tutto ciò che la moda deve all'hip hop

Appropriazione culturale, supremazia bianca e omofobia – riflettiamo sul rapporto tra moda e rap.

di Stuart Brumfitt
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02 gennaio 2016, 10:45am

"Avere stile è molto più importante che avere soldi," insiste Kanye West nel nuovo documentario di Sacha Jenkins sull'hip hop," Fresh Dressed ". Grazie alla sua esperienza come Music Editor di VIBE magazine negli anni '90, Jenkins ha ora un'agenda piena di contatti e tutti lo apprezzano a New York, il che spiega la presenza nel documentario di personaggi come Kanye, Pharrell e P Diddy (e Nas come Executive Producer non può che essere una garanzia di successo). Ma nel film appaiono anche personalità importanti del mondo della moda, come Riccardo Tisci e André Leon Talley, che contribuiscono a sottolineare l'importanza del legame tra rap e mondo della moda.

Nella primissima parte di "Fresh Dressed" Sacha Jenkins ci mostra la comunità nera durante gli anni di schiavitù, per poi catapultarci nell'era del jazz con Little Richard e successivamente negli anni '70 della "Manhattan che fa soldi", ed è qui che il documentario di Jenkins inizia davvero. Negli anni '70 tutti gli occhi erano puntati sul Bronx e le bande come i Savage Skulls prendevano ispirazione dal film Easy Rider, vestendosi da biker con jeans Lee e coprendo il giubbotto di pelle oppure denim con toppe di ogni genere. Questo look "ribelle" lo ritroviamo anche nello stile dei primi B-Boy, di cui il fotografo di street style Jamal Shabazz ha scattato diverse immagini, catturando l'essenza della comunità.

Verso meta' documentario ci imbattiamo in brand come FUBU, Rocawear, Karl Kani, Sean Jean, Tommy, Coogi e Phat Farm: marchi che sono esplosi negli anni '90 grazie al successo commerciale che stava avendo l'hip hop in quegli anni. Ma presto quei momenti d'oro finirono, vennero fondati brand di rapper famosi che volevano solo fare piu' soldi in modo cinico, cosi il mercato si e' saturato e i marchi di successo piu' cool sono scomparsi. Riflettiamo con Jenkins sulla fine di questi brand ed esaminiamo l'ossessione della scena hip hop per le storiche case di moda europee. 

Il tuo documentario all'inizio celebra lo stile della comunità nera dopo la nascita dell'hip hop, ma alla fine si interroga su cosa rimane della moda nera e ci si chiede se questo business sopravviverà. 
Il film pone dei quesiti ma voglio che il pubblico tragga da se' le proprie conclusioni. C'è stato un periodo di rinascita in cui i brand dell'epoca facevano un sacco di soldi. Erano gli anni '90 ed io ero la Music Editor di Vibe Magazine. Molte persone a quel tempo avevano credibilità' e i brands erano associati a dei valori, se invece andassi ora nel ghetto e dicessi, "C'è un furgone pieno di vestiti, li volete?" Nessuno li prenderebbe. Nel film ci si interroga sull'autostima dei neri, sulla supremazia dei bianchi e su come questi abiti siano associati alla vita lussuosa, sul perché la gente del ghetto investa nei valori e nei principi di questi brand.

Perché credi che ora chi abita nel ghetto non sarebbe interessato ad accaparrarsi dei capi di Tommy Hilfiger prendendoli dal furgone come era accaduto un tempo?
Beh, penso che se un uomo bianco portasse dei vestiti nel ghetto forse la gente lo apprezzerebbe, le cose che l'America bianca ha da offrire hanno un valore. Ma, parlando da afro-americana, se andassi nel ghetto con un camion pieno di vestiti la gente sarebbe scettica. Per la gente del ghetto gli abiti non hanno solo uno scopo funzionale, non servono solo a ripararci dal freddo. Servono ad esprimere e comunicare la nostra identità sociale.

La gente si veste con gli stessi marchi per esprimere la propria identità anche, per esempio, nei circoli più eleganti di Parigi.

Certo, ma quello è un modo per mostrare la loro ricchezza. Quando hai a che fare con la gente del ghetto che riesce a malapena a pronunciare il nome dei brand che indossa e che deve mettere da parte i soldi per permettersi qualsiasi capo, ti chiedi perché possedere qualcosa di costoso possa farti stare meglio. A$AP Rocky era solo un ragazzo del ghetto, ma aveva giurato che un giorno avrebbe girato per Soho guardando le vetrine dei negozi. Ma la differenza sostanziale tra i giovani di oggi come lui e la mia generazione che noi sapevamo che Louis Vuitton era un marchio che costava molto, ci piacevano i suoi prodotti, ma non capivamo la storia, l'eredità e il valore del brand. Ora invece questi ragazzi lo sanno.

"Fresh" è una parola chiave nel film, spiegaci perché.

L'idea di "freshness" indica un capo appena uscito sul mercato, e chi lo indossa sembra gridare al mondo, "Ho i soldi. Posso permettermi di comprarmi qualcosa di nuovo e figo." La gente ha fatto molti sforzi per continuare a far sì che i propri vestiti fossero fresh. Nessuno vuole avere le scarpe di qualcun altro. Era un grande problema se qualcun altro rubava questa tua caratteristica. 

C'è un punto nel film in cui si capisce quanto alle case di moda importi di Pharrell. Nel passato questi brand non avevano a che fare con la comunità hip hop, ma ora le cose sono cambiate radicalmente. Questo rapporto beneficerà entrambi o semplicemente i brand sfruttano i rapper per ottenere fama e credibilità? 

Beh, basta pensare a Riccardo Tisci, lui è cresciuto con l'hip hop, non fa paura, non è intimidatorio e ha rispetto per gli artisti. Negli anni '80 questi brand di lusso non avrebbero mai potuto immaginare di avere a che fare con queste persone perché l'hip hop era un genere nuovo e faceva paura. Ora che l'hip hop è mainstream per l'America è diventato un bene da esportare, come possono i brand non prendere sul serio questo mondo? Se i musicisti indossano i loro abiti la gente si interessi al marchio e, di conseguenza, guadagnano un sacco di soldi.

Sarà interessante vedere se l'hip hop riuscirà a mantenere vivo il suo lato ribelle mentre diventa parte dell'industria della moda.

L'industria della moda si chiama industria per un motivo. Le persone che possiedono le chiavi per accedere a quel mondo non vogliono lasciarle a nessun altro. È la natura umana. Poi entrano in gioco la razza, il genere e la politica, ma essenzialmente tutti vogliono solo fare soldi. Una volta c'erano tutti questi rapper che avevano i propri brand che fruttavano un sacco di soldi, ma come ha detto April Walker nel film, molti di questi tizi non erano degli stilisti veri e propri. Erano in quel mondo solo per arricchirsi e rubavano il posto ad altri designer che in realtà meritavano quel posto molto più di loro.

In America era davvero un periodo d'oro quando i marchi hip hop come FUBU stavano decollando?

In America si stava assistendo al boom economico ma l'hip hop non era ancora un business sicuro. Pero' c'era rispetto e partecipazione in quel mondo e vigeva un'etica salda in opposizione al semplice "ecco un pubblico: è hip hop. Facciamo dei vestiti per loro." Di tutto questo si parla nel film quando a Karl Kani viene chiesto quando costava apparire in una pubblicità, e lui, "Non ho intenzione di farti pagare, sei nero." Quella sensazione era una delle ragioni per cui ha prosperato per così tanto tempo, ma quel sentimento è andato perso.

Prima di aver visto il film non sapevo che Spike Lee avesse un negozio a Brooklyn.

Si, aveva la sua casa cinematografica e faceva vestiti che erano abbastanza popolari nei primi anni '90. Immagino che Carl dei Cross Colours sia andato nel suo negozio e sia stato ispirato e influenzato da alcuni capi che produceva.

E ho appena scoperto che P Diddy ha vinto un premio CFDA!

Si, e sapevi che Maxwell e Dao-Yi [di Public School] lavoravano lì? Parlavano di come ci si dovesse ispirare al brand Sean John, nel senso che tutti volevano copiarlo. Sean John e' sempre stato un brand pioniere di un certo stile molto preciso e la gente non parla mai di questo.

In questo momento ci sono in America dei movimenti come l'afropunk che stanno portando il black style ad un nuovo livello.

Sono abbastanza coinvolta in questo. Non è solo la musica ad essere in prima linea, anche la moda gioca un ruolo fondamentale nel definire questa identità culturale. In America tutto questo dibattito sull'appropriazione culturale è molto radicata nella mente delle persone di colore. In America c'è quest'idea di come, quando non ti senti americano, l'unica cosa che puoi avere e controllare è la tua identità. Se la tua identità è un'estensione di come ti vesti, se la tua identità è un'estensione di come parli, se la tua identità è un'estensione della musica e dell'arte che crei, ti batterai per proteggerla e ti assicurerai che tutto quello che ti coinvolge indichi veramente chi sei e da dove vieni. L'afropunk è la personificazione di tutto questo. È dire "Questo è il modo in cui ci vestiamo, per un sacco di gente potrà sembrare strano o diverso, ma questo è quello che siamo veramente e finalmente ci sentiamo a nostro agio parlandone e mostrandolo a tutti." 

Questo discorso si collega ad un commento di Swiss Beatz riguardo a come la gente nell'hip hop voglia sperimentare con la moda. In questo periodo la paura di essere etichettati come gay è minore, quindi ci si può' vestire in modo molto piu' sperimentale. E l'afropunk non ammette pregiudizi, giusto?

Si, la comunità afro-americana ha certamente alcuni problemi con l'omosessualità. Questo aspetto è per lo più legato alla religione e al senso di mostrarsi in pubblico. Credo che ognuno guardi gli altri dall'alto, ma anche questi outsider fanno parte della comunità. L'afropunk fa un ottimo lavoro in questo senso, crea un senso molto forte di comunità' e appartenenza. Kanye ha detto che la gente pensava che lui fosse gay a causa del suo amore per la moda. Nel ghetto abbiamo sempre amato la moda ma, grazie a persone come Pharrell e Kanye che dicevano che andava bene indossare un certo tipo di capi, il modo in cui i ragazzi di vestono nel ghetto e il modo in cui vedono i gay sta cambiando sul serio. Il che è estremamente positivo.

Non riguarda però solo la moda gay: movimenti come l'afropunk stanno inoltre abbracciando stili alternativi in generale.

Beh quello riguarda il privilegio bianco, giusto? Ecco il senso dell'essere punk. Cos'è il punk? Quando sei punk stai dicendo che la società e' in totale rovina e hai intenzione di vestirti in questo modo per mandare affanculo la società. Il fatto e' che quando sei nero, sei già punk. Vedi, quindi, dato che sei già punk vuoi indossare un'uniforme che ti renda accettabile. Quindi questa sensazione che la gente di colore stia avendo stili più alternativi sembra dire, "Sono già punk perché sono nero e ora ho intenzione di diventare ancora più punk, vestendo in questo modo che va contro la società." Questo messaggio invita i giovani di colore di abbracciare finalmente le loro identità e a non avere paura di essere marchiati o ostacolati.

Questo mostra quanto lo stile sia un eterno ritorno. Quando ero un teenager giocavo a rugby, un giorno ho visto un video hip hop di un rapper che indossava una maglia da rugby di Raph Lauren molto figa e la volevo anch'io. Ma l'ho comprata perche mi piaceva il rapper, non per sembrare il giocatore di rugby inglese che ero già.

Ecco la cosa interessante sull'hip hop e sull'omosessualità, no? Uno potrebbe dire, "Oh, guarda quel fan boy a cui piace la moda, che cosa omosessuale." Ma indovina un po'? Tra tutti quei fanboy dell'hip hop ci sono molti gay, solo che non lo sappiamo. Ma grazie all'afropunk, a Kanye e a Pharrell, e al modo in cui le cose stanno cambiando, la gente si sta sentendo sempre più a proprio agio nell' essere se stessi.

Trovo sorprendente l'estrema attenzione della moda hip hop per i dettagli. Tutti i vestiti piegati, stirati e inamidati in maniera quasi maniacale. Puoi parlarci un po' di questo?

Si, ci si sforza molto per fa sì che il proprio outfit sia accettabile. Insomma, abbinare le cose in maniera sbagliata fa sembrare ridicoli. Lo sai, ci sono delle regole. C'è un protocollo. La gente non lo capisce. Quando si parla di musica o graffiti o di qualsiasi altra cosa che si conosce bene è un conto; ma qui c'è un metodo, una vera e propria scienza, in tutto quello che facciamo.

freshdressed.co.uk

Crediti


Testo Stuart Brumfitt

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