IUTER Occupied by Rayon Vert: un workshop all'insegna della sostenibilità

Rayon Vert ha occupato gli spazi IUTER per un workshop che potrebbe benissimo essere il futuro delle produzioni woke e eco-friendly.

di Redazione i-D
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09 novembre 2020, 12:00pm

Fotografia di Domenico Nicoletti

Quando si parla di moda sostenibile, si pensa al fatto a mano, a fibre naturali e processi a impatto zero, a condizioni etiche ed economiche dignitose e democratiche, insomma, a pratiche che dovrebbero essere la norma, eppure ancora non lo sono. Ma se, oltre a fare tutto questo, si portasse la produzione di moda e degli accessori a un altro livello? Se a farli, i tuoi vestiti, fossi proprio tu? Ma non da solo nella tua cameretta con la macchina da cucire di tua nonna. Pensa più in grande: una fabbrica che apre le sue porte per insegnarti, istruirti e dimostrarti come viene effettivamente realizzato il tuo acquisto.

In fondo, questa idea non è totalmente nuova, ed è la base del modello Open Manufacture, descritto da Martijn Van Strien e Vera De Pont nell’Open Source Fashion Manifesto del 2016, dove si invitano i business a includere i consumatori nella fase di progettazione e realizzazione del prodotto, instaurando così una relazione aperta, proficua e meno impattante per l’ambiente. Una metodologia che possa soddisfare una nicchia di mercato consapevole e sensibile al tema della sostenibilità e che sia allo stesso tempo totalmente trasparente.

Ispirati proprio da questa intuizione, il marchio di accessori sostenibili Rayon Vert e il brand di streetwear IUTER hanno organizzato un workshop che prendesse questo concetto in maniera più che letterale. Hanno invitato sedici partecipanti (la maggior parte dei quali non aveva mai visto una macchina da cucire in vita propria) nella warehouse IUTER, munendoli di materiali, macchine e nozioni base su come costruirsi uno zaino da soli.

Workshop o esperimento sociale che fosse, “IUTER Occupied by Rayon Vert” ha gettato luce su un nuovo tipo di produzione di moda, quella che unisce materiali sostenibili (tutte le fibre utilizzate erano surplus di abbigliamento militare fornito dal produttore italiano Majocchi), esperienza in prima persona e tecniche di produzione a impatto zero, dimostrandosi un’alternativa più che valida nel futuro della moda sostenibile.

Il risultato? Zaini sostenibili: 16. Soddisfazione: infinita.

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Fotografia di Domenico Nicoletti
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Fotografia di Domenico Nicoletti
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Fotografia di Domenico Nicoletti
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Fotografia di Domenico Nicoletti

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Crediti

Fotografia di Domenico Nicoletti

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