ai weiwei: "la mia patria non esiste"

L'artista e attivista ci spiega perché oggi più che mai non possiamo girarci dall'altra parte, quando si tratta di crisi dei rifugiati. L'unica soluzione è affrontare la situazione.

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nov 29 2017, 6:12pm

Foto: imago / Beowulf Sheehai

"Quando non hai un posto dove andare non hai neanche una casa," si legge sul poster di Human Flow, l'ultimo documentario di Ai Weiwei. La frase non si riferisce esclusivamente all'attuale crisi dei rifugiati—che Weiwei definisce una "crisi umanitaria"—ma anche alla situazione dell'artista stesso. Dal 2012, anno in cui è uscita la pellicola Ai Weiwei: Never Sorry sembra che anche lui sia un rifugiato. Nel film, la regista Alison Klayman documenta l'uscita dell'artista da una prigione cinese, il suo arresto all'aeroporto di Tokyo e la distruzione del suo studio a Shanghai.

"Non basta parlare della situazione in Siria. Dobbiamo guardare all'interezza della natura umana per vedere dove nasce questo fenomeno e come siamo arrivati in questa situazione."

In quegli anni, Ai è stato costretto a lasciare il suo paese natale, la Cina, a causa del suo attivismo politico. Per questo l'artista si considera oggi uno dei 65 milioni di persone che in tutto il mondo sono stati strappati violentemente dalle loro case. Il numero più alto in assoluto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. In Human Flow Weiwei evoca la disperazione di questi individui attraverso la sapiente unione di fatti, analisi e riprese ad alto impatto emotivo. Al centro rimane sempre e comunque il destino individuale di ognuno di loro.

"It’s not enough to only show the situation in Syria. You have to take a look at the entirety of human nature to see where it is coming from and how it ended up like this." That’s why the Chinese artist and activist travelled with his team to 23 different countries -- including Syria, Greece and Mexico -- to bear witness to the tragedy of humanity with his very own eyes.

Qualche settimana prima dell'uscita di Human Flow in Germania, i-D ha incontrato Weiwei nel suo studio a Berlino per discutere di cosa ognuno di noi può fare per superare questa crisi sociale.

Per il tuo ultimo film sei stato in 23 paesi diversi, dove hai visto con i tuoi occhi questa crisi umanitaria. Qual è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare?
Ci sono stati molti problemi, perché in ogni nazione ci è voluto un team ad hoc. Tutto doveva essere attentamente pianificato, dovevamo essere estremamente puntuali e precisi negli spostamenti per non accavallare incontri e appuntamenti nei diversi campi. A volte è stato anche piuttosto pericoloso, ma la parte più difficile è stata andarcene dopo le interviste, sapendo di non aver davvero aiutato nessuno. Continuavo a ripetermi che il documentario sarebbe poi servito a qualcosa, che avrebbe fatto nascere una nuova consapevolezza negli spettatori.

Hai voluto dare un volto alle statistiche sui rifugiati e raccontare le loro storie. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere attraverso il tuo documentario?
Il film è il messaggio stesso. La prima cosa da fare è chiederci perché sia stato necessario produrre un documentario di questo tipo: dopotutto, si tratta di un tema che i media trattano spesso e volentieri. Ma Human Flow cerca di capire, non di fornire agli spettatori descrizioni frammentarie di un fenomeno così complesso. È necessario, perché devi vedere queste cose per capire davvero le lotte degli esseri umani. Le immagini sono troppo frammentate, e questo rende complicato capire davvero cosa si cela dietro queste situazioni. Non ci arrivano informazioni sufficienti a riguardo, specialmente non attraverso la stampa mainstream. Ci sono persone le cui famiglie sono nei campi da più di tre generazioni, persone che vivono nello status di rifugiati da quando sono nati, letteralmente. Soffrono, lo sappiamo tutti, ma non li aiutiamo come dovremmo. Il mondo dovrebbe essere uno, ma non è questa la realtà dei fatti. È un sistema completamente distrutto.

Locandina del film Human Flow su gentile concessione dell'Ufficio Stampa

Sulla locandina del film si legge: "Quando non hai un posto dove andare, non hai neanche una casa." Anche tu sei stato costretto a lasciare la Cina per motivi politici. Ti identifichi in questa frase?
Sì, credo che questa frase rifletta bene la mia idea di patria. È un luogo in cui regna la tolleranza, in cui si accetta l'altro nella sua interezza e dal quale nessuno viene cacciato. Quando la tua patria ti si rivolta contro, allora non è più la tua patria. Il paese in cui sono nato non è mai stato un luogo in cui mi sono sentito accettato. Mi hanno sbattuto in carcere, mi hanno picchiato e poi espulso. Ora vivo in Germania, dove posso condurre un'esistenza all'insegna della libertà—una libertà comunque limitata, per chi come me non ha una completa padronanza della lingua.

Cosa significa patria per te?
La mia patria non esiste. Non ho mai vissuto quella sensazione di poter tornare a casa, mai. Neanche una volta, nelle situazioni più private, quando ad esempio i miei genitori sono venuti a trovarmi. Anche loro vivono in una situazione critica a causa delle loro credenze politiche, motivo per cui non mi hanno mai potuto offrire nessun tipo di protezione.

Cosa può fare ognuno di noi per fermare questa Human Crisis, questa crisi umanitaria?
Nel 21esimo secolo abbiamo sempre sperato e creduto che la globalizzazione e la tolleranza avrebbero migliorato le nostre condizioni di vita. Tuttavia, oggi ci sono più confini che in ogni altro momento della storia. Sembra che le nostre nazioni vogliano sempre più dividersi e isolarsi. Dobbiamo capire come gestire questo tipo di situazioni, non far finta che non esistano.

Credo anche che tutte queste crisi siano generate dal comportamento degli uomini, quindi sono gli uomini stessi a dover prendere il controllo di esse e spingere al cambiamento. Questa è la mia speranza.

@aiww