La Candelora a Montevergine: storia e storie dell'antichissima Juta dei Femminielli

Al santuario di Montevergine la comunità queer partenopea celebra da decenni Mamma Schiavona, la "Grande Madre” di femminielli e persone LGBTQ+.

di Francesca Saturnino
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02 febbraio 2021, 12:18pm

Le foto di questo articolo sono state realizzate durante le precedenti edizioni della Candelora e il testo fa riferimento all’esperienza dell’autrice avvenuta nel 2020.

La prima volta che salii a Montevergine, a terra c’era la neve. Partenza da Napoli, piazza Municipio, mattina prestissimo, su un pullman con i sedili cigolanti ricoperti da una moquette con fantasia anni ’80. Il pullman era organizzato da ATN, Associazione Trans Napoli, fondata nel 2007 da Loredana Rossi e oggi co-diretta insieme a Ileana Capurro.

Oltre alle ragazze di ATN, c’erano gay e lesbiche di ogni età, studiosi e tanti semplici curiosi che, come da tradizione, avrebbero partecipato a un rito che affonda le sue radici in tempi antichissimi, miracolosamente arrivato fino a noi. A Montevergine—una frazione del comune di Mercogliano, provincia di Avellino— ha sede l'omonimo santuario in cui si onora la “Mamma Schiavona”, come viene affettuosamente soprannominata la Madonna di Montevergine.

Icona della Madonna di Montevergine, durante la processione A' Juta dei femminielli

Su quel pullman, io sedetti vicino alla Tarantina: classe 1936, è la femminella più anziana della comunità partenopea, una figura tipica della cultura popolare napoletana. In maniera molto generica—servirebbe un libro solo per parlare dell’argomento—per “femminiello” s’intende un maschio con espressività marcatamente e naturalmente femminile: un’identità culturale e sociale molto peculiare, storicamente ancorata al tessuto urbano di Napoli e che oggi, come tutte le figure antiche e appartenenti all’epoca analogica, sta gradualmente scomparendo. 

Tra karaoke trash e canti devozionali, arrivammo in cima alla montagna, dove molti altri pullman erano giunti prima di noi da ogni parte della Campania e non solo. Qualche anno fa, per esempio, con ATN salì una delegazione dal MIT, Movimento Identità Trans di Bologna, diretto da Porpora Marcasciano, mentre da circa due anni un gruppo di giovani italo-americani viene appositamente da diverse parti degli Stati Uniti. È come un battesimo del fuoco: produce appartenenza e si rinnova di anno in anno. 

Souvenir di precedenti edizioni dell'A' Juta, la processione dei femminielli di Montevergine
Alcuni partecipanti al pellegrinaggio dei femminielli a Montevergine

Il 2 febbraio, giorno della Candelora, si apre il ciclo delle “Sette Sorelle”, ovvero le sette festività dedicate ad altrettante Madonne campane che si dice siano legate all’iconografia delle sette Sibille. Il culto mariano s’innesta sul culto ancestrale della “Grande Madre”, creando un punto di connessione tra sacro e profano, apollineo e dionisiaco: Montevergine è un non luogo misterico, dove ancora questo senso di mescolanza totale, irrazionale e vitale con la terra e gli esseri umani in tutte le loro differenze è possibile. Ma chissà per quanto tempo ancora lo sarà.

Una volta saliti tra le vette boscose della montagna, il telefono non prende più, ma tanto neanche ti serve: ad accogliermi c’è il ritmo forsennato delle tammorre nelle varie paranze disposte a cerchio fuori al santuario. Il primo bicchiere di vino preso da una delle tante bancarelle entra in corpo e scalda come un balsamo. Apro gli occhi e sono nel bel mezzo di una festa pagana, dove le identità, i corpi e i generi sono liberi, bellissimi e auto determinati nella loro non conformità. Uno degli elementi fondamentali che scandiscono questa giornata sono le paranze, cioè i gruppi di suonatori e danzatori di “tammurriate” che proseguono da mattina a sera nei dintorni del santuario. Si suona e si balla senza sosta, finché i muscoli reggono. Ci si mischia l’un l’altro, condividendo spazio, cibo, corpi, gesti. 

A_ JUTA- il pellegrinaggio dei femminielli- Alessandro Gattuso  ©  (7)-.jpg

Anche la Madonna di Montevergine è una Madonna non conforme: è una Madonna nera, bizantina, di origini orientali. È considerata la mamma della comunità queer, come narra un’antica leggenda. Nel 1256 due ragazzi scoperti in atteggiamenti amorosi furono condotti nel bosco del Monte Partenio, dove sorge il santuario di Montevergine, legati nudi e lasciati a morire. La Madonna di Montevergine ne ebbe però pietà e li liberò.

Il santuario, inoltre sorge sui resti del tempio dedicato alla Dea Cibele, la “Magna Mater”, sul monte sacro dove i coloni Greci salivano per onorare con canti, suoni e danze questa divinità arcaica. Catullo e Virgilio raccontano che nell’equinozio di primavera i sacerdoti della dea suonavano tamburi e cantavano in processione fino all’estasi orgiastica, durante la quale arrivavano a evirarsi ritualmente per offrire il loro sesso in dono alla dea e rinascere con una nuova identità.

Un partecipante al pellegrinaggio dei femminielli a Montevergine
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Nel 1611, in un incendio della chiesa sono stati ritrovati quattrocento corpi carbonizzati, molti maschi vestiti da donna e femmine vestite da uomo. Ecco perché Mamma Schiavona è la Madonna dei femminielli che da secoli, assieme ai devoti dei quartieri più popolari di Napoli e provincia, salgono in processione a venerarla. Ma la juta nel tempo è cambiata. Anticamente si arrivava a Mercogliano, paese immediatamente sotto la montagna, con carri o mezzi di fortuna. Da lì si saliva a piedi in pellegrinaggio purificatorio fin su, nelle curve tra i fitti boschi di castagno. Poi sono arrivate le macchine, i pullman, e anche una funicolare. Tra gli anni ’60-’70 c’è stata la più ampia diffusione del culto, a cui è seguito un calo fisiologico dovuto alla progressiva scomparsa dei femminielli.

Negli ultimi anni si è registrato una sorta di revival: oltre ai femminielli e alla comunità LGBTQ+, al santuario oggi salgono moltissime persone di ogni estrazione sociale, provenienti dai luoghi più disparati, per devozione, curiosità, folclore, turismo, tendenza. Me lo conferma Loredana Rossi, storica femminella napoletana militante che dal 2007 si occupa dei diritti delle persone trans. Con ATN ha uno sportello di assistenza e, tra poco, anche la prima casa d’accoglienza comunale destinata ai soggetti LGBTQ+, frutto di anni di lotte assieme alle altre associazioni partenopee.

A_ JUTA- il pellegrinaggio dei femminielli- Alessandro Gattuso  ©  (23).jpg
Loredana Rossi e Samantha durante la tombola scostumata

Loredana da un po' di tempo organizza la juta alla vecchia maniera. Mi racconta: “La prima volta che andai a Montevergine era il 1987, avevo 27 anni. Ora ci vanno molte più persone della nostra comunità. La maggior parte sono trans ma trovi anche il femminello anni ‘40-’50. Anticamente, e questo me l’hanno raccontato le anziane, si saliva con le macchine tutte colorate e riempite di fiori: c’erano ‘e femminiell’ tutt’ vestute a festa, con i fiori in testa.”

“Tarantina racconta che negli anni ‘60 la scala che porta all’ingresso del santuario si faceva in ginocchio con la lingua a terra. Ogni femminella andava a chiedere la grazia. La più grande era di fare una vita serena, stare tranquille. A quei tempi di estrema violenza e discriminazione non riuscivi mai a stare un po' quieta. Poi hanno iniziato con gli autobus organizzati da trans, femminielli e gente dei quartieri popolari. La quota includeva ristorante, cantanti neo melodici noti, la tombola. Andavi dalla Madonna, festeggiavi fino a sera e ti ritiravi. Era come un matrimonio.”

Sulla sinistra, le scale che la Tarantina racconta venissero percorse in ginocchio. Sulla destra, Marcello Colasurdo.
Sulla sinistra, le scale che la Tarantina racconta venissero percorse in ginocchio. Sulla destra, Marcello Colasurdo.

Oggi al ristorante si va solo dopo la visita in chiesa, solitamente accompagnata da una vera e propria processione. La big star, colui senza il quale non avrebbe senso salire a Montevergine, è Marcello Colasurdo, frontman degli ‘Zezi, gruppo di musica popolare operaia fondato a Pomigliano D’Arco alla fine degli anni ’70. Colasurdo è l’ultimo custode della ritualità arcaico-profana della juta. È lui il celebrante, la guida di questo popolo meticcio, in limite di genere che lo segue in processione per andare a onorare la Maronna.

Si arriva in paranza davanti alla gradinata nel cortile interno: Colasurdo avanti con un suonatore di tammorra e accanto a lui, danzante e favolosa, Ciro Cascina, altra femminella storica, anima della comunità e della juta. Dietro di loro la folla adorante sale, gradino dopo gradino. “Simm juti e simmo venuti, quanta razie c’avimmo avute”. Ogni sosta una “fronna”/strofa della tammurriata/ preghiera, fino ad arrivare in chiesa davanti all’enorme quadro della Madonna nera, Mamma Schiavona, Grande Madre del “terzo genere” che non rientra nella suddivisione binaria etero patriarcale, dalla sessualità viva, polimorfa. 

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Ciro Cascina durante la Candelora del 2020.

"Questo, dopo tanto tempo, sarà il primo anno senza la partecipazione di ATN alla Candelora," mi spiega Loredana. "Siamo rammaricati perché non andremo ai piedi della Maronna. Evitiamo per la salute della nostra comunità che non se la passa bene. Se prima eravamo economicamente emarginati, ora ti lascio immaginare. Per la nostra comunità Mamma Schiavona è ancora molto importante: è ‘a Maronna ‘re femminielli. Riconosciamo quello che ha fatto per noi. Anche se molte sono devote anche alla Madonna dell’Arco, quella di Montevergine è proprio la nostra.”

“Masculill’ e femminell’, annanz’ all’uoccchie tuoie simm tutt’ figlie belle.”

In una precedente versione del disclaimer iniziale si dichiarava che l’edizione 2021 della Candelora di Montevergine non si sarebbe tenuta. In seguito alle segnalazioni ricevute vogliamo specificare che, sebbene ristretta nelle modalità, l’edizione 2021 si è tenuta. Ci scusiamo per l’inesattezza, da imputarsi alla redazione e non all'autrice dell'articolo.

A_ JUTA- il pellegrinaggio dei femminielli- Alessandro Gattuso  ©  (16).jpg

Crediti

Testo di Francesca Saturnino
Fotografia di Alessandro Gattuso

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