topless vs femminismo

Il 2015 è l'anno del #freethenipple, ma è venuto il momento per il movimento femminista, e per l'attenzione mondiale, di allontanarsi da capezzoli e seni scoperti?

di Alice Newell-Hanson
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31 agosto 2015, 8:28am

Image via @mileycyrus

Lungo questi anni, la lotta per dimostrare che i capezzoli femminili non sono i fratelli gemelli di tutte le vergogne dell'umanità è diventato il più popolare movimento adottato dal femminismo. Su Instagram, l'hashtag che oggi comprende più di 2 milioni di immagini, e quest'anno persino la parlamentare islandese Björt Olafsdóttir si è fotografata con la maglietta alzata in segno di solidarietà. La campagna è importante quanto le leggi che la contrastano sono ridicole. Ma rappresenta forse altre richieste di cambiamento, con meno obbiettivi puntati, di cui le donne potrebbero beneficiare di più? Il femminismo in topless non è l'unico tipo di femminismo.

#freethenipple come movimento virale ha fatto un ottimo lavoro nell'unire le donne di tutto il mondo. Vi ricorderete il successo avuto su Instagram in Islanda, le tre sorelle arrestate recentemente perché andavano in bicicletta a torso nudo a Montreal, anche le ribelli di Hong Kong che gridavano "i seni sono armi." E Miley Cyrus, ancora (sì, Miley!), su Marie Claire questo mese: "Non credo che le tette siano peggio delle pistole." Ma come Lina Esco, la fondatrice del movimento, ha affermato sin dall'inizio, abbiamo bisogno di usare le prime pagine riguardanti la liberazione dei capezzoli come mezzo per sottolineare le altre gravi ineguaglianze. C'è il rischio, dato dal concentrare la nostra attenzione e quella del mondo sui nostri seni, di cadere nella trappola dell'oggettivazione e ristrettezza di vedute che il movimento #freethenipple sta cercando di eliminare.

Esco, regista del film Free the Nipple, una volta cominciata la campagna #freethenipple è diventato per lei impossibile far uscire il film nel 2013, per via del suo cast femminile a petto nudo. Ed è stato un esempio perfetto dell'arbitrarietà delle leggi di censura e dei pregiudizi sociali riguardanti il corpo delle donne e che il film criticava. In tre Stati americani, alle donne non è ancora permesso legalmente camminare sulle strade in topless. Esco ha detto al Time, poco prima che venisse proiettato nel dicembre del 2014 con rating NC-17 [vietato ai minori di 17 anni]: "Stare in topless è ciò che dobbiamo fare per cominciare un vero dialogo sull'eguaglianza. Non si tratta di stare a torso nudo; si tratta di eguaglianza, di avere quella possibilità di scelta."

Il senso delle sue parole indica che la lotta per liberare i seni femminili da leggi insensate e discriminatorie fa parte di una lotta ancor più lunga. Se gli uomini possono mostrare foto dei loro petti sui Instagram o stare senza maglietta al parco, le donne non dovrebbero essere censurate o arrestate perché fanno la stessa cosa - non perché essere obbligate a tenere i nostri seni coperti durante calde estati sia il più grande crimine contro l'umanità ma perché questa situazione è sintomatica di un sessismo ancor più profondo e dannoso. Un sessismo che sostiene che i capezzoli delle donne sono oggetti sessuali che equivalgono all'idea di pubblica indecenza se esposti e bloccano le donne come se si dovessero vergognare. È stata proprio questo tipo di cultura della vergogna che ha portato le donne a unirsi in gruppo e dal 1969 formare quel collettivo che chiamava le femministe alle armi Our Bodies, Ourselves.

Nella prefazione, scrissero "I nostri corpi sono le basi dalle quali ci allontaniamo per entrare nel mondo; ignoranza, incertezza - anche, al peggio, vergogna - riguardo ai nostri corpi creano in noi un'alienazione tale che ci separa dalle persone che potremmo essere."  Come Esco, queste affermano che per le donne la battaglia per l'affermazione dell'uguaglianza comincia dai propri corpi ma che lì non finisce. Si tratta di uscire e fare i primi passi nel mondo. 

Il movimento #freethenipple può a volte perdere di vista questo. Il territorio femminista non si limita a una piccola sezione di pelle.

Seguendo direttamente la citazione dal Time, Esco continua dicendo che, "Molte persone non sono informate riguardo alla necessità di un'ugual paga. Le donne guadagnano ancora 78 centesimi per ogni dollaro incassato da un uomo, ma molte poche persone lo sanno. Ma se c'è un gruppo di ragazze che corre in topless per gli Stati Uniti manifestando per una stessa paga, allora quella potrebbe diventare una notizia da prima pagina, non pensate sia così?" 

C'è una ovvia correlazione tra le proteste a seno scoperto e la costante conquista di territorio mediatico da parte del movimento femminista. Quando il servizio di i-D sul fenomeno islandese #freethenipple è diventato virale nel marzo di quest'anno, col 72% di visualizzazioni maschili. Per un sito in cui il 60% dell'audience è femminile, è un salto enorme. E mentre puoi attribuire questo a una generazione super consapevole e di lettori maschili aperti, la promessa di vedere giovani tette islandesi ha significato molto. Attenzione sessuale indesiderata non è un dibattito contro il movimento -  una delle missioni centrali è di desessualizzare i seni mostrandoli di più - ma questo sta provocando domande riguardo a significati e obiettivi e su chi stia veramente controllando la questione. Come uno scrittore a chiesto sul The Guardian ad aprile, "Può un movimento globale che pubblica foto di seni nudi essere considerato illuminate per cambiare la patriarcato attuale? 

Dall'altro lato, c'è una crescita costante di movimenti di donne che stanno rivendicando di coprire i loro corpi come atto femminista. A giugno, la scrittrice inglese freelance Hanna Yusuf, in un video parlò della sua scelta di indossare un hijab. "Non c'è niente di naturalmente più liberatorio del coprirsi, così come non c'è niente di naturalmente liberatorio nel non indossare niente," ha detto. "Ma il fatto di essere liberi sta nella possibilità di scegliere". Mette così in guardia le posizioni "pseudo-femministe" che vogliono le donne che indossano un hijab obbligate a farlo e quindi oppresse. 

Recentemente negli Stati Uniti, la giornalista e critica Jennifer Pozner riportò per il New York Times la sua esperienza personale ovvero quando le venne chiesto di mostrarsi in intimo per la campagna di un marchio di lingerie femminile. Non le veniva chiesto di mostrare i capezzoli, ma di togliersi gli abiti presumibilmente in nome del potere femminile; e presumibilmente anche per il guadagno economico, cosa che ha complicato le cose. Ma la sua opinione sullo "spogliarello [femminile] delle proprie competenze vesti," suona ancora vera. Svestire professionalmente una donna di potere, come il brand aveva già fatto per una campagna precedente, era l'opposto di dimostrare proprio quel potere. La linea tra lottare contro l'oggettivazione togliendosi i propri vestiti e prendendone parte va bene ma non è spesso chiara. E in questo caso, come la Pozner ha dimostrato, il fatto di spogliarsi "prometto un impatto politicamente non positivo."

Per rispettare e costruire a partire dalle conquiste raggiunte dal movimento #freethenipple - l'account Instagram conta oggi più di 197 mila seguaci - dobbiamo ricordarci che, come Lina Esco ha detto, questo "movimento riguarda semplicemente la libertà." E la libertà non è ridurci a un semplice paio di tette. Per citare Our Bodies, Ourselves, combattere per l'uguaglianza significa formare noi stessi facendoci diventare "più sicure di noi, più autonome, più forti e più tutto."  

Crediti


Testo Alice Newell-Hanson

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