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il fotografo ungherese marton perlaki vi farà vedere il mondo con occhi nuovi

Il fotografo ungherese evoca lo strano fascino degli oggetti inanimati e dei corpi attraverso i suoi scatti.

di Joanna Cresswell
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05 dicembre 2016, 11:16am

Marton Perlaki ha lavorato come fotoreporter e nel mondo del cinema prima di trovare la sua strada e iniziare a scattare per il mondo della moda e dell'arte. Originario di Budapest, ora vive a New York ed è stimato all'interno dell'industria per la sua estetica eclettica, e ha scattato per brand del calibro di Helmut Lang e Dior. Le sue foto includono scatti di still life e ritratti scultorei delle forme umane dalle tinte tenui e delicate. La coreografia e la gestualità giocano un ruolo importante nei suoi scatti, ed è spinto dal desiderio costante di esaminare il lato ambiguo di ogni situazione. Quest'anno ha pubblicato il suo primo libro, Elemer, per Loose Joints. Include un progetto durato 2 anni che si concentra su uno sconosciuto che Perlaki ha incontrato su Facebook. Fresco della sua ultima collaborazione con Muse Magazine assieme allo scultore ungherese Adam Kokesch, il fotografo ci ha incontrati per parlare di vulnerabilità, ironia e di trovare l'ispirazione grazie a della frutta sotto il sole di mezzogiorno. 

Dove sei cresciuto e come ha influenzato la tua fotografia quel luogo?
Sono cresciuto nell'area di Buda a Budapest, eravamo una famiglia di musicisti. Ascoltare mia madre suonare il violino e i discorsi animati di mio padre sull'opera era tutto per me. Non so come di preciso, ma il loro amore per la musica classica e il crescere in un ex Paese comunista mi ha influenzato molto. Mia madre è molto analitica quando si tratta di emozioni, è un tratto che ho sicuramente ereditato da lei -- ha cambiato il mio modo di vedere le cose.

Fai distinzione tra i tuoi progetti personali e i tuoi scatti di moda?
C'è sicuramente una differenza, ma in entrambi i casi ci sono sempre io a scattare la foto perciò più che nel modo di vedere la cosa la differenza per me sta nelle circostanze. Non percepisco il mio lavoro come coerente, ma mi interessano sempre le interazioni tra oggetti e persone, o tra persone stesse. Mi piace anche esplorare il tema della vulnerabilità e della dipendenza. 

Parole come "giocosa" e "infantile" sono spesso state utilizzate per descrivere la tua fotografia. Cosa ne pensi?
Se una cosa viene vista sempre dalla stessa angolazione diventa noiosa per me. Con la fotografia di moda ho imparato l'importanza del senso dell'umorismo che si può ritrovare in un'immagine. L'ironia e il sarcasmo, a piccole dosi, sono un tratto cruciale del mio lavoro. 

L'arte ungherese ha influenzato in qualche modo il tuo lavoro? Te lo chiedo perché in alcune tue immagini sembra esserci un accenno al costruttivismo, specialmente nei tuoi ultimi scatti per Muse.
La story a cui fai riferimento è stata scattata in collaborazione con lo scultore ungherese Adam Kokesch, e la foto con le forme in plexiglas gialle e blu sono delle sue sculture.

Sono sempre stato un ammiratore di Moholy-Nagy, Gyorgy Kepes e del Bauhaus, perciò è inevitabile che la loro arte mi influenzi. Tuttavia devo dire che l'ispirazione arriva per me in modo inaspettato mentre sono magari a Home Depot piuttosto che sfogliando libri di storia dell'arte. L'idea di approcciare qualcosa che non mi appartiene è molto più entusiasmante per me. 

Parlaci di Elemer, il tuo nuovo libro.
Ho trovato per caso dei pacchetti di sigarette d'epoca alla New York Public Library Archive. Al primo sguardo le immagini dei pacchetti sembrano stupide e senza senso, ma quando leggi i testi le immagini hanno perfettamente senso. L'ho trovato d'ispirazione e la scoperta mi ha dato lo spunto per una nuova serie.

Chi è Elemer?
Elemer è l'uomo che ha dato il nome alla serie. Stavo iniziando a lavorare sulle foto still life e sapevo di volermi concentrare su un personaggio singolo. Ho visto per caso un post su Facebook di Elemer, uno sconosciuto che guardava fuori da un ascensore. Sono andato a Budapest e l'ho incontrato e fortunatamente gli è piaciuto il progetto e ci abbiamo lavorato subito. 

Cosa ti ha affascinato di lui?
Il suo aspetto scultoreo, enigmatico. Quando l'ho incontrato ho trovato qualcosa di fragile nel suo aspetto, che non si notava dalle foto che avevo visto. Sembrava anche piuttosto sensibile a modo suo, pur rimanendo sicuro di se. Non vedevo l'ora di scattarlo.

Quando un oggetto che scatti ti si rivela? Quando diventano qualcosa in più che un banale oggetto? 
Non seguo questo tipo di schema. Succede tutto in modo molto naturale. A volte penso a un'idea e a come vorrei svilupparla, altre volte voglio ricreare una situazione che ho già visto. Ti faccio un esempio: era un caldo giorno d'estate e stavo seduto sul terrazzo di mia madre. Mi ha portato una fetta di anguria e ho iniziato a mangiarla e ho iniziato a pensare a quanto sembrasse strano il frutto senza semi, brillava alla luce del sole. Ho preso la mia macchina e ho iniziato a fare foto. 

Cos'è per te la bellezza?
Il sole che tramonta dietro a un magazzino e gli orribili parcheggi dietro al mio studio a Bed Stuy.

martonperlaki.comloosejoints.biz

Crediti


Testo Joanna Cresswell