alina marazzi racconta anna piaggi, donna e musa

In occasione della presentazione del documentario Anna Piaggi: una visionaria della moda, abbiamo incontrato la regista per scoprirne di più sulla donna dietro ad una delle penne più brillanti della moda dell'epoca contemporanea.

|
set 24 2016, 9:30am

Anna Piaggi by Tim Walker

265 paia di scarpe, 932 cappelli, quasi 3000 abiti e 31 boa di piume: questo è ciò che racchiudeva lo stravagante guardaroba di Anna Piaggi, un'immensa collezione di abiti haute couture vintage e creazioni dei band che più amava, un caleidoscopio di colori e fantasie scelte con cura, il tutto perfettamente abbinato alle ciocche cobalto e al rossetto sulle labbra, unica costante del suo eclettico look. Giornalista italiana elevata a icona del mondo della moda, Anna è conosciuta ed ammirata sin dagli anni '70 per il suo stile inconfondibile e le sue rivoluzionarie "Doppie Pagine" su Vogue, rubrica che ha contribuito a plasmare il linguaggio della moda odierno. Dietro al trucco marcato e alla sua penna brillante si celava però una figura di grande profondità che non ha mai voluto assecondare le tendenze e i canoni del mondo della moda, una donna che, in un'Italia cattolica e tradizionalista come quella del secondo dopoguerra, ha saputo fare della sua naturale sensibilità artistica la propria forza e la propria fonte di guadagno, celebrando la propria autonomia e la sua identità femminile. Ed è proprio la fashion editor come donna che ritrae Alina Marazzi nel suo ultimo documentario, Anna Piaggi: una visionaria della moda, proiettato oggi al Fashion Film Festival di Milano. Attraverso un collage di foto, filmati d'archivio e creazioni grafiche, la regista ripercorre l'intensa carriera di Piaggi, dalla sua amicizia con Karl Lagerfeld all'incontro col marito Alfa, fino alle sue innumerevoli apparizioni alla Settimana della Moda di Parigi, Londra e Milano. Come spesso accade con i suoi lavori, Alina racconta una storia attingendo alla realtà del privato, portandoci questa volta dietro le quinte della vita della giornalista, tra le pieghe della sua personalità sfaccettata, mescolando sapientemente linguaggi differenti, proprio come la stessa Anna con i suoi scritti.

Forse solo riconoscendo il valore della ricerca filmica sperimentale nel lavoro di Alina si può arrivare a cogliere l'importanza dell'eredità di Anna Piaggi, la quale, libera dagli schemi della tradizione, ha seguito le proprie inclinazioni con audacia, a dimostrazione del fatto che dietro una grande icona c'è sempre una grande donna.

Anna Piaggi by Jean-Luce Huré alla sfilata primavera/estate di Chloé, 1979

Perché ha scelto la figura di Anna Piaggi per il suo ultimo documentario?
Ho scelto Anna Piaggi perché è un personaggio, e una persona innanzitutto, che incuriosisce il mondo della moda e non solo. Ho avuto l'occasione di imbattermi nel suo lascito, nella sua immensa collezione di abiti, nel suo universo, e partendo proprio dalla sua arte ho voluto cercare di conoscerla meglio, di comprendere cosa c'era al di là dell'apparenza, dietro questi look incredibili che l'hanno resa celebre in tutto il mondo. Anna si vedeva in giro per Milano, ed essendo Milano anche la mia città mi sono sentita attratta da questa donna che ha continuato per tutta la sua vita a comunicare attraverso i suoi look; offriva uno sguardo originale, personale, sulla moda come espressione artistica. Ciò che mi ha colpito in particolare è il suo essere molto libera e allo stesso tempo precisa nei suoi messaggi estetici e nei suoi scritti. Anna sapeva vivere il mondo della moda, che a volte sa essere severo e spietato, con una certa leggerezza ma senza essere mai superficiale; trasmetteva un senso di divertimento, ma al contempo una certa profondità.

Nei suoi film riesce a mostrare come la complessità delle donne sia spesso la loro più grande ricchezza. Come è riuscita a rappresentare una personalità sfaccettata come quella di Anna?
Ci sono innanzitutto dei montaggi con elaborazioni grafiche, e poi ho raccolto molte foto, scatti realizzati dal marito Alfa Castaldi e da Bardo Fabiani con cui lavorava per Vogue. Non esistono molti filmati su Anna, ma siamo riusciti a recuperarne alcuni. Il documentario è in un certo senso una collezione di testimonianze dei suoi cari, c'è molto materiale d'archivio. Devo dire che mi sono divertita molto a frugare nel suo passato, è un qualcosa che faccio di frequente quanto lavoro ai miei film.

Anna Piaggi e Karl Lagerfed by Renato Grignaschi, 1978

Da 'Un'ora sola ti vorrei' a 'Vogliamo anche le rose', i suoi lavori mettono al centro la figura della donna in periodi storici differenti. Ripercorrendo la biografia di Anna Piaggi quali aspetti interessanti ha scoperto sulla giornalista in quanto donna oltre che icona?
Si tratta di una donna che è riuscita a vivere del suo lavoro e, oltre ad indipendente dal punto di vista economico, aveva un'autonomia di pensiero, uno sguardo critico. Ha iniziato la sua carriera nel periodo del dopoguerra, quindi appartiene alla generazione precedente di quella delle donne di Vogliamo anche le rose. Milano in quegli anni era immersa in un'atmosfera grigia, cupa, da cui ci si voleva affrancare, e in effetti molte persone di quella generazione, lo stesso marito di Anna e il loro circolo degli intellettuali di Brera, sentivano il bisogno di creare qualcosa di nuovo, di mettere in comunicazione diverse discipline; era un momento storico con i presupposti giusti per inventarsi nuovi lavori. L'operato di Anna come giornalista ha significato molto per la comunicazione di moda: all'inizio traduttrice e poi scrittrice di recensioni, Anna ha dato vita ad un nuovo format per Vogue, le sue Doppie Pagine.

Piaggi era inoltre una persona di grande cultura, conosceva in modo approfondito la storia del costume e l'arte. Ne ritroviamo dei riferimenti nei suoi look: curava il suo modo di apparire con estrema libertà, esprimendo un'esteriorità che non corrispondeva ai canoni classici e infrangendo gli imperativi della moda. Viveva in modo libero e anticonvenzionale anche l'amore: per un periodo della sua vita ha vissuto con Vernon Lambert, commerciante di vestiti australiano conosciuto a Londra, e il marito nella loro casa milanese. 

Anna Piaggi by Riccardo Slavik, 2010

L'utilizzo di diversi linguaggi visivi, il fare ricerca e lasciare spazio alla sperimentazione sono tre aspetti che la accomunano alla stylist e giornalista. Nel cinema come nella moda, quanto è importante secondo lei uscire dagli schemi prestabiliti per riuscire a creare un prodotto innovativo?
La sperimentazione permette al caso e all'errore di generare il nuovo. Nella moda trovo interessante come oggi si sperimenti con i tessuti e con la tecnologia, con un'idea del corpo che va oltre le sue fattezze irregolari. Nel cinema si sa, i film più sperimentali fanno fatica ad inserirsi nel circuito distributivo, anche se oggi fortunatamente ci sono molti altri canali per poter dare visibilità a questi lavori. Trovo sia importante farli questi film, perché poi hanno vita lunga. Il linguaggio visivo è un qualcosa di imprescindibile oggi, noi tutti siamo attorniati e produciamo continuamente immagini.

Anna Piaggi con Saint Laurent

Quali insegnamenti possono trarre i giovani della nuova generazione che vogliono lavorare nell'industria della moda da una figura poliedrica e di spessore come quella di Anna Piaggi?
Anna ha sempre guardato molto al lavoro dei giovani stilisti, incoraggiando quelli poi che hanno fatto successo diventando eccellenze del Made in Italy, come Versace e Moschino. Tutt'ora è molto amata dai giovani che lavorano nella moda, ci ha consegnato questo suo desiderio di autonomia, una forte curiosità e un grande rispetto per il lavoro altrui. Il suo punto di forza è proprio questo: riuscire a mantenere un certo rigore e al tempo stesso la sua libertà.

Anna Piaggi: una visionaria della moda verrà presentato lunedì 26 settembre al Fashion Film Festival di Milano.

Linda Evangelista, Naomi Campbell, Anna Piaggi e Christy Turlington alla sfilata Versace Couture al Ritz di Parigi, anni 2000

Crediti


Testo Giorgia Baschirotto