il dolcevita dice tutto su chi lo indossa

Chi lo indossa comunica agli altri di voler disperatamente appartenere a un certo gruppo sociale.

di Hermione Hoby; traduzione di Amanda Margiaria
|
24 ottobre 2017, 8:34pm

Fotografia Getty Images / Alan Dejecacion

C'è la Audrey che tutti conosciamo, quella con diamanti, perle e sorrisetto misurato, l'Audrey sempre perfetta, anche se sottopeso e palesemente finta, che viene automaticamente associata alla figura letteraria e poi cinematografica di Holly Golightly, personaggio che nella nostra memoria altro non è che un little black dress (poco importano le difficoltà finanziarie della ragazza che lo indossa, no?). E poi c'è la Audrey in dolcevita, lupetto o maglia a collo alto che dir si voglia. Nei panni di Jill Stockton in Cenerentola a Parigi, pellicola precedente il più celebre Colazione da Tiffany, Audrey indossa un semplice ed elegante maglioncino a collo alto. Sì, è solo un trascurabile capo su un'attrice che in pochi conoscono, ma rappresenta allo stesso tempo una sorta di apoteosi di questo indumento. Indumento che sembra, nella sua modestia, sobrietà e utilitarismo, essere in ogni possibile senso una non-dichiarazione. Gli abiti, però, sono sempre una dichiarazione, volontaria o involontaria che sia.

La Jill di Audrey lavora in una libreria a Greenwich Village, ma aspira a diventare una bohémienne in stile beatnik. Disdegna la moda e in particolare le riviste di moda. Come rimprovera loro, questo tipo di contenuti rappresenterebbero "un approccio irrealistico e pretenzioso all'auto-affermazione, così come all'economia." Peccato che poi gli editoriali fashion invadano gli scaffali polverosi tra cui lavora e Jill venga convinta con le maniere forti a iniziare a lavorare come modella da un'editor e fotografo piuttosto prepotente che la sceglie perché spinto dall'innovativa-sì-davvero-innovativa-crediamoci idea di immortalare "carattere, spirito e intelligenza" più che bei volti. Cogliendo al volo l'occasione di incontrare un filosofo che ammira, Jill cede alle insistenze del redattore e si fa spedire a Parigi.

Una volta giunta nella capitale francese, Audrey ci delizia con un ridicolo ma in qualche modo irresistibile numero chiamato Bonjour Paris in cui, volubile ed estatica, canta "I want to see the den of thinking men like Jean-Paul Sartre, I must philosophize with all the guys in Montmartre." [voglio vedere il covo di uomini pensanti come Jean-Paul Sartre, devo filosofeggiare su tutti i ragazzi di Montmartre, ndt] Per accedere alla "tana dei pensatori" ha bisogno dell'outfit giusto. E allora eccola passeggiare per Parigi in mocassini neri, calze bianche, jeans neri e IL maglioncino nero a collo alto, simbolo universale di résistance. È una dichiarazione di non-conformità, un austero rifiuto, il non-outfit degli outfit che dice io me ne chiamo fuori.

Indossando questo capo, Audrey entra a far parte del club che comprende anche le Pantere Nere, le femministe della seconda ondata e, ovviamente, Steve Jobs. Un gruppo che potremmo eufemisticamente definire eterogeneo, ma al quale fanno capo due messaggi. Primo, io sono diverso/a. Secondo, non ti conviene farmi incazzare. Però nel film, che si prende gioco con leggerezza di bohémien e filosofi wannabe, la gente fa incazzare Audrey, eccome. Il regista ci spinge a vedere il suo maglioncino nero a collo alto come una sorta di barzelletta, l'ennesimo accessorio per assomigliare a chi non si è davvero, l'antesignano di quello che rappresenta oggi la felpa Trasher: chi la indossa vuole disperatamente appartenere a un certo gruppo sociale. Penso alla polo rosa che ha Lindsay Lohan in Mean Girls; appartiene chiaramente a suo padre, ma lei la sceglie per seguire il celebre diktat on Wednesdays we wear pink. Mi viene poi in mente Lisa Simpson, mai più teneramente e perdutamente nevrotica di quando cerca di stringere amicizia con i cool kids indossando un cappellino con la visiera all'indietro. Ma, a differenza dei Simpson, la semplicità e l'austerità di una dolcevita nera rendono l'insieme innegabilmente chic. Per questo motivo, nonostante le reiterazioni che si succedono anno dopo anno (incluso il periodo peggiore di Joey in Friends, quando anticipa di quasi vent'anni il normcore), è forse l'unico capo a non essere mai stato davvero dichiarato fuori moda. Audrey può anche essere presa in giro da un non più così giovane Fred Astaire e molestata dal filosofo francese che tanto ammira (naturellement, anche lui porta una dolcevita nera), ma nella nostra immaginazione l'attrice danza nell'eternità con leggerezza e classe, indossando proprio quell'outfit. Si tratta di un look diventato così iconico da essere stato scelto anche da uno dei simboli della contemporaneità: Beyoncé, che nel 2011 lo sceglie per il suo video di Countdown.

Nella sua seconda biografia, Diane Keaton ha dichiarato che i maglioncini a collo alto sono "particolarmente sottovalutati," proseguendo con un consiglio: "Comprane uno, ti sfido. È un'armatura, una protezione che isola chi lo indossa dal male del mondo." Probabilmente più illusione che realtà, perché ciò che una donna sceglie di indossare non la protegge affatto da, ad esempio, molestie sessuali e abusi. Eppure, proprio come la Keaton, anche io con una dolcevita mi sento al sicuro. Sobria, ma mai asessuata, la maglia a collo alto va sempre e rigorosamente accoppiata all'assenza di un sorriso. Specialmente quando a indossarla è miss-anni-settanta Angela Davis. È un capo che spinge gli altri a osservare attentamente chi la porta con nonchalance. So che è una domanda ridicola, ma voglio farla lo stesso: e se scrivessi meglio quando ne indosso una? Potrebbe anche essere la verità.

La maglia a collo alto non è accomodante, non ti invita a sentirti a tuo agio: è un capo per chi la porta, non per gli altri. E in più incoraggia un'ambigua deviazione dal proprio corpo. Come ha scritto Rachel Syme per Refinery 29, "emergendo dalla forma tubolare in tessuto, la tua testa diventa una scultura, un busto di marmo—il cranio e le ossa facciali sono in primo piano, come i diamanti che risaltano sul velluto nero delle finestre di Van Cleef. […] Ti fa capire la vera bellezza del tuo viso, perché è proprio lì che galleggia sulle tue spalle. E il mondo non può far altro che applaudire." Ed è così meravigliosamente immediato nel video di Countdown. Sì, nessuno ha mai fatto fatica a vedere la bellezza di Beyoncé, ma in quella dolcevita nera i suoi occhi sono davvero al centro della scena.

C'è poi il modo in cui la indossava Steve Jobs, che ovviamente si differenzia dalla controparte femminile. La sua funzione era qui sottolineare ed esaltare lo slogan dell'azienda, "think different." [pensa in modo diverso, ndt] Si dice che abbia adottato questa uniforme dopo aver visitato gli uffici Sony in Giappone, dove aveva visto che tutti i lavoratori indossavano lo stesso outfit, composto da giacche bianche e blu disegnate da Issey Miyake nel 1981. Poco dopo, il fondatore della Apple chiese allo stilista di creare per lui una nuova maglia a collo alto. Quando nel 2011 l'imprenditore è deceduto, il brand St Croix ha dichiarato che le vendite della sua dolcevita nera sono raddoppiate in una notte. Il mantra del "diverso" onorato dal consumismo di massa.

Sono troppo incostante per indossare un'uniforme, troppo impegnata a recitare il ruolo di una diversa me ogni giorno che passa. Ogni outfit è un costume di qualche tipo e a volte (anzi, spesso) mi sveglio davvero sentendomi una persona da dolcevita. Ci sono però giorni in cui non posso fare altro che accettare la me più floreale. Ma prima della fine di ottobre ho deciso di comprarmi un paio di mocassini vintage, tirar fuori le mie calze bianche più immacolate e godermi il costume di Halloween meno sbatti di sempre.

Tagged:
Steve Jobs
icone
opinioni
audrey hepburn
dolcevita
think piece
maglia a collo alto