Lamby Baby, il brand emergente un po' cute, un po' borderline

"Volevo dare una forma indossabile ai miei strani personaggini, così te li puoi portare in giro, o loro vengono in giro con te." Immergiamoci nel fantastico, fluido e giocoso mondo di Valentina De Zanche aka Lamby.

di Giorgia Imbrenda
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03 dicembre 2021, 10:52am

Rebel Label è la rubrica di i-D che incontra, intervista e qualche volta fotografa i brand emergenti (e non) in Italia. Oggi è il turno di Lamby Baby, il marchio emergente nato dalla mente creativa di Valentina De Zanche aka Lamby.

Fotografia, illustrazione, pittura, fashion design e musica. Queste le parole chiave dell’universo di Valentina, un universo popolato da personaggini, animaletti e palette pastello che ha preso vita proprio durante un momento storico in cui la vita sembrava essersi fermata a tempo indeterminato. È stato durante il lockdown pandemico, infatti, che Valentina ha plasmato la sua crew di weirdo su carta, disegnando ossessivamente tutto il giorno tutti i giorni, rigorosamente a mano, tra sketches e pittura.

Poi, quest’estate, è arrivato il passaggio alla tridimensionalità, trasportando i personaggini del suo universo dalla carta agli abiti, avviando la sua linea di abiti interamente hand made e sostenibile, in cui ogni pezzo è stato disegnato, dipinto e cucito da Valentina (col prezioso aiuto sartoriale della sua mamma), e i capi nuovi vengono realizzati solo su commissione: “Produrre qualcosa in modo totalmente artigianale mette in secondo piano la quantità e dà importanza all’unicità e alla mano d’opera.” Un approccio slow, sartoriale e spontaneamente fluido che si riflette immediatamente nel casting del lookbook.

Lamby Baby è un brand estremamente cute, intimo e personale, con tutto un mondo dietro, di cui ci parla direttamente Valentina.

brand emergente landy baby intervista rebel label

Ciao! Valentina Parliamo un po' di te. Chi sei? Quando e perché hai fondato Lamby Baby?
Ciao sono Valentina, ma quando lavoro a progetti autorial mi firmo Lamby—il mio animal-like alter ego e soprannome che mi hanno dato anni fa. Ho iniziato a mettere insieme i pezzi di Lamby Baby quest’estate, quando sono tornata dai miei per le vacanze. Ho disegnato e cucito le prime gonne proprio insieme a mia mamma, che è una sarta e stilista incredibile—quasi tutti i pezzi li ha cuciti lei a mano. Per me disegnare su una t-shirt, su un perizoma, sul legno o una tela non fa molta differenza, mi piaceva semplicemente l’idea di dare una forma indossabile ai miei disegni, così te li puoi portare in giro, o loro vengono in giro con te.

Da dove arriva il nome Lamby Baby?
Mentre cercavo qualcosa che non ricordo più dentro alla scatola in cui raccolgo vari sketches, ho ritrovato una scritta che avevo fatto chissà quando, Lamby Baby, incorniciata da stelline argento e rosa. Così ho pensato: ottimo, il logo già pronto! Colevo ci fosse il nome Lamby e mi piace l’assonanza tra le parole. Mi ricorda anche il nome del brand di Gwen Stefani L.A.M.B. (love, angel, music, baby) di cui ero super fan a 13 anni—ma questa è stata una connessione casuale di cui mi sono resa conto solo in un secondo momento. 

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Nonostante il tuo brand sia nato da pochissimo, ha un'identità estetica molto forte. Come hai sviluppato la visual identity di Lamby Baby?
Sono una fotografa, e creare un mood attraverso le immagini è l’aspetto che più mi diverte del mio lavoro, come anche trovare un’armonia tra l’accostamento di disegni e foto. Un altro fattore fondamentale per la mia estetica è circondarmi di persone propositive, adorabili e talentuose, come il team con cui ho lavorato il giorno dello shooting del lookbook.

La vibe sul set era di totale armonia; tutti facevamo tutto, tutti eravamo modelli, talent, producer, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Per questo, ci tengo a fare un ringraziamento speciale a Matteo Storcchia, Franca Pet, Marco Servina, Davide Stucchi, Vanessa Icareg e Federica Intraligi.

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Che storia c'è dietro le grafiche e le illustrazioni che utilizzi come fantasia delle stampe?
Le grafiche o i “personaggini”—come li chiamo io—sono una raccolta di illustrazioni che ho realizzato negli ultimi due anni. Durante il lockdown disegnavo tutto il giorno tutti i giorni, quasi in modo ossessivo, e così, a distanza di mesi, ho creato una crew di strani animaletti, sempre tra il cute e il borderline, che a volte si sono evoluti in fumetti, altre volte in stampe o quadri. Quello che ho fatto con Lamby Baby è stato semplicemente togliere i disegni dalla carta e posizionarli sui tessuti. 

Dal punto di vista progettuale, quali tecniche utilizzi per dare forma alle tue idee?
Lavoro sempre su più progetti contemporaneamente, cercando di bilanciare in modo uniforme fotografia, illustrazione, pittura, fashion design e musica. Non mi risulta forzato come processo, perché per me è tutto parte di un flusso continuo che semplicemente declino tramite mezzi differenti. In questo modo riesco anche a dare un’intenzione estetica coerente al progetto.

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Parlando di sostenibilità: perché è importante e in che modo si può ridurre l'impatto ambientale di un brand?
Molte persone mi hanno chiesto perché, invece di impiegare così tanto tempo a disegnare le stampe a mano, non stampi in digitale direttamente sui tessuti. Produrre qualcosa totalmente hand made mette in secondo piano la quantità e dà importanza all’unicità e alla mano d’opera. Produco nuovi pezzi solo sotto ordinazione. Prestare attenzione a creare e comprare secondo questa filosofia è certamente un modo per cambiare l’idea di produzione e consumo. 

Il tuo  brand è unisex e gender-fluid, che tipo di concept c’è dietro a queste scelte?
Vivo in un ambiente in cui l’essere gender-fluid non è più una questione che deve essere pensata o premeditata ma è semplicemente la normalità—per fortuna. Per me tutto è per tutti. Quando abbiamo scattato le foto mi sembrava ovvio che Davide o Matteo avrebbero indossato quello che hanno indossato Franca o Vanessa, e viceversa, e anche mentre disegno i capi non faccio alcuna distinzione di genere.

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Come definiresti le tue creazioni usando solamente tre parole?
Cute, Custom, Chaos.

Cosa c'è nel futuro del tuo brand? E qual’è il tuo motto?
Mi piace l’idea di usare qualsiasi progetto personale per iniziare nuove collaborazioni, per creare un flusso creativo condiviso, piuttosto che per la produzione materiale in sé. Sharing is caring, e così anche nel lavoro. Mi interessa anche produrre capi custom, cosa che sto già facendo per alcuni artisti e cantanti. 

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Crediti

Testo: Giorgia Imbrenda
Editor: Benedetta Pini
Fotografie: Valentina De Zanche, Matteo Strocchia e Marco Servina
Art Direction: Valentina De Zanche e Davide Stucchi
MUA: Marco Servina e Vanessa Icareg
Modelli: Vanessa Icareg, Federica Intraligi, Davide Stucchi, Marco Servina, Matteo Strocchia, Francesca Petroni, Valentina De Zanche

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