Screengrab da "Complicità"

i-D premiere: guarda “Complicità”, l'onirico videoclip degli Tsao!

Una dimensione straniante, in cui i paesaggi romagnoli di Luigi Ghirri abbracciano le colline del Monferrato.

di Carlotta Magistris
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15 febbraio 2022, 4:50pm

Screengrab da "Complicità"

Ancora prima di tutti i discorsi retorici, sociali e culturali che hanno accompagnato questi due anni di mutamento, una cosa—in tempi più o meno sospetti—esplorava la disgregazione della collettività in nome di un creare che partisse dal singolo: la musica. E, a guardarla con gli occhi di oggi, è evidente l’inesorabile direzione che ha intrapreso, una parabola che parte dalla concezione di musica pop (e non solo), ruota attorno alla band old school di turno e piano piano si spinge verso la dimensione più singolare del cantautore—attorno a cui ruotano (a volte) personalità di passaggio a dare colore al proprio immaginario personale. Come è evidente il modo in cui, alternativamente, le macrocittà e il web avviluppino la maggior parte delle matrici creative attuali.

Dunque, quando sembrano strutturarsi dei pattern così efficaci (anche se vaghi) su una direzione culturale specifica, quello che ci resta da fare è andare a vedere a che punto stanno le cose che vanno nella direzione diametralmente opposta. È così che ci si scontra con il deep Monferrato e, più precisamente, con Acqui Terme, luogo famoso per l’acqua e la erre moscia, dove gli Tsao!—gruppo locale per metà disteso anche su Torino—fanno uscire il loro secondo lavoro, Sorge. Un inno alla luce crepuscolare di una malinconia che acceca, agli spazi stranianti delle fotografie di Luigi Ghirri, all’intimità della provincia e al creare suoni e significati sempre più legati a una contaminazione reciproca e meno alla singolarità dell’individuo.

In esclusiva per i-D, oggi esce il videoclip di Complicità, con regia di Raffaele Diacono, che racconta per immagini la stessa alienazione onirica che trova la sua ambientazione in una delle iconiche spiagge crepuscolari della Romagna, più precisamente a Marina di Ravenna, quasi a dare a quell’atmosfera una valenza più intensa e universale. Noi abbiamo voluto fare qualche domanda al gruppo, per saperne di più sull’evoluzione più recente del loro progetto.

Come nasce “Sorge”?
Marco:
Questo disco nasce in coda all’EP uscito nel 2017, Mantrica. Ad alcuni pezzi stavamo lavorando già da anni, mentre altri appartengono più all’ultimo periodo. Ci sono delle differenze abbastanza grosse fra i due lavori a livello di concezione: il primo è stato pensato in presa diretta e aveva per noi un valore di disco iniziatico, mentre in questo caso abbiamo lavorato molto di più sulla struttura delle canzoni, su elementi strumentali più posati e a volte più esplosivi e sulla scrittura stessa. Probabilmente, è un disco per molti versi anche più pop—sempre con questa scia del mare—ma interpretato in un’ottica più… scura.

Simone: Penso che il primo disco sia stato anche figlio di una fascinazione verso un krautrock con sonorità fredde, nordiche, apollinee e ripetitive, mentre Sorge è un disco caldo. Penso che, da un punto di vista percettivo, questa differenza sia più evidente. C’è molta più luce, e anche molto più post-rock.

M: Anche la referenza dei testi è cambiata ed è diventata ancora più intima, quasi dialogica. Ci sono spesso un io e un tu

E la nostalgia?
S:
Tanta nostalgia. Ma quella ovunque, dentro ai dischi—tutti e due—e fuori.

E il rapporto fra i suoni e i testi?
M:
Se in Mantrica è stato Simone a fare la maggior parte del lavoro autoriale, qui, a un certo punto, c’è stato un cambio di metodologia di lavoro e abbiamo iniziato a scrivere insieme, oltre che arrangiare insieme. 

S: Succedeva che io andavo a casa di Marco e lui magari aveva un arrangiamento e delle idee musicali e io ci sperimentavo sopra, creavo una nuova linea melodica e poi lui mi seguiva dialogando fra piano e chitarra, partorivamo nuovi suoni e Complicità è nata e cresciuta in due ore fatte proprio così. È particolare, perché mi ha fatto rendere conto di quanto la contaminazione reciproca sia efficace. Se penso al primo disco, ero molto fissato sulla complessità dei testi mentre qui sono testi più semplici e amalgamati con la melodia, come se si influenzassero continuamente a vicenda.

Mi sembra di percepire un forte senso autobiografico. Forse il cambiamento nella scrittura dei testi ha a che fare con un cambiamento che va al di là delle parole scritte.
M:
Certo. Ed è bello perché poi si vede che ci sono delle cose che tornano continuamente. Il concetto di frattura, ad esempio, lo stacco, tanta sofferenza amorosa (ride). Poi si inseriscono elementi nuovi, che poi se ne vanno. 

E quindi perché “Sorge”?
M:
Cercavamo un titolo breve e incisivo che richiamasse l’immaginario che avevamo in testa—per noi era chiaro, ma difficile da descrivere. Tutto è partito dall’idea di falesia, della terra e di questa luce che non è una luce piena ma tagliata, un’idea che ha poi ha preso forma nel concetto di alba—che poi è un po’ il leitmotif del disco sia a livello di suoni che di testi.

S: Da un “viso tagliato a metà in una luce fioca” ai “tramonti del Monferrato”. (Cera, N.d.R). C’è un legame molto forte con il Monferrato, un posto estremamente collinare e crepuscolare. Io me ne sono accorto tardi di quanto dicesse di noi quel luogo particolare. Parlo di noi perché veniamo tutti da lì. La “nostalgia delle langhe” la chiama un mio amico, anche se qui parliamo del Monferrato, ma per chi la conosce, sa che è la stessa cosa.

M: Credo che, in qualche modo, si senta il fatto che non siamo un gruppo di città, soprattutto per il modo in cui ci arrivano le contaminazioni, in maniera più eterogenea e versatile. Quando proviamo, ci troviamo sempre ad Acqui Terme—nonostante io e Simo siamo stabili ormai da anni a Torino—e quindi c’è sempre una tensione di tipo personale e geografica verso questo luogo. Forse il risultato si porta addosso una certa problematicità a livello di posizionamento nei generi, ma allo stesso tempo un qualcosa di eterogeneo e personale—il che non vuol dire che sia per forza più bello.

È un respiro agrodolce lontano dal contesto cittadino che si ritrova anche nel videoclip di “Complicità”, nonostante sia girato in Romagna e non nel vostro Monferrato. Cosa dice di voi a livello atmosferico?
S:
Io e Raffaele (Diacono, il regista) siamo amici da anni e c’è molta empatia e comprensione reciproca. Lui ha avuto l’idea di girare il videoclip al mare, in una spiaggia ampia, e io ho pensato a Marina di Ravenna—un posto con il quale ho un legame profondo, avendo frequentato per anni il Beaches Brew. Inoltre, un amico stretto ha casa a Marina Romea e mi ha introdotto ai riferimenti romagnoli per eccellenza, da Pier Vittorio Tondelli a Luigi Ghirri, a cui è dedicato il finale, che è proprio una citazione al fotografo della solitudine delle spiagge della riviera.

Raffaele: Avevamo la necessità di tradurre l’intero immaginario di Sorge in una rappresentazione estetica e, fin dai miei primi ascolti del disco e dai confronti con Simo e Marco, ho avuto in testa l’idea che il luogo da illustrare fosse la spiaggia. Il testo mi ha fatto pensare a un rapporto sfuggente, un inseguimento fra due persone e un voler raggiungere qualcosa che non si riesce mai davvero a raggiungere. Il luogo ha fatto il resto, mi ha ispirato molto, in particolare la cupezza della pineta, che vedevo come il luogo di inizio di questo inseguimento. Inizialmente abbiamo pensato alla spiaggia dell’Hanabi, ma mi sono reso conto che io stavo cercando una situazione di alienazione e di isolamento che alludesse all’atmosfera del testo, un luogo meno mediterraneo e più nostalgico, che desse spazio solo ai due protagonisti e alla loro angoscia.

S: Credo che il videoclip abbia restituito bene questa sorta di realismo magico onirico del testo. La Romagna suggestiona un certo tipo di immaginario intrinseco, con quelle spiagge e quel mare così piatti, e poi la palude, la radura, la pineta e quelle città assurde. 

Quindi il videoclip è una rappresentazione più o meno fedele di un pezzo o un lavoro sinergico nel creare il suo immaginario?
R:
Credo che sia frutto di quella sinergia che nasce quando c’è l’esigenza di rappresentare con le immagini una cosa che sia un concetto. Si vede subito quando il video è “forzato” su una traccia per un discorso di lancio… io penso che senza un rapporto emotivo diretto con il pezzo sia difficile costruirci attorno.

Che gruppi ascoltate?
S:
Gruppi è difficile. Ce ne saranno sicuramente parecchi nella scena underground—come gli Tsao!—ma credo che al momento il cantautorato sia stato parecchio adombrato rispetto agli scorsi anni e che l’attenzione verso i gruppi sia un po’ scesa. 

M: I Verdena? :D I nostri riferimenti appartengono chiaramente a un altro momento storico. Penso che la figura del cantautore singolo abbia influenzato anche culturalmente il mondo underground oltre al mainstream, facendo convertire spesso il concetto di gruppi in gruppi spalla intercambiabili che ruotano attorno a una figura leader. Quella però è una cosa diversa.

E la pandemia ha influito sulla dimensione creativa del disco? 
M: Concretamente no, perché il disco era già finito, ma ha influito parecchio nei tempi di gestazione di un prodotto che in quel momento non aveva spazio per poter essere. Per sopravvivere a livello esistenziale al tempo abbiamo organizzato una serie di improvvisazioni all’Imbarchino di Torino collaborando con varie persone della scena locale ed esplorando una dimensione di improv creativa collettiva e contaminante che in quel momento è stata salvifica. Credo che questa cosa nei prossimi lavori si sentirà.

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Crediti

Testo: Carlotta Magistris

Videoclip

Diretto da Raffaele Diacono
Fotografia di Gabriele Tuninetti
Scenografia di Gabriele Bertotti
Con Giugi Miyakawa e Riccardo Santalucia
Testo di Simone Barisione
Musica degli Tsao!
Registrato da Manuel Volpe (Rubedo Recording)
Mixato da Nick Foglia (Polo studio)

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