Caponetti è il cantautore italiano che ti terrà compagnia questo autunno 

Dalla provincia marchigiana, con una chitarra, si può arrivare molto più lontano di quanto si pensi.

di Benedetta Borioni
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08 ottobre 2020, 1:15pm

Fotografia di Debora Cinganelli

Per qualche strano motivo, in un modo o nell’altro, siamo riusciti ad arrivare a ottobre, quasi alla fine di questo anno che definire turbolento sarebbe comunque riduttivo. Milano sembra aver timidamente ripreso il suo flusso vitale, tra pioggia e nebbie autunnali, traffico aggressivo e stanche lamentele per il freddo scambiate alla fermata del tram. Tutto come da copione. Un’altra fase che possiamo definire conclusa, almeno fino al prossimo anno, è quella delle canzoni estive, da piazzarti a tutto volume in macchina o nelle cuffie per boostare al massimo le poche vibrazioni positive superstite dopo la prima, tragica parte di questo 2020.

Non è un caso se le hit di quest’estate sono state ancora di più del solito—o forse è stata solo una nostra percezione? Di fatto, è arrivato quel periodo dell’anno che ci fa tirare fuori il piumone e la musica da comfort zone, quella che ti trasmette calore e tranquillità mentre sei a casa durante una giornata di pesante smartworking o studio intenso, ma perfetta anche se stai sfrecciando in bicicletta verso l’ufficio. La musica di Caponetti è proprio questa, e ne abbiamo bisogno per iniziare questo autunno, ripensare con malinconia all’estate appena trascorsa e aspettare il 2021 con un po’ di speranza, che male non fa. Se questo nome vi suona nuovo, ve lo introduciamo noi.

Claudio Caponetti è un giovane cantautore nato e cresciuto tra Ascoli Piceno e la provincia di Ancona, dove ha iniziato da giovanissimo a suonare la chitarra e a innamorarsi della musica. Lo scorso 25 settembre è uscito il suo primo EP sotto Carosello Record, che si intitola Maddai. Un racconto sincero del quotidiano, che racconta momenti di disorientamento, (Google Maps), di innamoramento (Maddai) o di malinconia (Solo), esternata in maniera diretta e scanzonata.

Milano è ormai una parte fondamentale della creatività di Caponetti, che si è trasferito nel capoluogo lombardo nel 2012 prima per studiare e poi per lavorare. Ma questa città è per lui soprattutto il luogo in cui è riuscito a realizzare il suo sogno di diventare cantautore.

Il bagaglio che si porta dietro dalle Marche occupa ancora una parte molto importante della vita musicale di Caponetti, fortemente legato a un passato pieno di bei ricordi e di malinconia. Al contempo, si guarda al futuro, che per lui ha la forma di NoLo, la zona di Milano dove vive dal 2017, ed è lì che trova gli spunti per continuare ad evolversi attraverso la sua pratica artistica, per scrivere così il proprio nome nella scena indie italiana.

Per farci raccontare meglio la sua storia, la vita di provincia e la scoperta di Milano, l’abbiamo incontrato virtualmente.

Ciao Claudio, che cosa farai oggi? E cosa stavi facendo prima di rispondere a queste domande? 
L’unica cosa che posso fare in questo periodo è dedicarmi al 100% alle future canzoni, ed è quello che farò anche oggi, sicuramente suonerò un po’. Prima di rispondere a queste domande ho fatto quello che faccio tutti i giorni a pranzo: la pasta col burro. Meno tempo dedico alla cucina, più ne ho per suonare.

Dove sei cresciuto, e com’è stato crescere dove sei cresciuto? 
È stato bello, un po’ come in tutti i luoghi dove trascorri la tua crescita. Anche se, fin da ero piccolo, ho sempre percepito un senso di non appartenenza, di disorientamento. Quelle poche persone che conosco che sono nate a Milano e ci vivono da sempre mi hanno raccontato di essersi divertite crescendo in città. Crescere in provincia, invece, ti dà più libertà, è tutto più semplice, ma anche più piatto: c’erano pochissime cose da fare, e il più delle volte dovevi inventartele tu.

Come descriveresti la tua musica a chi ancora non ti conosce?
Direi scanzonata ma anche riflessiva. Alcuni passaggi sono più sgangherati, altri più eleganti. C’è sicuramente il riflesso della mia personalità, inclusi gli aspetti più strani.

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Venerdì è uscito il tuo primo EP Maddai. Quando l’hai scritto? E cosa ha influito sulla scrittura di questo brano?
Quando scrivo attingo da esperienze personali, quindi l’EP parla di tutto quello che ho vissuto negli ultimi due anni, fino al lockdown. Restituisce fasi diverse della mia vita: inizia con un po’ di solitudine, poi si apre un po’ di più, anche armonicamente. Maddai parla dell’incontro di una persona, ripercorrendo i diversi stati del nostro rapporto, dall’innamoramento, all’allontanamento, alla solitudine. Sono fotografie di quello che ho vissuto e per me sono ancora molto vivide.

Vuoi raccontarci la storia dietro l’artwork di Maddai? 
È nato un po’ per caso. Dopo il lockdown, ci siamo ritrovati a casa mia, nella campagna di Ascoli Piceno, per girare il video di Ascoli FC. Amo quel luogo, perché tutto è rimasto come nell’’85, ci sono i giocattoli di quando ero bambino, i miei vestiti da piccolo. Così, insieme al regista a autore dell’artwork, Mattia Fiumani, ci siamo messi a tirare fuori tutte queste cose, creando accostamenti anche contrastanti. La reference che ci ha guidati era Dead Man, il film preferito di Mattia, che è il filo conduttore di tutto il lavoro visuale.

Qual è la prima persona a cui fai sentire i tuoi pezzi?
Debora, la mia discografica, e mio fratello.

E quella di cui più temi il feedback?
Debora, perché spesso la sua visione professionale non coincide con la mia intenzione, e se non riesco a trasmetterla significa che c’è un problema.

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Cos’è che le Marche ti danno musicalmente, a differenza di Milano?
Essendo cresciuto tra Ascoli Piceno e Osimo, in provincia di Ancona, ho molti ricordi di un’infanzia bellissima, anche se non sempre felice. Non torno molto spesso a casa, ma quando succede è come se riemergesse il bambino che c’è in me, quello che giocava nel prato e si prendeva le prime sole con le ragazze. Questa sensazione mi mette in una condizione emotiva che non trovo in nessun altro posto, e che riverso nelle canzoni.

Milano mi sa dare altro musicalmente, mi sveglia dal mio torpore flemmatico e mi rende più frenetico, veloce e performante, dandomi spunti diversi su cui scrivere. Se nelle Marche c’è un ritorno al proprio nucleo originario e a una sensibilità più intima, Milano mi apre alla modernità e a ciò che mi aspetta. Da una parte c’è il passato e da una parte c’è il futuro.

Quando finalmente si potrà tornare a fare concerti, qual è il primo posto dove vorresti esibirti live?
Faccio il nostalgico e ti dico l’Ohibò di Milano, che purtroppo non esiste più. Mi piacerebbe suonare in una realtà come quella. L’Ohibò era un posto magico, c’era un’atmosfera intima e informale, era come sentirsi a casa.

Se potessi suonare con un tuo idolo musicale, con chi vorresti dividere il palco e perché?
Sono sempre stato in fissa con John Frusciante. In generale, mi piacerebbe lavorare con chitarristi come Jack White e Jimmy Page, oltre a John Frusciante, perché hanno saputo rivoluzionare la storia della musica con un solo strumento.

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Suoni da quando hai 10 anni e sei anche autore da un bel po’ di tempo. Com’è cambiato nel corso del tempo il tuo processo di scrittura?
Nasco come chitarrista e ho suonato, poi, piano piano, mi sono innamorato del cantautorato italiano, che da adolescente ho sempre snobbato e ascoltavo solo rock, indie rock o metal. Così ho iniziato a scrivere le prime canzoni, magari solo parole e poca struttura. Durante il primo anno di università vivevo in una casa con un pianoforte un po’ scordato, e da lì sono venute fuori le prime canzoni. La fase più difficile è capire cos’hai in testa e scriverlo, e se a vent’anni avevi molta voglia di creare ma poco da dire, crescendo acquisisci una scrittura più matura.

Quali sono tre musicisti da tenere d’occhio nei prossimi tempi?
Julian Lage, che è un chitarrista, Dominic Fike e Fyfe.

Dove ti vedi nel 2030? 
Nelle Marche. In qualsiasi posto vista mare. Dopo il lockdown a Milano, ho pensato seriamente di tornare lì. Mi vedo anche con molte canzoni alle spalle e, perché no, leggermente più immerso nella natura.

Il paradiso esiste? E l’inferno?
Esistono tutti e due, anche se non so se siano realmente come li ha descritti Dante. Ci sono momenti in cui ci sembra di vivere in paradiso, altri in cui ci facciamo prendere dalla nevrosi, dalle preoccupazioni e dai cattivi pensieri, senza lasciare spazio a nient’altro, e quello è l’inferno. Mi ci sono trovato tante volte, ma penso sia comune a molte persone.

Cosa farai domani? 
Vorrei continuare quello che sto facendo adesso e vorrei spingermi il più possibile oltre quello che sono musicalmente, conoscermi meglio e ibridare la mia visione con quella di altri artisti, magari provando a fare dei featuring con figure che appartengono a un mondo diverso dal mio. Nell’immediato, domani andrò a fare spesa, perché non posso andare avanti a pasta col burro.

Crediti

Testo di Benedetta Borioni
Fotografie su gentile concessione dell’ufficio stampa

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