Il rapporto tra moda e cattolicesimo, in Italia

Da Elsa Schiaparelli a Versace, passando per il MET Gala. Come la ricerca di una dimensione spirituale ha influito sull'alt-fashion e creato nuovi modelli estetici.

di Giada Arena
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22 novembre 2021, 11:48am

Antropotrip è la rubrica di i-D Italy che indaga le realtà insolite, controverse o poco esplorate del sottobosco urbano italiano, con l’obiettivo di offrire una mappatura del nostro paese e di chi lo popola.


Tra moda e Chiesa Cattolica esiste una relazione duratura: a volte con risultati opulenti, altre più austeri, spesso controversi. Se un alieno appena atterrato sulla terra vi chiedesse qual è stato il MET Gala più rilevante e degli ultimi anni, è molto probabile che la vostra mente corra al 2018 e al tema Heavenly Bodies: Zendaya come Giovanna D’Arco, Alessandro Michele protagonista di un threesome barocco con Jared Leto e Lana Del Rey, Cardi B divinamente gravida, Rihanna addirittura Papessa. 

Il sodalizio tra fashion e cattolicesimo arriva da lontano: per una collezione estiva del 1939, ad esempio, Elsa Schiaparelli decorò un abito con delle chiavi incrociate—stemma della Santa Sede, dove la stessa stilista venne battezzata. E poi le croci di Versace, le decorazioni bizantine di Dolce & Gabbana, le aureole di Gaultier, le ispirazioni monacali di Balenciaga, fino alle declinazioni contemporanee (più o meno ironiche) dell’alt-trad—pensiamo alle creazioni di Praying, il brand che, con intuizioni come il bikini con le parole Father, Son e Holy Spirit, sta rendendo la Trinità più instagrammabile che mai.

Sebbene si tratti di un’appropriazione molto meno problematica rispetto a quelle che riguardano culture storicamente oppresse—dal momento che la Chiesa è sempre stata a dir poco potente—, giocare con l’immaginario cattolico continua a generare dibattito. Se leggiamo spesso in giro critiche e commenti sull’attualità da parte di Cardinali o Vescovi, tendiamo a conoscere molto meno le opinioni della nuova generazione di cattolici, comunemente considerata una specie in via di estinzione. E i dati tendono a confermarlo: secondo una ricerca realizzata da Eurisko, le persone tra i 18 e i 29 anni che si considerano “credenti convinte e attive” sono il 10,5%, mentre il numero di chi si dichiara ateo cresce di anno in anno.

Così, abbiamo incontrato quattro praticanti under 35 per scoprire qualcosa in più sui loro percorsi di fede, il rapporto con un contemporaneo apparentemente più terreno che mai e la contaminazione tra credo religioso ed estetica.

Francesco, 32 anni

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Sei un insegnante e parli di religione a liceali tra i 14 e i 19 anni. Qual è il rapporto tra la Generazione Z e il sacro?
C’è sicuramente un interesse, un certo desiderio di spiritualità, ma non verso le religioni tradizionali. Per quanto mi riguarda, la fede mi ha aiutato molto in alcune scelte di vita e credo che non avere una guida etica, un punto di riferimento, possa far mancare ai giovani la terra sotto ai piedi; viviamo nella società liquida teorizzata da Bauman. Allo stesso tempo, mi fa riflettere la rabbia che percepisco nei confronti della Chiesa Cattolica, c’è chi vive male le imposizioni.

Ad esempio, quali?
Un esempio è l’omosessualità. Ma la Chiesa non è contro le persone omosessuali, la Chiesa accoglie tutti e tutte, già nel 1983 Papa Giovanni Paolo II ha scritto un documento sull’accompagnamento pastorale per le persone omosessuali. Come istituzione è un po’ lenta, è vero, ma Agostino d’Ippona diceva: “Meglio zoppicare sulla buona strada che correre su quella sbagliata.” E poi, nonostante alcune innegabili imposizioni morali, c’è sempre grande rispetto per l’individuo: è il Catechismo della Chiesa Cattolica a spiegare il primato della coscienza, considerato “il sacrario più profondo dell’uomo dove nessuno può entrare,” neanche il Papa.

In quali scelte quotidiane ti fai guidare dalla fede?
Nelle relazioni. Tratto l’altro con gentilezza, carità, amore, rispetto della sua dignità. Oggi il consumismo ci fa sfruttare cose e persone, tutto diventa usa e getta. Arranchiamo e tendiamo a non sperimentare la bellezza e la particolarità dei rapporti.

La tua esperienza religiosa si traduce in qualche dettaglio estetico? Vedo che indossi alcuni simboli sacri.
Ho un tatuaggio in ebraico, un versetto dal Salmo 121 che dice “Il Signore è come ombra che mi copre, sta alla mia destra”. Sono legato al mondo ebraico per la sua concretezza, per il legame tra materia e spirito: ho anche un anello con la Benedizione di Giacobbe e una collana con la stella di David, accanto a un ciondolo dell’Immacolata Concezione che ho preso a Lourdes. A casa, poi, ho molti oggetti attinenti soprattutto al femminino sacro: l’icona ortodossa della Vergine, la Venere di Willendorf, la Madonna col Bambino, la dea Kalì… E poi libri ovunque.

Che opinione hai della contaminazione tra religione, moda e altre discipline?
Per quanto mi riguarda, non è nulla di scandaloso. La contaminazione è ovunque, anche nel linguaggio: pensiamo alla “manna dal cielo” o alla parola “mission” usata dalle aziende. Credo sia bello portare questo tipo di estetica anche in un mondo non religioso: sono per lo scambio reciproco, la donazione. Tra l’altro, potremmo considerare molti paramenti sacri arte o moda. Prova ad andare al tesoro di San Gennaro a Napoli!

Eleonora, 30 anni

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Fotografia di sinistra: Eleonora Lucia Strozzi , Fotografia di destra: Luca Massaro

Hai lasciato momentaneamente Milano, dove vivevi, per stare in campagna, nella casa che era di tuo nonno. Questa scelta bucolica è legata in qualche modo alla tua fede? 
Ho messo in pausa Milano perché lì le persone tendono a identificarsi con la propria professione, il valore che hai come essere umano coincide con il tuo successo, e dopo dieci anni sono un po’ in crisi con questa idea. Comunque, nel ramo materno della mia famiglia c’era effettivamente un cristianesimo contadino bellissimo, molto semplice e rurale, nella situazione tradizionale di campagna cattolica ma non particolarmente moralista. Però non ho sviluppato la mia fede nel contesto familiare.

Quando è avvenuto il tuo avvicinamento consapevole alla religione?
Sembra ieri, mi emoziona tantissimo raccontarlo. Avevo 17 anni e, dopo un paio di anni di allontanamento post-sacramenti, è arrivato un nuovo parroco con un’ottima fama, un uomo di mondo, che mi ha portato a questa presa di coscienza. Per dirti, in Veneto ha fondato diverse comunità di recupero prima di San Patrignano, con l’obiettivo di togliere il giudizio morale nei confronti delle persone tossicodipendenti da parte della Chiesa, ma anche portare avanti un lavoro pionieristico di riduzione del danno. La fede, l’incontro con Cristo, è un incontro carnale, è come l’innamoramento.

In quanto persona di fede, ti sei mai sentita incompresa, giudicata o in contraddizione?
Percepisco una forte mancanza di educazione emotiva. Io sono empatica in maniera quasi invalidante, ma a volte le persone intorno a me non lo sono. Porgere l’altra guancia può diventare una prova di fede, qualcosa che mi permette di andare al di là e comprendere l’esperienza che mi ferisce o i traumi della persona che ho davanti. L’odio nei confronti della Chiesa dovrebbe spingerci a cambiare, accogliere, lavorare in maniera evangelica e non coloniale. 

Quali sono i peccati che ti concedi più spesso?
Ho un rapporto conflittuale con i precetti sul sesso prematrimoniale. Ho una libido molto alta, ma non la vivo in modo peccaminoso: il piacere è una delle cose che mi muove, nonostante sia il peccato per definizione. Forse alcuni cattolici non condivideranno la mia posizione, ma only God can judge me. Ciò che vivo con grande senso di colpa, invece, sono il cinismo e la pigrizia.

Che opinione hai dell’appropriazione di elementi religiosi da parte di contesti più “terreni”?
Sono contentissima quando vedo questi processi, la considero una semina molto larga. L’album gospel di Kanye West è diventato una delle preghiere che uso nel mio quotidiano, più vicine rispetto all’"Angelo di Dio che sei mio custode”. Penso a Every Hour: se riesci a sentire ciò che ti dà quella canzone, allora senti quello che provo io.

Isabella, 21 anni

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Studi fisica, una materia scientifica che cerca di individuare le regole dell’universo. C’è un minimo comun denominatore tra la tua scelta di fede e quella accademica?
Ho scelto fisica perché mi appassiona, ci sono delle cose che voglio capire in modo profondo—ma senza presunzione. In questa umiltà riconosco la mia fede, che mi aiuta a tenere i piedi per terra e condividere tutto con il prossimo: credo che la scienza debba essere data. Ma, in generale, tendo a scindere fisica e religione, una cosa non deve influenzare l’altra.

E come ti rapporti ai dogmi della Chiesa rispetto a temi più prettamente scientifici? Penso, per esempio, alla fecondazione assistita, l’eutanasia o l’interruzione di gravidanza.
Ho firmato per il referendum sull’eutanasia: credo che non si possa testimoniare per qualcosa che non si vive, mettersi nei panni di chi vuole morire, abortire o avere un figlio con la fecondazione assistita. Con i suoi paletti, la Chiesa non aiuta né l’opinione pubblica né la comunità che segue: dovrebbe essere più elastica nel comprendere il singolo e prendersene cura. Ma si tratta di una riflessione necessaria e complessa.

In che modo la visione evangelica può aiutare a rispondere alle sfide del presente?
Nella Bibbia, quando si narra della creazione, Dio dice all’uomo di prendersi cura della Terra e, più recentemente, Papa Francesco ha toccato temi ambientali nell’enciclica “Laudato si'”. Trovo tutto questo molto bello e utile, aiuta a sentire la propria responsabilità nei confronti del pianeta ed è una posizione all’avanguardia rispetto alla percezione comune sulla Chiesa. Faccio parte della Federazione Universitaria Cattolici Italiani e spesso affrontiamo tematiche importanti, come il superamento del sistema capitalistico o il cambiamento climatico. Questa realtà mi ha aiutato a capire che le persone cattoliche sono dentro la società, hanno un ruolo: non vedo come l’impegno politico e sociale possa prescindere dalla quotidianità spirituale. Sono etichettabile da qualcuno come “cattocomunista”, insomma.

E invece come ti vivi gli aspetti più estetici della religione?
Per me non sono importanti: potrei essere gothic o normie o qualsiasi altra cosa, questo non cambierebbe ciò che sento o il modo in cui mi relaziono con le altre persone. In generale, non diresti mai che sono cattolica: non uso croci o immagini di santi, li trovo elementi quasi più folkloristici. Anche per questo, non mi sono mai sentita particolarmente offesa nel vederlo fare da qualcun altro, l’importante è non abusarne o strumentalizzarlo. Però mi piacciono tantissimo le immagini vaporwave con la Madonna, devo ammetterlo.

Maria Chiara, 30 anni

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Qual è stato il momento in cui hai deciso di intraprendere un cammino di fede?
Sono cresciuta in una famiglia cattolica in cui la fede è sempre stata vissuta concretamente, ma mi ci sono avvicinata in modo proattivo e consapevole all’università. Ho vissuto per alcuni mesi a Houston, negli Stati Uniti, com au pair in una famiglia cattolica: mi ha incuriosito il modo in cui queste persone erano, nonostante le difficoltà, contente della propria vita. Volevo essere così contenta anche io. Se ora vivo il mio rapporto di coppia in un certo modo, ad esempio, è anche grazie a loro: sono diventati un punto di riferimento.

Se una persona ti chiedesse un consiglio su come vivere la relazione con proprio partner, cosa le sveleresti di ciò che hai imparato in quella famiglia?
Non c’è una risposta univoca, ma, secondo la mia esperienza, credere ti dà la possibilità di comprendere meglio cosa ti rende sereno. Se so cosa può rispondere ai miei desideri più profondi di senso e realizzazione (nel mio caso, la fede), non proietto più questa ricerca di completezza sulla persona con cui sto, che diventa un compagno di cammino. Potrei stare anche con un ateo, non importa: la sua presenza è comunque un regalo, qualcosa che mi fa sentire l’amore di Cristo.

Come ti relazioni con i peccati che, immagino, ti capita di commettere nel tuo quotidiano di trentenne?
Se bevo, fumo, faccio l’amore o mi faccio un tatuaggio, non mi sento in colpa: non mi sono mai sentita vietare nulla. Ciò che fa la fede è insegnarmi a prendere sul serio anche le scelte peggiori e chiedermi se rispondono realmente al desiderio di felicità del mio cuore. In ogni caso, il cristianesimo è nato per gli esseri umani e gli esseri umani non sono perfetti: è per questo che esiste la confessione, e per me è confortante.

Sei molto legata a un anello: cosa rappresenta per te? Da dove viene?
Si tratta di un rosario che porto sempre al dito. Oltre a ricordarmi di pregare, è il simbolo di un’esperienza molto bella: l’ho preso dai frati benedettini dell’Abbazia della Novalesa, in Piemonte, dove sono andata per qualche giorno quando avevo problemi di insonnia. Ha funzionato, anche se ho capito che leggere le ore come i frati è un po’ troppo impegnativo per me. Comunque, oltre all’anello, ho solo un crocifisso in casa: sono una persona molto semplice, penso che la fede non dipenda dalla quantità di oggetti sacri.

E cosa pensi, invece, quando i simboli religiosi vengono usati fuori contesto, nella moda o altrove?
Finché c’è rispetto, non mi dà fastidio, anzi, nemmeno me ne accorgo. Ma a volte vengono usati senza conoscere ciò che rappresentano: penso al MET Gala del 2018, non so davvero con quale intenzione Rihanna si fosse vestita da Papa. Comunque, non è un fenomeno che riguarda solo la religione: ci si appropria da sempre di tanti elementi provenienti da altre culture. C’è chi lo fa più consapevolmente e chi non se ne rende conto—ma non li condanno tout court, penso sia più utile avviare un dialogo.

Le interviste sono state accorciate ed editate.

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Crediti

Testo di Giada Arena
Fotografie di Ludovica De Santis

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