una donna in abiti da gentiluomo: in conversazione con casey legler

Modella, artista ed ex nuotatrice professionista, per Casey il mondo non è in bianco e nero. E ci ha spiegato perché.

di Amanda Margiaria ; foto di Ivan Grianti
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27 ottobre 2017, 7:01pm

Incontro Casey nella hall del suo hotel a Milano, poche ore prima del suo intervento al Fashion Film Festival Milano, rassegna cinematografica dedicata alla moda che anno dopo anno raccoglie consensi sempre più entusiasti. Le domande che ho preparato si rifanno quindi al rapporto dell'ex nuotatrice olimpionica con l'industria della moda, di cui fa parte ormai da qualche anno in quanto modella di caratura internazionale. Invece, quella che doveva essere una canonica intervista si trasforma in una chiacchierata su queerness, arte, politica e, ovviamente, cinema. Seduta di fronte a me c'è una donna di cultura, brillante e profonda che sin dalle prime frasi mi fa capire quanto limitante sarebbe definirla una modella famosa per aver sempre sfilato con abiti da uomo. Evito allora di cercare il modo giusto di presentarla, lasciando che sia lei stessa a farlo attraverso le sue calibrate parole.

Partiamo dall'inizio della tua carriera nell'industria della moda, quando nel 2013 hai firmato un contratto con un'agenzia di modelli uomini. Come hai vissuto il passaggio dal mondo artistico a quello della moda?
Il mio corpo è sempre stato fondamentale nel mio lavoro, prima come atleta, poi come artista e oggi anche come modella. Non sono insomma mondi così separati per me, perché ad accomunarli c'è sempre il mio corpo come strumento attraverso il quale esprimermi professionalmente. La mia pratica artistica mira sin dai primi anni a mettere in discussione il male gaze, e per farlo ho scelto di essere il soggetto di fronte all'obiettivo e contemporaneamente l'artista dietro quello stesso obiettivo. In realtà, io nasco come pittrice, poi ho iniziato a lavorare con la fotografia perché il mio appartamento nell'East Village era troppo piccolo per poter dipingere. Così ho dovuto trovare un medium meno ingombrante, e la macchina fotografica è stata la scelta più logica in questo senso. Poi, nel 2013 ho deciso che avrei iniziato dire di sì anche alle nuove avventure, e quando un'amica mi ha chiesto di fare da modella durante uno shooting ho accettato e lì è iniziata la mia carriera nell'industria della moda. Per me, è semplicemente un'altro spazio pubblico attraverso il quale posso esprimermi, sempre usando il mio corpo come mezzo di comunicazione.

Sempre nel 2013, hai scritto un saggio per il The Guardian in cui parli della tua esperienza di donna che sfila e posa per collezioni maschili. Mi ha colpito molto questa frase, in cui ti riferisci alle donne che prima di te hanno scelto di allontanarsi dagli stereotipi di femminilità: "[…] non è una moda: c'è una lunga tradizione storica che dovreste conoscere, e non ha a che fare con il genere. Ha a che fare con la fierezza." Vuoi parlarcene in modo più approfondito?
Nel 2013—anche se non sono passati poi così tanti anni—le questioni legate a genere e femminilità non erano temi discussi con la frequenza e l'apertura mentale di oggi. Se nel 2017 un ragazzo con una gonna o una ragazza molto mascolina non fanno più notizia, fino a qualche anno fa c'erano pochissime figure con percorsi simili al mio. Il saggio è nato quindi come risposta diretta al modo in cui il mondo mi vedeva allora; cinque anni fa, al di fuori degli spazi queer non c'era una vera percezione delle infinite sfaccettature che essere donna porta con sé. Mi sono sentita quasi in obbligo di parlare per la mia comunità, per la mia gente, perché so che se non l'avessi fatto me ne sarei pentita amaramente. Non si trattava solo di condividere la mia esperienza, quanto di informare il pubblico usando la mia storia come prologo per una dissertazione più accademica.

Più che un racconto personale, lo vedo come un vero e proprio testo informativo. Sei d'accordo?
Assolutamente. Oggi quel saggio viene usato come testo in diverse università, e lo trovo fantastico. Scrivendolo, ho parlato della mia storia, che è una storia di resilienza, e per questo universale, perché nella vita di tutti ci sono momenti in cui ci viene richiesto di essere davvero coraggiosi. Io non sono che un particolare all'interno di una narrazione molto più ampia, una narrazione fatta di vergogna, insulti, difficoltà e, infine, rinascita, orgoglio e resilienza appunto. Thomas Parker ha detto che "l'arco dell'universo morale è lungo, ma tende verso la giustizia" e credo sia questo il filtro più corretto per approcciarsi non solo al mio saggio, ma a tutta la produzione culturale legata alla comunità queer.

Hai detto di sentirti in qualche modo responsabile nei confronti della comunità queer. Come vivi il tuo ruolo di modello per i giovani queer?
Sono molto protettiva verso di loro. Sono stata anch'io una ragazza lesbica che non sapeva bene come fare coming-out e anch'io mi sono affidata a persone più grandi e mature di me in quel momento così delicato. Oggi che ho 40 anni, trovo logico e naturale lottare e difendere gli adolescenti che stanno vivendo esperienze simili alle mie. Inoltre, vedere che oggi un settore così fragile della popolazione non solo non venga tutelato dalle istituzioni, ma anzi sia ghettizzato e messo in pericolo, ecco, tutto questo mi fa rabbrividire [Casey si riferisce qui alle recenti mosse politiche dell'amministrazione Trump in relazione alla popolazione LGBTQ+, ndr]. È facile dire loro "siate voi stessi, non importa cosa dicono gli altri," ma è anche completamente inutile, perché questi ragazzi non possono essere loro stessi. Quindi, il mio ruolo di modello mi spinge a essere ancora più pragmatica nel cercare di aiutarli: voglio fare tutto quello che è in mio potere per rendere la loro vita quotidiana più facile, senza cadere in una vuota retorica.

Proprio in relazione ai cambiamenti politici a cui stiamo assistendo nell'ultimo periodo, spesso più reazionari che tolleranti nei confronti delle minoranze, come approcci la commistione tra arte e politica in quanto artista?
L'arte è per definizione politica, dal mio punto di vista [pausa]. Non conosco né ricordo artisti che abbiano mai separato del tutto questi due mondi. L'arte è un modo per comunicare le proprie emozioni, e queste sono indissolubilmente legate alla situazione politica, culturale e sociale in cui l'artista crea e vive. Anche lo stesso movimento francese de L'art pour l'art, che propone un'idea creazione artistica senza secondi fini, è in realtà estremamente politicizzato, perché comunica il rifiuto del contesto in cui quegli artisti operavano.

Oggi la tendenza nell'industria della moda sembra essere quella di evitare a tutti i costi le etichette. Penso a brand come NO SESSO, che propongono capi genderless, per tutti. Credi che la nostra società sia arrivata davvero al punto in cui abbandonare etichette e definizioni sia davvero possibile?
Non credo che la tendenza verso una moda genderless sia la risposta giusta, trovo anzi che sia tanto ingiusto quanto il dire "le donne devono vestirsi in questo modo e gli uomini in quest'altro." Non mi considero affatto genderless, personalmente. Il mio aspetto è prettamente maschile e prediligo uno stile classico; lo definirei mascolino. Ma molte persone non vogliono accettare questa mia scelta, perché non riescono a farla combaciare con il mio genere. Eppure è tutto così semplice, sono solo una donna a cui piace vestirsi in modo maschile. La società ha bisogno di categorizzare ogni aspetto— forma mentis strettamente legata al capitalismo—e dire genderless è solo l'ennesimo modo di perpetrare questo meccanismo.

Su i-D ci occupiamo spesso del filone cinematografico che vuole combattere gli stereotipi legati al mondo LGBTQ+ e all'omosessualità. C'è un film a cui sei particolarmente legata che propone un tipo di narrazione queer non stereotipata?
Per rispondere voglio partire dall'opposto, cioè dall'uso degli stereotipi di genere nel cinema. Ultimamente ho riflettuto molto su Grease perché il tipo di narrativa che propone è totalmente polarizzato sui pilastri portanti della divisione uomo-donna. Tutto è esacerbato, o bianco e nero. Cos'ha a che fare con l'essere queer? Non saprei spiegarlo con esattezza, ma è un film che rappresenta bene tutto ciò contro cui lottiamo oggi, dalla finzione cinematografica alla stereotipizzazione dei generi. Pochi anni dopo uscì anche Dirty Dancing, in cui la retorica verte invece attorno all'idea di "nessuno mette Baby in un angolo", che è una filosofia per certi versi più moderna nel modo di vedere la donna, anche se è comunque Baby a inseguire la sua controparte maschile, non viceversa. Oggi la tendenza sembra essere quella di allontanarsi da questo tipo di narrazione, credo che l'industria cinematografica sia sulla strada giusta.

Vorrei chiudere la nostra chiacchierata con un messaggio positivo per i queer kids di cui abbiamo parlato prima. Che consiglio ti senti di dare a chi sta lottando oggi per affermare liberamente la propria queerness?
Cercate di essere sempre al sicuro. Sempre.

Crediti


Fotografia Ivan Grianti
Testo Amanda Margiaria

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