Fotografia di Tseng Kwong Chie

"una miniera d'oro di opere e caos creativo"—basquiat in mostra a parigi

Alla fondazione Louis Vuitton di Parigi saranno esposte fino a gennaio tele, disegni e molti altri lavori di Jean-Michel Basquiat. Se ne parla benissimo, e qui abbiamo cercato di spiegarvi perché.

di Antoine Mbemba
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08 ottobre 2018, 11:40am

Fotografia di Tseng Kwong Chie

Alcuni artisti sono ovunque nella cultura pop, e spesso va a finire che dimentichiamo la forza espressiva che i loro lavori generano quando li abbiamo di fronte e non li osserviamo attraverso uno schermo.

Jean-Michel Basquiat è uno di loro, un genio creativo il cui impatto sulla società trascende generazioni, arte e storia. La sua morte si fa sempre più distante nel tempo, ma la sua figura non fa intanto che acquistare ulteriore notorietà e rilevanza. Nato nel 1960 e morto all'età di 28 anni, Basquiat era una sorta di cometa la cui coda continua a illuminare gli occhi del mondo dell'arte, e non solo. Ci ha ispirato, ed è uno degli artisti più copiati in assoluto. È stato oggetto di omaggi, documentari e centinaia di libri, eppure il suo lavoro dà il meglio solo quando è proprio di fronte a noi, non su uno schermo.

A partire da questa settimana, molte sue opere saranno esposte alla Fondazione Louis Vuitton di Parigi, nell'ambito della doppia mostra Jean-Michel Basquiat - Egon Schiele. Si tratta di un percorso espositivo dedicato a due maestri della loro arte, morti entrambi a 28 anni. Due virtuosi, due artisti innamorati di corpi e soggettività; un duo meraviglioso, agli antipodi del Novecento.

Museum Security (Broadway Meltdown), 1983

Immergersi nel lavoro di Basquiat emoziona e spaventa insieme. Immaginate la complessità dietro la creazione di questa mostra, allora. Ci sono voluti dieci anni. Dieci anni per passare in rassegna migliaia di tele e ancor più disegni. Per districarsi tra il caos creativo di un artista estremamente produttivo.

Basquiat è una miniera d'oro di materiali, attività e impegno sociale. Certo le sue opere sono il frutto di un'epoca (gli anni '80) e dell'effervescenza artistica di una città (New York), ma principalmente è stata la prospettiva unica Basquiat a renderle tali, ed è proprio il suo punto di vista unico la chiave per comprendere l'incredibile gamma di contraddizioni presenti in ogni suo quadro.

Muovendosi tra i diversi piani dell'edificio progettato da Frank Gehry che ospita la Fondazione, è impossibile non rimanere colpiti dal peso della storia dell'arte. Entrare nella prima delle unidici sale dedicate alle opere di Basquiat, in larga parte provenienti da collezioni private, significa annullare i confini tra artista e spettatore, perché la mostra getta a capofitto il visitatore nella visione artistica, sociale e culturale di Basquiat.

Pez Dispenser, 1984

Fu sugli ingressi e sui muri di Manhattan che Basquiat espresse per la prima volta la sua creatività. In quel periodo si firmava con il nome d'arte Samo (slang per Same Old Shit, sempre la solita vecchia merda), ma nel 1979 annunciò la morte del suo avatar, scrivendo "Samo è morto." Ma Jean-Michel Basquiat, l'artista, era nato. Ecco, la mostra parigina è un viaggio al centro di tutto ciò che è venuto dopo quella lapidaria frase.

Si tratta di una retrospettiva, certo, ma l'impressione che se ne ha è quella di trovarsi di fronte e opere futuristiche, perché l'estetica e i messaggi che trasmettono erano precursori negli anni '80, e oggi altro non sono che contemporanei. Ogni lavoro esposto affronta un tema preciso, e osservandoli si rimane a bocca aperta (sul serio) per la versatilità, maturità e perspicacia di un artista che all'epoca aveva solo 20 anni. Le sue ispirazioni arrivano dalla strada, dai graffiti, dalla città stessa.

E proprio come la città, anche la sua tecnica è un processo di stratificazione, tra disegni su carta che si sovrappongono a dipinti su tela; personaggi che sono atleti, musicisti, combattenti e detenuti, spesso neri; giochi di parole, segni e pittogrammi, quasi a formare rap su carta; il virtuosismo delle composizioni, le porte rotte e le tavole che a volte sostituiscono canovacci più tradizionali. E poi la musica, il suo amore per l'hip-hop, il campionamento visivo di certe opere e l'improvvisazione jazzistica. Ma anche gli elementi presi in prestito dalla cultura africana: divinità, stereotipi, miti, tutto rientra nel corpus di Basquiat.

Untitled (Boxer), 1982

È impossibile rimanere indifferenti di fronte all'immensità fisica di questi dipinti, all'intensità della loro creatività. Osservare queste opere è come lasciarsi condurre in un universo in cui vigono leggi totalmente diverse dalle nostre, un luogo dove si crea arte perché questa è la missione che qualcuno ci ha affidato.

Per Basquiat infatti la pittura era un impulso, un'ossessione, un'urgenza motivata non dalla necessità di lasciare dietro di sé una traccia, ma dal semplice desiderio di comprendere le tracce che il mondo stesso stava lasciando, rielaborandole. In un'epoca dominata dal minimalismo, Basquiat non ebbe paura nel riportare in auge l'arte figurativa, né—ancora più importante—ebbe mai remore sul promuovere l'espressione artistica della comunità afroamericana in un'epoca in cui la sua assenza dai musei era più che evidente.

Quando si giunge al termine di questa lunga mostra, è necessario farsi una domanda: cosa sarebbe stata l'arte del 20esimo Secolo senza Jean-Michel Basquiat? E poi è bene esprimere un desiderio, anche: che la meravigliosa impronta cosmica di questo artista continui a librarsi sopra di noi per molti, moltissimi anni.

Untitled, 1987
Untitled, 1982
Dos Cabezas, 1982
Grillo, 1984
Riding with Death, 1988

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Altra mostra per cui siamo piuttosto in fissa, questa volta però a Modena:

Questo articolo è originariamente apparso su i-D FR.

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