Su concessione di Sean-McGee Phetsarath 

l'arte di sean-mcgee phetsarath è più seria dei culi che dipinge

Sean-McGee Phetsarath crea assurde tavole che distruggono stereotipi e credenze legate al mondo dell'arte.

di Zio Barritaux
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21 novembre 2017, 4:01pm

Su concessione di Sean-McGee Phetsarath 

In contrasto con la sua tecnica pittorica—fatta di accese campiture di colori acrilici—il contenuto dei lavori dell'artista basato a Los Angeles Sean-McGee Phetsarath sono crudi. In uno dei suoi dipinti, dal titolo "Short People Problems" [problemi delle persone basse, ndt] c'è un "piccolo bimbo asiatico" che scivola giù per un enorme culo mentre allarga le braccia. Ma l'attività artistica di Sean è molto più complessa di quanto appaia a primo impatto. È sia riflessiva, sia consapevole. È l'assurda interpretazione che Sean dà dell'infanzia e del sentirsi estranei, diversi. "Le narrative che creo sono influenzate dalla sensazione di essere uno straniero in terra straniera," spiega l'artista. È cresciuto in Texas, figlio di due severissimi genitori emigrati dal Laos. "Sto solo cercando di trovare un po' d'ironia nella mia situazione." E ci riesce, eccome: nel quadro "For Real Though Mom, Can I Just Have Lunchables Next Time" [davvero mamma, la prossima volta posso mangiare una merendina, ndt] si vede una donna con abiti laotiani tradizionali che rigurgita cibo nella bocca di Sean mentre lui cerca di non soffocare. "Mia mamma era solita masticarmi il cibo prima di darlo a me, neanche fossi un pinguino," ricorda il 28enne. "Credo che le cose più strane che mi siano mai successe siano quelle che in realtà consideravo più normali e che oggi, riguardandomi indietro, capisco mi abbiano invece traumatizzato." Arte e identità, cultura digitale e social media, figli e genitori: sono questi i temi che abbiamo affrontato nell'intervista con Sean.

Il tuo lavoro reinterpreta le esperienze che hai avuto durante l'infanzia, in particolare racconta com'è stato crescere con severi genitori immigrati in Texas dall'Asia. Vuoi parlarcene?
Sono cresciuto in una piccola città vicino a Dallas. I miei genitori sono arrivati negli Stati Uniti dal Laos negli anni '80 e si sono sistemati in un paese di 13.000 abitanti dove vivevano già molte altre famiglie laotiane. La parte più complessa per me è stata trovare un'identità culturale forte a fronte di tutti gli stimoli a cui ero esposto. Non c'erano molti altri ragazzi del Laos che avessero la mia età, quindi a scuola ho finito per passare un sacco di tempo con i messicani, perché avevano suppergiù il mio stesso colore di pelle. In realtà, mi identificavo con la cultura hip-hop degli anni '90. Tutto questo mentre lo stereotipo della minoranza era ancora molto forte, per cui cercavo di non sembrare mai troppo intelligente. La mia infanzia, e anche la mia vita adulta, sono stati un solo, infinto tentativo di capire chi sono e dove mi sento a casa. Credo di aver trovato conforto nei cartoni, a un certo punto, perché al loro interno il tema della razza viene sempre trattato in modo leggero e contemporaneamente serio.

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A che cartoni ti riferisci in particolare?
The Simpsons sono indiscutibilmente americani, eppure era per me molto facile identificarmi in loro perché erano gialli, proprio come me. Anche Arthur mi piaceva moltissimo, perché non c'era nessuna razza, erano solo una dozzina di animali parlanti. Molte delle mie esperienze d'infanzia sono legate al fatto che la mia famiglia non si sentisse completamente americana.

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Che rapporto avevi con internet?
La mia terribile connessione cablata mi ha fatto compagnia per tutta la mia infanzia. Trasportavo il virtuale nel reale, iniziando a parlare alle persone nel modo in cui gli altri parlavano nelle chat di immigrati asiatici a cui partecipavo online. Rimuovevo la personalità di chi mi circondava, creando personaggi finti a sostituirli. L'assurdità di ciò che succede su internet e nei cartoni mi ha sempre affascinato, perché era un modo per non affrontare le difficoltà della vita. Ho creato un mondo in cui la felicità era strettamente legata al nonsense.

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Quando hai iniziato a incorporare le tue esperienze personali all'arte che creavi?
Credo non prima di aver lasciato l'università ed essermi trasferito in California. In quegli anni ho avuto una crisi esistenziale, legata in particolare alla mia arte. Non riuscivo ad affrancarmi da quello che ci insegnavano a scuola, e intanto cercavo di capire cos'avrei dovuto dipingere e perché. Pensavo di dover dipingere come quei vecchi tizi che finiscono nei musei e sui libri di scuola, ma nelle loro opere non trovavo nessun tipo d'ispirazione, non ho mai capito perché piacessero tanto agli altri. Gli unici artisti che trovavo interessanti erano quelli delle nuove generazioni, quelli che si ispiravano ai cartoni e alle loro esperienze d'infanzia. Così ho capito che forse era a questo che dovevo lavorare.

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I social media hanno influenzato il tuo lavoro?
Mentre dipingo penso spesso a quanto saranno instagrammabili le mie opere una volta finite. Molti artisti negherebbero di farlo, ma io non nego l'impatto che questo nuovo medium ha su di noi, né il modo in cui ha influenzato la fruibilità dell'arte contemporanea. I meme sono in realtà aneddoti piuttosto crudi della vita quotidiana, la loro popolarità sta nella rilevanza che il soggetto ha per chi lo vede. In questo senso, meme e video su Youtube ci fanno ridere perché riusciamo a rispecchiarci in quello che raccontano. A volte cerco di replicare lo stesso meccanismo nelle mie opere, altre volte no. Ma mi fa sempre piacere che qualcuno capisca l'ironia con cui parlo di certe cose. La cultura digitale mi spinge a cercare idee che mi mettano in connessione con altre persone.

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Quindi qual è il punto di tutti questi culi?
Non saprei dirlo con certezza, li trovo divertenti e basta. Potrebbe avere a che fare con la mia attrazione sessuale per i culi, o forse per il tipo di narrativa che riesco a creare partendo da questo elemento. Ogni volta che disegno e dipingo un culo lo faccio per un motivo diverso. Ci hanno scritto report e fatto documentari, ma la mia ricerca sui culi continua.

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I tuoi genitori speravano che tu saresti diventato una persona diversa? Cosa pensano del lavoro che ti sei scelto?
Ad oggi, non saprei dire se sanno o gli interessa la serietà con cui prendo il mio lavoro. Sono emigrati asiatici vecchia scuola, vedono il successo solo nel benessere economico. Non gli interessa davvero quello che faccio, perché tanto non è quello che loro speravano io facessi. Una volta a settimana mia madre mi chiama per dirmi che dovrei trovarmi un vero lavoro.

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