Fotografie di Marzio Emilio Villa

Black Italians, il progetto che restituisce alle persone afrodiscendenti un safe-space in cui raccontarsi

"Niente più voyeurismo o feticismo, non vogliamo essere spettatori del nostro corpo e della nostra storia, ma avere una rappresentazione che sia nostra, genuina e positiva."

di Laura Ghigliazza
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15 marzo 2021, 12:55pm

Fotografie di Marzio Emilio Villa

Se dovessimo stilare un elenco dei discorsi più urgenti dell’attuale agenda pubblica, quello della rappresentazione sarebbe sicuramente tra i primi tre punti. Restituire la narrazione delle proprie storie ai corpi e alle persone che le vivono è il passaggio fondamentale per smantellare tutti gli stereotipi da cui si originano bias endemici e pericolosi, come quelli che alimentano, più o meno subdolamente, atteggiamenti e azioni razziste—anche nel nostro paese.

Per riuscirci, basta fare un passo indietro, riflettere sul proprio privilegio e metterlo al servizio di chi non ne ha altrettanto, trasformando il proprio spazio in un safe-space aperto a coloro a cui è stato e viene ancora negato. Ed è questo il concetto alla base di Black Italians del fotografo afroitaliano Marzio Emilio Villa, nato in Brasile nel 1987, cresciuto in Italia dai tre mesi di vita e trasferitosi a Parigi per un periodo di esplorazione artistica, prima di tornare nel bel paese per compiere una missione di cui sentiva l’urgenza: raccontare le singole, specifiche storie degli italiani afrodiscendenti come lui, individui resi uguali e invisibili dalle lenti del pregiudizio.

Attraverso la sua macchina fotografica, Marzio crea spazi empatici dove giovani afrodiscendenti italiani possono raccontarsi senza la minaccia del pregiudizio, riappropriandosi delle loro radici, della loro storia, dei loro corpi e della loro individualità. I soggetti sono studenti, tecnici, artisti, influencer e sportivi, volutamente non rappresentati nel loro ruolo sociale allo scopo di portare chi fruisce di queste immagini a riflettere sui propri bias, tra commenti razzisti, pregiudizi e demonizzazione mediatica.

Ma lasciamo che sia direttamente lui a parlare della sua storia, del progetto Black Italians e della sua visione sulla pratica fotografica.

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Sei nato in Brasile e ora vivi a Milano, ma hai passato 10 anni a Parigi.
Ti va di raccontarci la tua storia?
Sono stato adottato quando avevo tre mesi e ho vissuto la mia adolescenza in Italia. A 23 anni ho deciso di trasferirmi in Francia, sentivo il bisogno di cambiare contesto, ambiente, dinamiche. Stavo diventando insofferente nei confronti della società italiana, che iniziava a dare segni di un certo "racisme décomplexé" [razzismo disinibito, NdR], anche se 10 anni fa non avevo né l'età né la capacità analitica per capire fino in fondo la situazione che mi circondava. In Francia ho trovato invece un’apparente società più evoluta e multietnica, dove ho trovato il mio spazio per crescere ed evolvermi come persona. Finché, 10 anni dopo, seguendo lo sviluppo dei miei progetti personali, ho deciso di rientrare in Italia: mi sentivo pronto per lavorare nel (e sul) paese in cui ero cresciuto. 

Come ti sei avvicinato al mondo dell’arte? 
Sono cresciuto in una famiglia piena di artisti, soprattutto scultori e pittori, che non hanno mai ostacolato il mio interesse per l'arte, anzi, sono sempre stato spronato e stimolato, fin da piccolissimo. Così ho avuto la possibilità di seguire il percorso che sentivo più mio: ho frequentato il liceo artistico e l'Accademia di Brera di Milano, e poi a 16 anni ho fondato uno studio insieme ad alcuni amici, dove progettavamo installazioni e realizzavamo le nostre opere d’arte. All’improvviso, però, ho abbandonato tutto per la fotografia: dal mio punto di vista mi sembra una pratica più concreta e che riesce a dare più risposte rispetto al loop di domande che pone l'arte contemporanea. 

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Le tue ricerche visive si concentrano sulle disparità sociali, indagando realtà discriminate e pratiche discriminatorie. Perché hai cominciato ad affrontare questi temi?
Non ho mai subito dinamiche di emarginazione, ma sono sempre stato consapevole della mia posizione sociale. Per questo sento di avere una sorta di responsabilità nei confronti delle persone con una storia simile alla mia ma che sono state meno fortunate di me. Per me l’arte deve avere una poetica ma anche uno scopo didattico, come quella di Beuys o Mauri, per restare in Italia, e ho incentrato la mia pratica su progetti che indagano il concetto di identità, mettendo a confronto l'ipocrisia delle istituzioni alle storie individuali delle persone dietro a quelle pile di fogli burocratici attraverso cui passano le richieste di asilo, spesso negate.

Ricordi se c’è stato un momento in particolare in cui ti sei detto “è di questo che voglio parlare”?
Per completare il progetto sulla mia stessa adozione ho trascorso un periodo in Brasile, e solo una volta rientrato ho elaborato quello che mi era successo in quel contesto, mi ci è voluto un anno per arrivare a delle conclusioni. Lì, avevo vissuto una discriminazione diversa da quella che conoscevo, che in Europa consiste nel rifiuto del diverso. In Brasile sono entrato in contatto con un razzismo di tipo storico, visto che, in quanto afrodiscendente, sono anche discendente dagli schiavi, dunque collocato in un ceto sociale più basso. Questa presa di coscienza mi ha spinto a iniziare a fare ricerca e documentarmi per arrivare alle radici del razzismo, provare a spiegarlo e, idealmente, a smantellarlo.

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Segui qualche modello di riferimento in questa tua ricerca?
Sicuramente Frantz Fanon, che affronta in modo approfondito e sensibile il tema della decolonizzazione. E anche Mark Sealy, che parla di etica fotografica e decolonizzazione di questa pratica artistica: i progetti realizzati da autori appartenenti a nazioni che hanno oppresso questi popoli, infatti, troppo spesso finiscono con l’appropriarsi di narrazioni che non gli spettano e di reiterare e legittimare pregiudizi e discriminazioni.

Nello specifico, com'è cominciato il tuo progetto Black Italians
Nel 2018 stavo lavorando a Parigi su diversi progetti sull'architettura celebrativa coloniale francese e sulle rovine dei padiglioni degli zoo umani dell'Exposition Coloniale del 1931. Durante le ricerche, mi sono accorto che stavo lavorando a cose che mi interessavano ma che non mi riguardavano personalmente. Così ho deciso di cambiare rotta e cominciare qualcosa di veramente mio: Black Italians, parlando degli afroitaliani all'estero. Una volta tornato in Italia, ho conosciuto un artista, Luigi Christopher Veggetti, che mi ha permesso di ampliare il progetto mettendomi in contatto con una rete di persone afroitaliane che non avrei pensato di trovare qui e che, soprattutto, non credo proprio ci fossero quando me n'ero andato. 

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Cosa vuoi raccontare tramite le tue immagini?
Cerco prima di tutto un rapporto empatico e una comunicazione etica con le persone che fotografo. Citando Sealy, la fotografia è il risultato di un rapporto tra soggetto e fotografo. Il fotografo è un’entità che ha uno spazio sociale come persona, prima di occupare un ruolo, e questa entità ha una storia che ne influenza lo sguardo, anche se spesso non viene presa in considerazione. Se non c’è equilibro ed equità nel rapporto tra le due entità, il risultato è solo disonestà.

Come scegli i tuoi soggetti, e in particolare quelli di Black Italians?
Le persone che fotografo fanno parte di minoranze, e nel caso di Black Italians sono afrodiscendenti eterogenei per età e occupazione, tra studenti in medicina, artisti, tecnici informatici, influencer, sportivi. Scelgo però di non ritrarli nel loro ruolo sociale, così da creare delle icone, intese secondo la teoria semiologica di Charles Sanders Peirce: a differenza degli altri due tipi fondamentali di segni—l’indice e il simbolo—, l’icona intrattiene con la realtà un rapporto di somiglianza, in quanto presenta almeno una delle qualità dell’oggetto significato o ne condivide la configurazione. Il mio obiettivo è quello di creare una nuova iconografia delle persone rappresentate, in modo che possano riappropriarsi della loro immagine e della loro narrazione, creando un safe-space visivo e non la solita descrizione esterna.

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Sei un giovane creativo italiano afrodiscendente, che cosa vuol dire esserlo oggi nel nostro paese?
Prima di tutto, ci tengo a precisare che non mi sento rappresentato dalla definizione comunemente usata di “seconda generazione”, che ritengo poco inclusiva. Di recente, comunque, ho notato che la mia comunità sta iniziando anche in Italia a riappropriarsi delle sue narrazioni, e ha sempre più a cuore questo tema: niente più voyeurismo o feticismo, non vogliamo essere spettatori del nostro corpo e della nostra storia ma avere una rappresentazione genuina e positiva. 

Black people have been calling out racism for generations. We said it calmly.
We shouted it in the streets.
We put it in writing. 

We put it in our music.
In our movies and our shows. We put it on stages.
In our art. 

And you danced. You laughed.
You clapped.
But you never heard.

—Wyatt Cenac sull’assassinio di George Floyd

Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa
Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa
Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa
Fotografie afrodiscendenti seconda generazione dal progetto Black Italians di Marzio Emilio Villa

Crediti

Testo di Laura Ghigliazza
Fotografie di Marzio Emilio Villa

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