Bozzetti di Carlo Poggioli e immagini via YouTube.

creare gli abiti di berlusconi, veronica e tutti 'loro': intervista al costumista di sorrentino

Amanda  Margiaria

Amanda Margiaria

Com'è lavorare fianco a fianco con Paolo Sorrentino? Come si creano i costumi perfetti per Toni Servillo, Riccardo Scamarcio e Kasia Smutniak? L'abbiamo chiesto a Carlo Poggioli, costumista di 'Loro'.

Bozzetti di Carlo Poggioli e immagini via YouTube.

Carlo Poggioli è uno di quei nomi che se non sei del settore non hai mai sentito, eppure ha lavorato in tutti i film esteticamente più interessanti (e premiati) degli ultimi anni. Carlo Poggioli è un costumista, ma non uno dei tanti: è il costumista che ha collaborato come assistente alla creazione di pellicole che hanno fatto la storia del cinema. Da Il Nome della Rosa a Il Barone di Munchausen, da La Voce della Luna al fianco di Fellini—"che mi aveva preso in simpatia, continuando a chiamarmi di quando in quando per piccoli favori, dato che a Roma abitavamo nella stessa zona"—e successivamente come firmatario dei più recenti Seta, The Zero Theorem (diretto da Terry Gilliam), Divergent, The Young Pope e La Giovinezza.

La sua carriera nel cinema è cominciata tra le stoffe della storica sartoria romana Tirelli e si è consolidata oltreoceano. Oggi Carlo è tornato a lavorare a produzioni italiane, complice anche la collaborazione con Paolo Sorrentino, probabilmente il regista italiano attualmente più noto e apprezzato all'estero. Dopo The Young Pope e La Giovinezza, ha curato i costumi di Loro 1 e 2, attesissima produzione che racconta Berlusconi e il mondo in cui la sua figura ha prosperato ed è successivamente declinata.

Insomma, quella di Carlo Poggioli è una figura di rilievo all'interno del panorama cinematografico di oggi. Ma non è per questo che l'abbiamo contattato. A convincerci che era la persona giusta da intervistare è stato qualcosa di diverso: la sua capacità di raccontare un personaggio attraverso gli abiti, senza bisogno di battute o gesti. E abbiamo scoperto che fare il costumista è un mestiere ancora più complesso di quanto avremmo mai immaginato.

Loro non è il primo film in cui collabori con Sorrentino. Ti sei è occupato dei costumi di The Young Pope e Youth. Com'è lavorare con questo regista? E come è iniziata la vostra collaborazione?
Esatto, io e Paolo Sorrentino collaboriamo da ben prima di Loro 1 e 2. Tutto è iniziato con Youth - La Giovinezza (2015): tra noi è subito scattata quella scintilla creativa, quell'affinità che ti permette di lavorare fianco a fianco. Sai, entrambi siamo nati in Campania—io a Torre del Greco, lui a Napoli—quindi ci siamo capiti sin dall'inizio. Tutti e due stimiamo molto il lavoro dell'altro, ed è proprio su questo rispetto reciproco che si basa la nostra collaborazione. Personalmente, di lui apprezzo in particolare la determinazione con cui vuole evitare a tutti i costi la banalità. Che si tratti di un'inquadratura, di un dialogo o di un accessorio indossato da una comparsa, Paolo non lascia mai nulla al caso.

Entrando nello specifico, come avviene lo sviluppo creativo dei costumi di un film così importante non solo dal punto di vista cinematografico, ma anche culturale—visto il soggetto?
Il metodo che seguo è sempre lo stesso. Si parte con un'attenta analisi della sceneggiatura e con uno studio approfondito dei personaggi, sempre confrontandosi con regista e produttori. Poi si passa alla documentazione fotografica, che è fondamentale. Per Loro 1 e 2 io e il mio team abbiamo passato in rassegna tutti gli articoli su Berlusconi usciti tra il 2003 e il 2009 su riviste e giornali, anche quelli di cronaca rosa. È in questa fase che si approfondiscono e ampliano le proprie conoscenze sul periodo storico in cui è ambientato il film; solo a questo punto si può partire con lo sviluppo del concept e con i disegni. La ricerca è fondamentale, perché solo documentandoti puoi successivamente lasciarti andare alla tua creatività, aggiungere, inventare, insomma, volare.

Dopodiché, si presenta il lavoro creativo a regista, scenografo, direttore della fotografia e attori, che non sempre sono d'accordo su tutta la linea. Spesso è necessario arrivare a dei compromessi, trovare un punto d'incontro che permetta all'interprete di entrare ancor più a fondo nel personaggio e che contemporaneamente lo faccia sentire a proprio agio. Le forzature non funzionano mai. L'ho capito tanti anni fa, quando stavo lavorando al film The Rite, in cui Anthony Hopkins interpreta il ruolo di un prete esorcista. Per motivi suoi non era riuscito a venire alle prove, quindi ci siamo visti direttamente sul set, il primo giorno di riprese. Quando vado da lui per mostrargli gli abiti, la sua risposta mi lascia di sasso: "No, io questa scena voglio farla nudo." E così è stato, ha recitato completamente nudo, senza neanche le mutande!

Ti racconto questo aneddoto perché credo spieghi bene le difficoltà legate al mio lavoro: è necessario accontentare e soddisfare le richieste di più parti contemporaneamente, consci che se tutto deve funzionare al meglio, allora è meglio non fare i conti senza l'oste. Non basta che tu pensi quell'abito sia perfetto per il personaggio, devono essere gli attori stessi a sentire che quell'abbinamento funziona, perché i costumi altro non sono che un modo di avvicinare persona e personaggio.

Sei stato il costumista responsabile anche di numerose pellicole hollywoodiane. Qual è la differenza quando si lavora con un regista che tu stesso non esiti a definire visionario, come Sorrentino?
Tutto dipende dal tipo di approccio del regista. I costumi non sono solo abiti, ma sono fondamentali nella caratterizzazione dei personaggi: li raccontano, ma senza bisogno di parole. In questo senso, Sorrentino è un caso unico nella mia carriera, perché oltre a dirigere i suoi film ne è anche sceneggiatore. Ha inventato lui ogni personaggio, che vede a 360 gradi e su cui ha sempre idee estremamente chiare. Questo si traduce in un'attenzione al particolare quasi maniacale, ma quello che ha reso la nostra collaborazione un vero successo è la sua apertura ai suggerimenti altrui. Io arrivo con le mie proposte e i miei suggerimenti, poi con Paolo discutiamo, valutiamo alternative e, infine, troviamo la soluzione perfetta. Inoltre, ha una curiosità fuori dal comune: vuole sapere cosa ne pensi tu di questo o quel personaggio, chiede opinioni e ascolta volentieri i pareri di chi lo circonda sul set.

La difficoltà aggiunta dei costumi di Loro è stata dover caratterizzare personaggi reali, non fittizi. E quindi c'è la bandana di Berlusconi, ma anche tutti i caftani di Veronica Lario. Come si evita di cadere nel banale, nel già visto, in questi casi?
Il mio compito è quello di aiutare l'attore a diventare personaggio. Gli abiti che creo devono facilitare la trasformazione, non renderla ancora più difficoltosa. Allo stesso tempo, devono trasmettere agli spettatori la visione degli autori e del regista. Nel caso di Loro 1 e 2 la vera sfida è stata quella di raccontare le storie di tutte le ragazze. C'è chi è disillusa, chi è innocente, chi è arrivista, ma nessuna di loro ha una storia superficiale. Anzi, grazie a Paolo e al suo modo di scrivere sceneggiature, ognuna porta con sé un passato unico. Evitare la banalità era il nostro primo obiettivo, perché così come le inquadrature e le storie di Paolo sono sempre studiatissime, anche gli abiti dei suoi personaggi devono esserlo.

Ora, immaginatevi di dover raccontare le storie di 70 ragazze diverse, ma anche molto simili per certi versi, perché rappresentative di un certo tipo di Italia in un periodo specifico della storia più recente. Ecco, a questo va aggiunto che ogni ragazza indossava un totale di 10, 12 o 15 abiti. ll risultato sono stati due tir stracolmi di vestiti. Un lavoro immane, a cui Paolo ha però partecipato con entusiasmo. L'attenzione al dettaglio di cui parlavamo prima lo porta infatti a supervisionare non solo gli abiti dei personaggi principali, ma anche quelli di tutte le ragazze! Non c'è stato un occhiale da sole o una scarpa che non sia stato visto e approvato da Paolo. E come costumista non potrei chiedere di meglio: è solo così che capisci quanto il tuo lavoro sia apprezzato, dall'attenzione con cui viene analizzato e osservato.

Torniamo indietro nel tempo; qual è la tua formazione? Come si arriva a diventare costumisti di fama internazionale?
Ho studiato a Napoli, all'Accademia delle Belle Arti. In quegli anni, intanto, avevo iniziato a darmi da fare nel teatro sperimentale. Una volta finita l'Accademia ho capito però che l'unica soluzione per lavorare davvero come costumista era quella di trasferirmi a Roma. E così ho fatto. Complice l'incoscienza della gioventù, sono partito per la Capitale senza alcun piano per il futuro: non conoscevo nessuno né avevo contatti lavorativi. Ho iniziato girando per tutte le sartorie romane, presentandomi e sperando in un colpo di fortuna. La svolta è arrivata quando sono stato preso alla sartoria Tirelli, simbolo storico dell'artigianato capitolino. Lì è iniziato tutto, perché è tra le sue mura che ho conosciuto Gabriella Pescucci, Umberto Tirelli e Piero Tosi, i tre pilastri della mia vita professionale.

Successivamente, lavorare come assistente di Maurizio Millenotti nell’ultimo film di Federico Fellini, La Voce della Luna, ha fatto sì che il mio nome iniziasse a girare anche all'estero. La consacrazione internazionale è arrivata grazie a Il Paziente Inglese diretto da Anthony Minghella con i costumi di Ann Roth e a seguire (sempre con la regia di Minghella) Il Talento di mister Ripley e Cold Mountain che ho cofirmato con Ann Roth. Ho lavorato spesso all’estero, ed è per questo che mi considero un po’ un emigrato, ma non ti nascondo che vorrei tornare a lavorare di più in Italia e con professionisti italiani. Finalmente, grazie a Paolo Sorrentino e a progetti come La Giovinezza, The Young Pope, Loro 1 e 2 sono riuscito a fermarmi per un po' a Roma, dove ho notato una certa ripresa dell'industria cinematografica. Stiamo tornando ad essere rilevanti nel panorama internazionale.

È per questo che in qualità di Presidente dell'A.S.C. (Associazione Italiana Scenografi Costumisti e Arredatori) sto facendo il possibile per ridare lustro ai mestieri del cinema. Vogliamo che i laboratori artigianali rifioriscano, vogliamo incoraggiare i giovani e vogliamo che la tradizione della grande scuola di cinema romana non venga dimenticata. Sai, molti giovani dicono "voglio fare il costumista," ma non si rendono conto che ci sono altri mille mestieri dietro la camera; io stesso non saprei come fare senza i miei sarti e tagliatori, perché il loro contributo è fondamentale. Sono loro che trasformano quei bozzetti in abiti.

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Crediti


Testo di Amanda Margiaria
Bozzetti su gentile concessione di Carlo Poggioli
Collage di copertina realizzato da Giorgia Imbrenda