E se "Emily in Paris" fosse un'assurda analisi del Sogno Americano nel 2020?

La nuova serie tv Netflix è un caotico insieme di croissant, crêpes e Champagne, così finta che non si può fare a meno di chiedersi: perché?

di Nathan Ma
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13 ottobre 2020, 5:00am

Image via Netflix

È difficile capire chi è il cattivo in Emily In Paris. La nuova serie Netflix sembra essere l’unica cosa di cui si parla in questi giorni, ma per chi fosse riuscito a scansare meme e recensioni, qui un breve riassunto. La protagonista è Emily, millennial americana che lavora nel marketing e si trasferisce a Parigi, dove deve giostrarsi tra la sua carriera e l’appeal di un futuro come influencer.

Tra un croissant e l’altro—perché sì, il livello di immaginario francese presente in Emily In Paris prevede chili di croissant, litri di Champagne e una sequela pressoché infinita di cliché ormai superati—Emily diventa infatti piuttosto nota su Instagram, dove condivide la sua quotidianità parigina in tutta la sua disarmante banalità.

In Emily In Paris è tutto palesemente finto, ma è proprio questo il punto: la serie tv gioca sulla sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore.

Indossando invariabilmente outfit che sono l’equivalente estetico di una tortura visiva, Emily sgambetta qua e là con l’incontenibile ottimismo di una rappresentante Avon e la sicurezza in sé di qualcuno che, come rappresentante Avon, non ha mai dovuto lavorare.

È tutto finto, a partire dai suoi capelli sempre in piega fino agli uomini che la corteggiano, ma è proprio questo il punto: creata da Darren Star (mente di Sex and the City e Beverly Hills 90210), la serie tv è tutta giocata sul concetto di sospensione dell’incredulità. Fin dalla prima puntata si chiede al lettore di mettere da parte le proprie facoltà critiche, ignorando incongruenze e palesi semplificazioni.

“È come se Carrie Bradshaw avesse finalmente iniziato la vita da expat che sentiva di meritare,” ha scritto il The Cut. Certo, ci sono sicuramente attriti e momenti di tensione, ma sono sempre funzionali al lieto fine. Non importa quanti stilisti Emily farà incazzare, né quante serate di gala riuscirà a rovinare: per lei la redenzione è dietro l’angolo, e va bene così.

L’unico vero elemento d’attrito è la mancanza di un Vero Cattivo®. Sarà forse la società oppressiva e sessista in cui la nostra americana preferita si ritrova a vivere? O è Emily stessa la cattiva, con la sua incrollabile convinzione che il sistema di valori americano sia l’unico possibile, e a morte le aziende a conduzione familiare europee? Forse invece è Sylvie, la direttrice dell’agenzia di marketing con cui Emily si scorna fin dall’episodio 1?

Nonostante la sospensione dell’incredulità, dobbiamo chiederci perché questa “romantica”, bianchissima versione di Parigi è quella a cui continuiamo a tornare, anche sotto forma di guilty pleasure.

Emily è una femminista liberal statunitense che inorridisce quando gli uomini le rabboccano la coppa di Champagne e chiede favori qua e là con un atteggiamento aggressivo ma vivace. Le attenzioni maschili la infastidiscono, ma quando uno dei suoi corteggiatori si fa in quattro per aiutarla a orientarsi nell’intricata vita parigina, accetta senza tanti rimorsi.

Su gal-dem, Christelle Murhula sottolinea come quello dell’americana (bianca) a Parigi sia ormai un topos trito e ritrito, in cui non c’è spazio per la multiculturalità e complessità dell’esperienza nella capitale francese. Dove sono i fast-food, i senza tetto e la sporcizia? Dove sono i Gilet Gialli? “Parigi è la città dell’amore, della moda e della haute cuisine, ma è anche molto più di questo,” spiega Murhula. Nonostante la sospensione dell’incredulità, dobbiamo chiederci perché questa “romantica”, bianchissima versione di Parigi è quella a cui continuiamo a tornare, anche sotto forma di guilty pleasure.

Allargando la riflessione, viene da chiedersi se quella di Emily In Paris non sia tanto la fantasia di un’americana in Europa, ma la fantasia dell’Americana stessa in quanto figura mitica che vive al di là dell’oceano e con la quale raramente entriamo in contatto diretto.

Emily è il prototipo della ragazza statunitense: è frizzantina, bianca e sente tutta la responsabilità di una #GirlBoss sulle spalle. Da questo punto di vista, la narrativa principale non è quindi quella di una millennial alla ricerca di sé stessa tra i sampietrini della città più romanticizzata del mondo. La vera storia qui è quella di una ragazza che non riesce a tenersi il suo lavoro, perché dietro a una patina spavalderia assoluta c’è solo una persona che di marketing sa ben poco.

Emily in Paris è l’assurda analisi del Sogno Americano nel 2020: lavora sodo e fai sapere a tutti quanto vali (o quanto pensi di valere), gli altri non potranno fare a meno di cadere ai tuoi piedi.

Emily in Paris è dunque un'assurda analisi del Sogno Americano nel 2020: lavora sodo e fai sapere a tutti quanto vali, sembra voler suggerire la serie tv, prima o poi qualcuno ti noterà e ti darà il riconoscimento che meriti. Sii tu stessa la prima che ha un’eccellente opinione della tua persona, gli altri non potranno fare a meno di crederti e cadere ai tuoi piedi.

E se il tuo Paese non ti rappresenta più, se c’è un bugiardo seriale alla Casa Bianca, se i Repubblicani si stanno metaforicamente armando fino ai denti pur di non cedere neanche un briciolo del loro potere politico, be’, puoi sempre mollare tutto, andartene e vivere di contraddizioni dal primo all’ultimo momento della tua giornata in una metropoli costruita su misura per te e per i tuoi sogni.

Io stesso sono un americano che vive all’estero, e ho parlato con alcuni colleghi che vivono a Berlino, in Gran Bretagna, in Egitto e a Panama. Gli ultimi due mi hanno detto che hanno provato una gioia perversa nel vedere gli Stati Uniti cadere: il nostro sistema fiscale, culturale e politico aveva plasmato anche la loro educazione al di là dell’oceano, e vederne finalmente le enormi falle scoperchiate a livello internazionale ha generato in un senso di schadenfreude perché, onestamente, un po’ ce lo siamo meritato.

E anche la scrittrice inglese è d'accordo con loro: l’imperialismo da cui è nata la cultura americana ci spinge a romanticizzare costantemente l’Europa, ma c'è un pozzo limitato di autocommiserazione a cui possiamo attingere prima di iniziare a prentendere che anche chi ci circonda divida con noi il conto emotivo del nostro passato.

Emily In Paris rivela una verità spesso taciuta da noi americani: quando si tratta di expat, siamo noi stessi il nostro peggior nemico.

È da questo pozzo a cui attinge Star. Sappiamo che i pilastri del Sogno Americano sono ormai andati distrutti, cose come le scalate sociali, la meritocrazia o il semplice fare carriera. Con Emily In Paris, Star ci culla ancora un attimo in quel mondo onirico, espandendo il Sogno Americano, invece che ridurne la portata, spingendolo oltre i confini nazionali per ricolonizzare infine il continente europeo.

Lo spettacolo è, in questo senso, quasi perfetto. Per molti americani, il successo di Emily è una celebrazione del fatto che “abbiamo sempre avuto ragione noi”, e che chi ci resiste lo fa per eccesso di cinismo. A chi in questa favola non ci crede, invece, la serie tv rivela una verità spesso taciuta: quando si tratta di americani all'estero, siamo noi stessi il nostro peggior nemico.

Questo articolo è originariamente apparso su i-D UK

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