Alastair McKimm in conversazione con Alessandro Michele

Il direttore creativo di Gucci sta scuotendo le fondamenta del proprio brand, perché risuoni una nuova voce in un mondo calato nel silenzio.

di i-D Staff
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02 novembre 2020, 1:55pm

L’intervista di Alastair McKimm con Alessandro Michele è apparsa originariamente sul numero di i-D “40th Anniversary Issue”, N. 361, Inverno 2020. Ordina la tua copia qui.

La natura si sta lentamente curando, dunque perché non dovrebbe farlo anche la moda? Quando Alessandro Michele ha visto per la prima volta un cinghiale vagare per le strade di Roma durante il lockdown, sapeva che era il momento di cambiare qualcosa. Sebbene la sua visione entusiasta e postmoderna della moda abbia radicalmente trasformato Gucci (dal suo arrivo nel 2015, l'azienda è più che raddoppiata, diventando un megabrand da 10,5 miliardi di dollari), Alessandro, come la maggior parte di noi, si è svegliato in una nuova realtà, quella del 2020, in cui è ormai sempre più chiaro che la via percorribile sta nel detto: meno è meglio.

Il che può sembrare ironico, considerando l'estetica elaborata ed eccentrica di Michele, decisamente più in linea con il mantra "il di più non è mai abbastanza,” ma, come afferma il designer stesso: "Le nostre azioni scellerate hanno bruciato la casa in cui viviamo". Quindi, con forse una delle mosse più audaci dal suo arrivo—e ce ne sono state tante—ha annunciato che Gucci avrebbe ridimensionato le sue collezioni, presentando ogni anno solamente due collezioni, genderless e senza stagioni.

Ma cosa significa tutto questo, in relazione alle sfilate epiche a cui ci ha abituato il designer, dall'Abbazia di Westminster ai Musei Capitolini? L’Editor-in-Chief di i-D Alastair McKimm ha incontrato Alessandro su FaceTime per parlare di sfilate di moda, cultura giovanile e di come scuotere il sistema.

Gucci per il numero di i-D

Alastair: Ciao Alessandro, è così bello vederti.
Alessandro: Anche per me. Dove sei ora, a Londra?

No, sono a New York.
New York, New York. Wow!

Come stai? Sei a Roma?
Sì, sono a Roma. Ed è una bellissima e alquanto strana giornata estiva di settembre. È soleggiato e fa caldo. C’è una luce meravigliosa.

Grazie per essere così disponibile, siamo davvero onorati di averti qui.
È un onore per me, ma sai, è tutta una questione di tempo. Intrattenere una conversazione è bellissimo, è un dono. Ma il tempo è sempre in nemico peggiore di tutti. Ora abbiamo un po’ più di tempo, il che è la cosa paradossalmente bella di questi tempi terribili.

Mentre mi preparavo a questa intervista, mi sono reso conto che l’ultima volta che eravamo nella stessa stanza insieme era per la sfilata di Gucci a Milano lo scorso febbraio, e quante cose sono cambiate da allora! La sfilata di febbraio era una meravigliosa celebrazione del potere e del glamour della moda, del rituale della sfilata, e tutto ciò è assolutamente vitale per chi lavora nell’industria. Dunque, dopo questa pausa di sei mesi, cosa pensi delle sfilate dal vivo ora?
La mia vita prima di oggi era molto legata all'idea dei ritmi stagionali delle sfilate e delle collezione, come immagino fosse anche la tua. E con l'ultimo spettacolo di febbraio ho voluto celebrare e indagare questa tematica. Era un'indagine sulla ritualità della sfilata—che volevo analizzare da ogni possibile angolazione, dal pubblico ai personaggi in passerella—ma è stata una ricerca strana, perché pochi giorni dopo sembrava che tutto fosse cambiato. È stata una cosa abbastanza misteriosa riuscire a fare questo spettacolo prima di un cambiamento così radicale.

Gucci per il numero di i-D

Era quasi una premonizione che le cose sarebbero cambiate per sempre. Sono venuto a Milano appositamente per la sfilata di Gucci, ero un po' in ritardo e avevo fretta di entrare nello spazio della sfilata e di essere circondato da tutti i nostri colleghi del settore—mi manca davvero ora, sai. Non sembra di essere a settembre, perché non sono le sfilate.
Negli ultimi 26 anni ho trascorso tutto settembre a Milano e ora mi trovo in un altro posto e sembra tutto così diverso, sento tutto diverso. Anche Roma sembra diversa dal solito, ma forse questa è la Roma di settembre, che non avevo mai visto? Il cambiamento, grande o piccolo che sia, significa che sta accadendo qualcosa di nuovo, il che è assolutamente emozionante. Questo è un momento che tutti ricorderanno per sempre. Non sono molto nostalgico. Amo il passato, ma non sono nostalgico. Il passato è solo l'inizio. Non credo che le cose torneranno mai come prima.

Con l'ultima sfilata sembrava che avessi anticipato tutto questo, perché hai mostrato i dietro le quinte della sfilata di febbraio, e durante il lockdown tutti si sono rivolti alla propria interiorità, guardandosi dentro. Questo ha poi avuto un seguito nello spettacolo Epilogue in live streaming, che mostrava il team di progettazione al lavoro, mentre creava la collezione.
Ero curioso di creare qualcosa utilizzando il linguaggio che uso ogni giorno quando parlo con il team di progettazione e design. Sembra un po' ribelle mostrare il team al lavoro, ma è anche molto bello dare loro la possibilità di portare a termine il progetto fino alla fine. Di solito il loro rapporto con un capo finisce quando lascia lo studio, e così abbiamo voluto che indossassero e fossero parte della presentazione della collezione. Si tratta di incarnare un sogno. Per me è importante che quello che faccio abbia un sentore de tempo in cui è stato creato. Volevo esplorare l'idea che la moda è umana e, il fatto di essere umana la rende ancora più magica. Dovevamo infrangere tutte le regole. Doveva essere un po' noiosa, per mostrare l'attesa, perché la creatività richiede tempo!

Ci vuole tempo e c'è qualcosa di molto stimolante all’interno processo, sai. A volte non succede niente e poi c'è un crescendo di attività. Alla fine, qual è stata la risposta al lavoro, con il live streaming e tutto il resto?
Dopo i primi 15 minuti ci siamo completamente dimenticati che c'erano le telecamere, soprattutto perché siamo abbastanza abituati ad avere telecamere sul set. Era interessante anche solo avere una telecamera impostata per guardarci, come fossimo nel Grande Fratello, senza nessun regista che tagli o metta insieme i footage più interessanti. Le persone potevano sedersi e guardarlo per cinque ore o cinque minuti e adoravo questa idea. Avrebbe potuto succedere qualcosa o assolutamente nulla. Voglio dire, sono un voyeur. Amo spiare. E penso che tutti amino spiare, c'è qualcosa di bello nelle cose nascoste, sono imprevedibili e naturali. Qui l'immagine non era pulita o ordinata; era lì solo perché le persone lo guardassero, anche solo per pochi minuti.

Gucci per il numero di i-D

Come ti sei sentito a lavorare con il tuo team, durante gli ultimi sei mesi di lockdown?
È stato un momento bellissimo perché abbiamo fatto tutto in modo diverso. Abbiamo trovato nuovi modi per comunicare e nuovi modi per ascoltarci. Gli esseri umani sono molto potenti, perché trovano sempre un modo per connettersi tra loro.

Nel corso dei mesi, mi sono sentito davvero connesso alle persone, anche se non eravamo fisicamente insieme. Mi sono sentito così fortunato di fare il lavoro che faccio, di essere in grado di parlare con così tante persone diverse ogni giorno, perché mi ha davvero aiutato a tenere alto il morale negli ultimi sei mesi. All'inizio pensavo che non saremmo più stati in grado di lavorare, e poi siamo diventati un team ancora più unito. Ci siamo appena adattati, ci siamo evoluti e abbiamo trovato la nostra strada.
Penso che ci stiamo tutti evolvendo da questa situazione. Ad esempio, in questo momento stiamo parlando e condividiamo questa conversazione in questo modo, e forse un anno fa non saremmo stati così aperti a farlo. Forse non capivamo gli strumenti che avevamo a nostra disposizione? Prima, se qualcuno mi avesse chiesto di fare un'intervista su FaceTime avrei detto di no, ma si possono intrattenere bellissime relazioni umane anche attraverso la tecnologia.

All'inizio del lockdown, hai annunciato che avreste fatto solo due collezioni all’anno, senza differenze stagionali. I problemi legati alla sostenibilità nel mercato della moda di lusso sono cruciali, ma sotto la tua direzione, Gucci ha avuto un enorme successo creativo e finanziario. Cosa ha ispirato la tua decisione di passare a questo nuovo tipo di collezioni, in un momento in cui tutto stava andando incredibilmente bene?
All'inizio del lockdown mi sono sentito molto depresso, perché mi rendevo conto che erano anni che nulla cambiava nella moda. Non lo so esattamente cosa fosse, ma sentivo che qualcosa doveva cambiare, e che nulla poteva essere più come prima. È stata come una rivelazione. Ero solo nel mio appartamento e fuori la natura fioriva, gli uccelli erano ovunque, la città era immobile e pensavo che la natura mi stesse chiamando, dicendo che tutto era diventato troppo, e che qualcosa doveva cambiare. Adoro lavorare alle sfilate e non voglio sacrificare questa cosa, ma glorificarla non ripetendomi.

Gucci per il numero di i-D

L’ego spesso non vuole ammettere che si possa effettivamente cambiare. Ma poi c'è qualcosa di così bello e umano nel prendere decisioni diverse dal solito, man mano che si cresce ed evolve. La tua posizione nell'industria della moda ti dà questa responsabilità, e puoi effettivamente prendere queste grandi decisioni che riguardano non solo te stesso e Gucci, ma l'intero settore. Spero che anche altri marchi metteranno da parte il loro ego, e percepiscano quello che stai facendo da Gucci, applicandolo anche nella loro filosofia.
È così strano dire: "OK, andiamo avanti come se non fosse successo niente". È successo qualcosa, e bisogna trasparenti con sé stessi e con le persone che lavorano all’interno dell'azienda. La moda non riguarda solo la vendita o l’acquisto di una borsa. È un grande pubblico, è un palcoscenico, e spero che le persone capiscano cosa sta succedendo. L'umanità ha bisogno di una nuova energia, e fare la stessa cosa per più di 100 anni non ha senso.

Parliamo di un'industria globale, ma poi siamo quelli che ancora dicono, "In inverno si indossa il cappotto e d’estate i vestiti", trovandoci letteralmente ovunque nel mondo. Viviamo in climi diversi. Abitiamo in fusi orari diversi. Non esiste più la stagione, perché ci muoviamo di continuo.
E siamo altrettanto conservatori nel modo in cui parliamo di collezioni Cruise. Parliamo una vecchia lingua. Il mondo sta cambiando. In realtà, è cambiato molto tempo fa. Ma la moda non vuole il cambiamento, anche se l'energia alla base della moda è il cambiamento.

È abbastanza paradossale.
Non si tratta di fare di meno, ma di trovare un modo diverso per incontrarsi.

Gucci per il numero di i-D

In un certo senso, la moda aveva smesso di sentirsi umana perché tutti stavano lavorando in maniera completamente insostenibile. Pensi che facendo meno spettacoli, cambierà il tuo approccio?
Può essere, ma non lo so. È tutto un work in progress e non dobbiamo avere per forza delle regole, dobbiamo pensare in modo molto più libero. Si tratta di una scoperta. Stiamo esplorando un nuovo territorio. L'idea moderna della passerella è nata dopo la distruzione della Seconda Guerra Mondiale e trovo affascinante il rapporto tra questi due eventi. Ho cercato di pensare alla sfilata come una specie di teatro e di pensare ad un nuovo linguaggio espressivo. È molto più facile pensarlo come ciò che era, ossia il linguaggio del commercio e dell'arte .

Continuo a pensare a questa idea di trascendenza, in cui non si tratta solamente di lavorare nell'industria della moda, ma di trascendere la moda. È come se Gucci sia diventata un'istituzione culturale, credo sia questo che hai creato con Gucci. È un universo. Lavori nel settore da molto tempo e hai assistito a molti cambiamenti all’interno del ruolo di direttore creativo. Quale pensi sia la differenza nell’essere un direttore creativo oggi, rispetto a 20 o 30 anni fa?
Prima di tutto, le giovani generazioni di allora non conoscevano veramente la moda. Quando ero giovane, gli adolescenti non erano in contatto con la moda ma erano in contatto con la strada, ecco da dove veniva il loro stile. La moda era per l'élite e parlava la lingua dell'élite, era una bolla, un mondo fantastico, ma pur sempre una bolla. Ora, ragazzi di 13 anni mi fermano per strada e conoscono me e Gucci.

Non siamo più solo un atelier e non sono solo uno stilista. Gucci ha lo stesso valore di una band pop per molti giovani. Gucci è come Woodstock nell'immaginario comune. E molti giovani non sono ricchi e nemmeno gli interessa indossare un vero abito Gucci, però vogliono sentirsi "Gucci" e possono esserlo senza diventarne clienti. Qual è il cambiamento allora? Non siamo solo designer di vestiti, ma realizziamo anche costumi per dei personaggi e quello che cerco di fare io, è di mettere le persone nella posizione di sognare un mondo il mondo che sto immaginando. Penso che ci sia stata una vera rivoluzione nel modo in cui molte persone pensano, perché ora sono interessate alla libertà, alla liberazione, all'espressione di sé. Improvvisamente le regole non sono più così interessanti.

Gucci per il numero di i-D

Cosa trovi di tanto stimolante nei giovani e nella cultura giovanile di questo momento?
Crescendo, l'idea di stile per me è sempre stata associata all’idea di libertà. Fin da giovane, ho trovato la mia libertà nel modo in cui apparivo. E mentre altre persone cercavano di costringermi ad essere qualcos'altro, ho capito il potere di apparire in un certo modo, perché ero ribelle solamente essendo me stesso. E credo che sia molto radicale essere sé stessi.

C'è qualcosa di misterioso nella giovinezza. Siamo in questo momento in cui tutto sta cambiando ed i giovani lo capiscono istintivamente e ne sono consapevoli. Harry Styles è un mio grande amico, e ha qualcosa di misterioso in lui, è molto semplice ma anche molto complesso. La giovinezza è come un segreto profondo. È molto affascinante per me.

A modo suo, Gucci è molto simile ad un movimento giovanile, come hai affermato anche tu.
Sì. Ecco perché quando le persone mi chiedono come lavoriamo o come funziona il marketing del marchio, per esempio, lo trovo difficile da spiegare. Quando fai musica non pensi a come venderai un album.

Sì, ed è per questo che il primo album è sempre il più facile.
Penso sempre al mio primo spettacolo, che ho completato in circa una settimana. Ero così fresco allora e cerco di mantenere quel senso di freschezza. Non voglio sentirmi pesante. Cerco di prendermi cura della parte più infantile della mia anima, essere infantile è uno stato d'animo. Nella cultura europea, quando diventi un uomo, molte cose diventano proibite.

Penso che sia vitale essere infantili.
Per il nostro lavoro è la cosa più importante, questa energia mentale, essere in una posizione in cui puoi essere libero da ciò che le persone si aspettano da te.

Gucci per il numero di i-D
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Crediti


Fotografia Laura Coulson
Styling Max Clark

Capelli Mari Ohashi per LGA management con prodotti Bouclème.
Make-up Ciara O’Shea per LGA management con prodotti GUCCI beauty.
Unghie Flavia Cela con prodotti Sally Hansen e Mylee.
Assistenti alla fotografia Jack Symes e Sara Zanoni.
Assistente styling Marina de Magalhaes.
Produttore esecutivo Dario Callegher.
Producer Rita Rainis.
Coordinatore produzione Livia Eleonora Anglano.
Assistenti alla produzione Curzio Cremaschi e Christopher Sala.
Ritocco: IMGN Studio.
Casting Alexandra Antonova per DMCASTING
Modelli Ashley Radjarame per IMG e Malaika Holmen per Next

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