiche e che sfociavano nell'ambito della sessualità. Per questo motivo, dopo essere state esposte prima a Roma nel 1954, poi a Venezia e Milano, le tavole disegnate da Dalí furono fervidamente contestate dal governo italiano, che gli revocò la commissione dell'incarico. Dalí non la prese bene e vendette le sue opere all'editore parigino Joseph Forêt, che nel 60 pubblicò "100 aquarelles pour la Divine Comédie de Dante Alighieri par Salvador Dalí" - che faceva da catalogo ad una mostra allestita al Palais Galilea di Parigi - e nel 63 un'edizione integrale della "Divina Commedia" accompagnata dalle xilografie di Dalí.

Artista a tutto tondo, Dalí aveva le mani in pasta anche nel mondo della moda - a testimoniarlo, gli sfarzosi costumi realizzati per Christian Dior per il Ballo di Carnevale - e un rapporto particolare lo ebbe con Elsa Schiaparelli, "surrealista della moda". La designer italiana, fra le figure più influenti degli anni '30, era molto vicina al mondo dell'arte, dall'avanguardia americana di Duchamp e Man Ray fino al Dadaismo e al Surrealismo di Jean Cocteau e Léonard Fini, e con Dalí collaborò in più occasioni. Non solo la Schiaparelli lasciò che la sua visione fosse nutrita dagli scenari bizzarri, dagli orologi colanti e dai telefoni aragosta dall'artista spagnolo arrivando a citarli nei suoi abiti, ma con lui collaborò al design di alcuni gioielli e realizzò anche l' "abito scheletro", che attraverso l'uso di un tessuto matelassé ricreava la spina dorsale, i fianchi e le costole, dando vita ad un concetto usato poi a più riprese da altri designer, da Alexander McQueen a Christian Lacroix. Non solo, nel 1947, Dalí fu commissionato dalla Schiaparelli anche a creare l'originalissima boccetta di cristallo che racchiudeva l'essenza "Le Roy Soleil", un prezioso flacone il cui tappo aveva la forma di un sole, e che aveva come confezione una conchiglia dorata.

Non era la prima volta che l'artista si cimentava nel design di prodotti commerciali. Aveva infatti anche realizzato tre bottiglie per il liquore "Rosso Antico" e l' "oggetto inutile" per la Alessi e per la Piaggio dipinse una Vespa, a cui affibbiò il soprannome di "Dulcinea".

Nel 1953 il catalano intraprese poi un viaggio a Roma insieme a Gala ed in questa occasione conobbe la leggenda del cinema Anna Magnani, che sognò subito di coinvolgere nel suo "primo film neomistico", ovvero "La Carretilla de Carne" ("La Carriola di Carne"), un'opera tanto geniale quanto estrosa che si proponeva di narrare le vicende di una donna innamoratasi di una carriola in seguito alla perdita del suo amato. Il progetto purtroppo non andò in porto, ma le incursioni di Dalí nel mondo del cinema italiano non erano finite. Federico Fellini, che con le sue pellicole incarnò in modo trasognato, contorto e agrodolce uno spaccato d'Italia, incluse Dalí nel suo "Libro dei Sogni", una sorta di diario sconclusionato, fatto di disegni, "segnacci, appunti affrettati e sgrammaticati" in cui dagli anni '60 ai '90 il regista raccolse sogni e incubi che popolavano le sue notti. Profondamente ammaliato dalla figura dell'artista, sbalordito dalle sue trovate geniali, Fellini, su sollecitazione di Gala, accarezzò anche l'idea di fare un lungometraggio su Dalí - idea anche questa svanita nel nulla.

Indimenticabile poi quando nel 1954, in occasione dell'inaugurazione di una mostra a Palazzo Pallavicini Rospigliosi, a Roma, l'artista si fece trasportare da un gruppo di uomini vestiti di bianco e incappucciati su Ponte Sant'Angelo e per le strade della città eterna all'interno di un cubo, in una sorta di lugubre marcia, passando attraverso sfilze di fiaccole tremanti sorrette da altri uomini incappucciati, in un'atmosfera suggestiva e molto scenografica). Non appena il piccolo corteo arrivò a Palazzo Rospigliosi, il cubo si schiuse e, come un mago, ne spuntò fuori Dalí, inscenando una sorta di rinascita metafisica e mettendosi a parlare ai giornalisti in latino surrealista.

Incarnazione dell'ideale dannunziano, artista che più di chiunque altro fece della sua vita stessa un'opera d'arte, Salvador Dalí torna quindi in mostra nella terra che ha contribuito a plasmare il suo immaginario, permettendoci di guardare al suo corpus da un nuovo punto di vista.

Crediti


Testo di Francesca Milano

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